Be’, ci sono cose per cui vale la pena di vivere … Per esempio, per me, direi … … le note di JOHN LEWIS quando volano nelle fughe di Bach …”

 

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“Perché vale la pena di vivere?
E’ un’ottima domanda… Be’, ci sono cose per cui vale la pena di vivere …
Per esempio, per me, direi …  … le note di John Lewis quando volano nelle fughe di Bach …”


Un “classico” per sollevarsi appena un po’ dalla quotidianità.
Sì … per vedere i problemi leggermente dall’alto …

John Lewis, Valeria da LP John Lewis ; Svend Asmussen, European Encounter, 2-3 Giugno 1962 at Como Studio, Stockolm, Sweden

John Lewis, Valeria

da LP John Lewis & Svend Asmussen, European Encounter, 2-3 Giugno 1962 at Como Studio, Stockolm, SwedenGià dedicato una volta ad  Astime
Ridedicato
Perchè?
Così!

Attenzione, caro lettore, a 1 minuto e 24 (1 e 26 dicono i miei pedantissimi ed amatissimi astine e dodo!): ecco perchè John Lewis era anche chiamato “il pianista della nota”.
Puoi prendere in mano ogni singola nota!
E poi guarda la fotografia sopra: ecco come John “guarda” ogni singola nota! Come i bambini intenti ad apprendere.
E’ meraviglioso poter presentificare anche nei dettagli la persona intrecciata al suo essere artista.

A conferma del pianismo della nota di John Lewis ricevo dal pianista jazz Carlo Uboldi:
“Una delle capacità piu’ difficili al mondo è quella di riuscire a “dire” tanto con poche note, e John Lewis era un maestro in questo.
Tutti sappiamo “correre”, ma riuscire a meditare per ogni nota suonata….e ve lo dice un pianista!
Ciao, Carlo U. 

Da questo post, per sentieri e connessioni, sono arrivato ad  un bel profilo dei Modern Jazz Quartet, creati e accuditi per 40 anni dal paziente John:  GeroviJazz sul Modern Jazz Quarte

JOHN LEWIS, Fugue No. 8 – The Invitation To A Slum, In The Bridge Game, Based on J.S. Bach’s “The Well-Tempered Clavier” Book I

mezzanotte del 7 febbraio 2007

Un attimo ancora, amici di blog … 

La sera non è ancora finita…
C’è la musica di mezzanotte.

Questa sera vorrei proporvi il mio musicista jazz più amato. Sì: il più amato.

Per la sua cultura a cavallo fra musica europea e musica americana. Ma anche per la sua bontà, la sua perseveranza, la sua modestia.

Si tratta di  John Lewis.

Pianista che ha vissuto la sua maturità artistica nella seconda metà del ‘900.
Fondatore, costruttore, manutentore dei Modern Jazz Quartet per quarant’anni. Il gruppo più longevo e duraturo del jazz: e tutto per merito suo. Lui era al servizio del gruppo. Mai visto un leader così.
Johnn Lewis è il “pianista della nota”. Quando lo ascolterete vi prego di stare attenti alle singole note: ognuna è scandita per suo conto. E lasciata lì, immobile ed armonica nell’aria. Se presterete a voi stessi questa attenzione le vedrete fluttuare. Una ad una.
E dovreste una volta guardarlo come suona il piano. Troveremo qualche video.
Lo troveremo concentrato e devoto al suo compito artistico.
Tendo alla vecchiaia, come dico spesso, e al Teatro Olimpico di Vicenza l’ho visto ed ascoltato a soli due metri di distanza. Il 29 maggio 1998.
Mi vergogno a dirlo, solo un po’, ma ho pianto. Essere lì, a due passi da un fondatore del jazz era una emozione cui non volevo proprio resistere.

Come prima volta, però non vi faccio sentire il John Lewis del suo pezzo classico, che èDjango.
Ma il John Lewis che assorbe nella struttura stilistica del jazz una fuga di Bach:

Fugue No. 8 The Invitation To A Slum

In The Bridge Game, Based on J.S. Bach’s “The Well-Tempered Clavier” Book I

Fuga nel paradiso.
Attenzione al passaggio del 3°minuto: sentiremo un distillato di swing. Che al 5° minuto e mezzo ci porterà appunto in paradiso. O a quello che vorrei fosse il paradiso.

