West End Blues, di Louis Armstrong

Ho cominciato ad ascoltare musica jazz fin da molto piccolo, agli inizi degli anni ‘50. Ho un ricordo vaghissimo di quando, probabilmente a tre anni o giù di lì, i miei genitori mi facevano imitare la voce di Louis Armstrong, che evidentemente mi aveva colpito molto. Quando avevano qualche ospite, venivo messo nel mezzo del “tinello marron” (come direbbe Paolo Conte) e mi esibivo in qualche suono gutturale, che oggi vorrei che qualcuno avesse registrato. Si rideva molto, mi sembra, a quelle esibizioni.
Il fatto è che mio padre era un forte appassionato della musica jazz. Mia madre no. Mia madre era fra quelle di cui dice il pluricitato Paolo Conte:  “
Le donne odiavano il jazz, non si capisce il motivo” Mio padre era stato prigioniero degli americani a Napoli e nel 1945, a guerra finita, aveva attraversato l’Italia per tornare al nord con un baule di dischi  che allora si chiamavano i “V-disc”  (era una serie pubblicata dalla Victory che nel 1942 sbarcarono nel nostro Paese insieme alle truppe americane: Duke Ellington, Glenn Miller, il giovane Frank Sinatra, Ella Fitzgerald,  i fratelli Dorsey, ovviamente Louis Armstrong … ). Per anni li vidi sentiti, curati, accuditi e conservati in una cassapanca di legno. Poi c’è un vuoto di memoria, se non un vago ricordo di alcuni pezzi del pianista Art Tatum, ascoltati “abusivamente”, di pomeriggio quando avevo forse 10 o 11 anni. Anche qui: ho un ricordo indelebile di qualche pezzo di questo sublime pianista cieco che avrebbe voluto fare il concertista classico. La settimana scorsa l’Espresso ha pubblicato una sua antologia: chiedetela alla vostra edicola, nel caso avesse degli arretrati. E’ oro zecchino.
Il fatto è che mio padre mi ha sempre impedito l’accesso alla sua discoteca, in pratica per quarant’anni. Non era il “padre morbido” delle generazioni degli figli degli anni ’60 e successivi. I dischi non si toccano e basta.
Potei mettere le mani sulla sua possente discoteca solo nel 1989, alla sua morte. E quella discoteca rimane ancora oggi il più potente simbolo della linea paterna della mia vita. Non molto stranamente, mio padre è più presente nella mia vita simbolica di quanto lo sia stato nella vita reale. Non ho quasi bisogno di andarlo a trovare al cimitero: mi basta scorrere le copertine dei 33 giri per ritrovarlo nei suoi gusti,  scelte, passioni.
Da quell’anno ascolto musica jazz. “Anche” musica jazz dovrei dire, perché non sono un fanatico monogenere: soddisfa la mia mente musicale anche il pop/rock di classe, come pure (non inorridite) la musica new age, in questo caso seguendo le argentee istruzioni di Piero Scaruffi (e se non sapete chi è Piero Scaruffi, cliccate qui a fianco: la più grande documentazione musicale del mondo curata da una persona sola)
Ma come può essere definito il jazz? Per addentrarmi nelle pochissime chiavi che consentono di provare ad apprezzarlo conviene consultare un jazzofilo tedesco, che aiuta a farlo in modo semplice e magistrale (perché i buoni maestri sono sempre semplici):
“II jazz è un modo artistico di suonare la musica nato negli Stati Uniti dal­l’incontro del nero con la musica europea. Lo strumentale, la melodia e l’ar­monia del jazz nascono prevalentemente dalla tradizione musicale occidentale. Il ritmo, il modo di fraseggiare e la formazione del suono nonché certi elemen­ti dell’armonia del blues nascono dalla musica africana e dalla sensibilità mu­sicale del nero americano. Il jazz si differenzia dalla musica europea per i se­guenti tre elementi fondamentali:
1. Per un rapporto particolare con il tempo che viene indicato con la parola «swing».                                                                                           
2. Per una spontaneità e una vitalità della produzione musicale in cui l’im­provvisazione riveste importanza.
3 Per una formazione del suono e per un modo di fraseggiare in cui si riflet­tel’ individualità del jazzista esecutore.
Questi tre elementi fondamentali creano un nuovo tipo di rapporto di tensio­ne in cui non sono più importanti — come nella musica europea — i grandi archi tensionali, ma una quantità di piccoli elementi tensionali che creano in­tensità, che vengono continuamente costruiti e poi distrutti. I diversi stili e le diverse fasi dell’evoluzione attraverso i quali è passata la musica jazz dalla sua nascita intorno all’inizio del secolo a tutt’oggi, diventano una parte essenziale per il fatto che ai tre elementi fondamentali di volta in volta viene attribuita un importanza diversa e il rapporto fra loro muta continuamente.
In questa definizione è compreso prima di tutto il fatto che il jazz è nato da un incontro fra «nero» e «bianco», e che quindi non potrebbe esistere né come un dato di fatto esclusivamente africano, né come un dato di fatto esclusivamente europeo. ….  La tipica formazione del suono di jazz è in larga misura una creazione dei neri, ma tuttavia nella musica jazz vi è una quantità di suoni vocali e strumentali che sono presenti anche nella musica europea
Joachim Ernst Berendt, Il nuovo libro del jazz: dal New Orleans al jazz rock, Vallardi 1986, p. 436-437
Perché questa lunghetta introduzione biografica ed esplicativa?
Perché la traccia di mezzanotte di oggi è il 
suono della tromba di Louis Armstrong in “West and Blues “ del 1928.  Per molti storici – e comunque per me – questo pezzo rappresenta la nascita del jazz moderno. E’ come se in quell’istante Armstrong avesse  indicato la strada su cui tutti, proprio tutti, compreso Miles Davis,  dopo hanno camminato:

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