Buoni sonni con John Lewis. Gli farà piacere accorgersi che ha suonato ancora una volta per noi

 

 

E' morto John Lewis, fondatore del Modern Jazz Quartet

02/04/2001
E’ morto John Lewis, fondatore del Modern Jazz Quartet

Un altro grande del jazz se n’è andato. John Lewis, pianista e fondatore del Modern Jazz Quartet, è morto giovedi scorso all’età di ottant’anni. Era nato a LaGrange, nell’Illinois, nel 1920, ma era cresciuto ad Albuquerque, Nuovo Messico. Era rimasto attivo sino all’ultimo e i tanti appassionati italiani avevano potuto ammirarlo l’estate scorsa a Umbria Jazz, dove aveva presentato una sofisticata, elegante sintesi di musica classica e di tradizione americana, tra Bach e il blues, un set di un’ora di brani brevi, tra cui Django, la splendida Trieste, Two Degrees East, Three Degrees West, insieme a classici come I Remember April, I Loves You Porgy e What Is This Thing Called Love.

Era entrato nel jazz durante gli anni del Secondo Conflitto Mondiale, quando sotto le armi incontrò il batterista Kenny Clarke. Stimolato da Clarke, dopo il congedo dall’esercito si era trasferito a New York, andando a rimpiazzare nientemeno che Thelonious Monk nella band di Dizzy Gillespie. Prima di formare il Modern Jazz Quartet nel 1952, aveva suonato anche con Charlie Parker, Lester Young ed Ella Fitzgerald. Ebbe quindi inizio l’avventura col vibrafonista Milt Jackson (scomparso nel novembre 1999), col bassista Percy Heath e con Kenny Clarke, naturalmente alla batteria. Nasceva così il Modern Jazz Quartet, protagonista di una vicenda partita negli anni Cinquanta e praticamente mai interrottasi sino alla fine dei Novanta.

Nel 1955 Clarke si trasferì a Parigi e fu rimpiazzato da Connie Kay. Da quel momento Kay sarebbe stato il batterista del quartetto sino alla sua morte, avvenuta nel 1994. John Lewis è stato il principale autore e arrangiatore del repertorio del Modern Jazz Quartet, di cui si ricordano soprattutto le già citate Django e Two Degrees East, Three Degrees West. E fu sempre lui a convincere i compagni a indossare eleganti abiti da sera per rafforzare l’immagine del jazz come forma d’arte.

Sebbene il quartetto fosse influenzato pesantemente dalla cultura “classica” di Lewis, non mancò di radicarsi fortemente nel be bop, riservando profonda attenzione all’improvvisazione e a un più sofisticato stile ritmico. “Per me – aveva dichiarato Lewis in un’intervista rilasciata all’Associated Press nel 1999 – l’improvvisazione è uno degli aspetti più eccitanti del fare musica. Non ci sono confini. Se hai abbastanza immaginazione, non ti devi mai ripetere”.

Lo stile pianistico di John Lewis era chiaramente influenzato da Count Basie, ma per esprimersi come solista egli dava molto più peso al silenzio che alle note suonate. Fu quell’approccio che contribuì a fare del Modern Jazz Quartet l’emblema del cool jazz nell’immaginario degli amanti del genere. La lunga carriera non ha impedito ai membri del quartetto di mantenere un percorso individuale. In particolare, John Lewis ha insegnato musica ad Harvard e al City College di New York, oltre ad aver fondato alla fine degli anni Cinquanta la Lenox School of Jazz nel Massachussetts. (p.g.)

(2 aprile 2001)

Pianista, compositore e arrangiatore americano (La Grange, Illinois, 3-5-1920).

Cresce ad Albuquerque (New Mexico), dove studia musica e antropologia e impara a suonare il piano. Ma sarà solo dopo il servizio militare, durante il quale conosce Kenny Clarke, che diverrà musicista professionista. Su suggerimento di Clarke, Gillespie lo ingaggia nella sua big band (1946-48), dove succede a Thelonious Monk. Per Gillespie compone Toccata For Trumpet, che sarà eseguita alla Carnegie Hall (1947). Tournée in Europa con la big band (come pianista e arrangiatore di qualche brano); Clarke e Lewis si fermano un pò di tempo a Parigi, dove il pianista prende qualche lezione da Germaine Tailleferre e collabora con Tony Proteau

Negli Stati Uniti suona con Charlie Parker (1947, 1948), Illinois Jacquet (1948-49), il nonetto di Miles Davis (che interpreta due suoi arrangiamenti: Rouge e Move), Lester Young (1950-51); partecipa a incisioni di J.J. Johnson, Zoot Sims, King Pleasure e, nel 1951, comincia a esibirsi con il Milt Jackson Quartet, completato da Ray Brown, Percy Heath e Kenny Clarke e che diventerà, sotto la sua direzione musicale, il Modern jazz Quartet. Nel 1955 Connie Kay rimpiazza Clarke, ma la formula e l’organico del gruppo resteranno invariati fino al 1988. Oltre che col MJQ, Lewis si esibisce e registra sempre come pianista, in trio, ma talora avvalendosi di una formazione classica. Uno dei principali iniziatori, insieme a Gunther Schuller, della Third Stream, verso la metà degli anni ’50, partecipa alla fondazione della Jazz And CIassical Music Society, e della Orchestra USA (1962-66), due orchestre dall’organico variabile ma che hanno in comune la caratteristica di essere composte da musicisti indifferentemente capaci di suonare jazz e di leggere una partitura classica. Sempre più attratto dall’insegnamento, organizza a Lenox (Massachusetts) una scuola estiva di jazz. È anche consulente musicale del Festival di Monterey (1958-82). Sciolto il MJQ nel 1974, nel 1977 accetta un incarico di insegnamento al New York City College. Da questo momento inizia ad accumulare una serie di titoli accademici conferitigli da varie università e conservatori. Nel 1981, si rimette alla guida del quartetto e contemporaneamente comincia a incidere una serie di capolavori del repertorio pianistico classico (come il Clavicembalo ben temperato di J.S. Bach, conseguenza logica di “Blues On Bach” che aveva registrato nel 1974.Accompagnatore molto richiesto, ha inciso anche con Ben Webster, Charles Mingus, Clifford Brown, Coleman Hawkins, Dave Lamb
ert, Sonny Rollins, Stan Getz e Sonny Stitt (con Gillespie) e, mostrandosi eccenzionalmente aperto a incontri ed esperimenti, con Barney Wilen e Sacha Distel (1956), Albert Mangelsdorff (1962), Helen Merrill (1976), in duo con Christian Escoudé (1978), Hank Jones (1979).

Pianista della nota (la definizione è di Jacques Réda), secondo una logica dello staccato e un minimalismo efficace alla Count Basie (dietro il quale s’intravvede l’ombra di Thelonious Monk), John Lewis è prima di tutto, sia come arrangiatore che come strumentista, un grande- stilista, nell’ambito del MJQ s’intende, ma anche all’esterno di esso, al punto che anche quando suona da solo non si riesce a immaginarIo separato da quel contesto. Questo innamorato maniaco, questo sognatore accanito Della forma precisa, perfetta, scolpita nella luce e nel silenzio, scintilla delicata che sprizza, brilla e ondeggia un istante tra cielo e terra, è al tempo stesso, il che non guasta affatto, un delicato improvvisatore, dotato di notevole swing, più preso dal malinconico tormento del blues che dai preziosismi barocchi che servono da sfondo – da trompe-l’oeil – alle sue feste eleganti. Puntiglioso e incisivo, scarno e levigato, lo stile di John Lewis, con quella sua arte di ricamare eleganti trine melodiche in cui i vuoti predominano sui pieni, è uno dei più stimolanti che esistano, sferzante e in fondo irriverente, dietro l’apparenza di una finezza squisita e quasi caricaturale, di un’estrema civiltà, di un’immensa eleganza. Ma si badi: la leggerezza e la grazia, in questo caso, non sono virtù tranquille, ma segni di un’effervescenza irresistibile. – P.C. & J.-L.C.

Oltre a tutti i dischi del MJQ:

  • ‘Round About Midnight (D. Gillespie, 1948)

  • Rouge (M. Davis, 1949)

  • Neenah (L. Young, 1951)

  • Swedish Schnapps (C. Parker, 1951)

  • Two Degrees East, Three Degrees West (1958)

  • Improvised Meditations & Excursions (1959)

  • Delaunay’s Dilemma (1960)

  • An Evening With Two Grand Pianos (con H. Jones, 1979)

  • That SIavic Smile (1982)

  • J.S. Bach Preludes And Fugues (1984).



Di lui ho anche due ricordi personali, inscritti nella mia memoria biografica.

Il 29 maggio del 1998 lo abbiamo visto suonare, a due metri di distanza, al Teatro Olimpico di Vicenza.

Mi sono commosso fino alle lacrime a sentirmi così vicino ad uno dei fondatori di un genere interno della musica jazz.

Gigantaggiava sul palco. Guardava il pubblico timidamente. Mettendosi al suo servizio. Piano solo. Pochi foglietti e poi a cesellare le note in quell’ambiente straordinario.

Riuscii anche ad ottenere il suo autografo:

La stessa sera suonò anche Richard Galliano con Jean Luc Capon, che poi ri-incontrammo il giorno dopo per le vie di Vicenza. Mai potrò dimenticare Come Capon si guardava intorno al Teatro Olimpico. Consapevole di essere in un luogo mitico.

Poi lo rivedemmo (questa volta più da lontano) e risentimmo all’Umbria Jazz del 2000.

Qui riporto le annotazioni di Luciana:

Cosa potrei desiderare di più dalla vita, avendo potuto fare questa esperienza?


Le mie Antologie musicali

Umbria Jazz, Perugia, Luglio 2000

10 luglio 2000

Teatro Morlacchi, Umbria Jazz, per John Lewis

Dear John,
on next Monday and Tuesday I will be among the spectators of the theatre Morlacchi in Perugia to listen to your notes.
I’m sure I will be moved and amazed, as ever.
I hope that these few words can reach you; they want to thank you for all your music that is accompanying the nicest moments of my life.
Thank you again for your Music and for having create, played, organized it for all of us.

See you soon.
Paolo

Caro John,

lunedì e martedì sarò tra il pubblico ad ascoltare le sue note, al teatro Morlacchi di Perugia .

Sarò commosso ed ammirato come sempre.

Spero che le possano arrivare queste mie parole di ringraziamento per tutta la sua musica che accompagna i momenti più belli della mia vita.

Grazie per averla creata, suonata, organizzata per tutti noi

Paolo

GIORNI A PERUGIA. 13 – 18 luglio 2000

punti di appoggio: Hotel Signa; trattoria vecchia Perusia; per cene serali, prima del cinema, trattoria Il Gufo; quartiere preferito: Via della Viola; passeggiata: via dei Priori; vecchia latteria in via Baglioni; Luoghi magici: via Appia; che interseca via Acquedotto, la chiesa tonda S. Francesco. E altro ancora: basta camminare per le vie

20 ore di concerti!

Keith Jarrett: dottor Jeckill che diventa Mr Hyde a contatto fisico con la musica

John Lewis, il grande musicista buono che onora il jazz con le sue note essenziali

Winton Marsalis, che mette assieme intelligenza organizzativa e swing irresistibile. Una tromba che ricorda Louis Armstrong

il poeta della tastiera Pieranunzi, con il fauno Mirabassi

Il folletto Roy Haynes che a 75 anni scalda il parco del frontone con il giovane Danilo Perez che lo onora

il gentilissimo Eric Reed, al round midnight al Rosetta

la fascinosa e ombrosa Patricia Barber

le conchiglie di Steve Turre per la sua musica speciale

le mani sulla tastiera di Jacky Terrasson

e …

Giorni indimenticabili. Veramente una esperienza unica, che sembra irripetibile nella sua perfezione.