… Non sono introduzioni storiche, che meccanicamente elenchino nomi, luoghi, date; piuttosto, descrizioni soggettive, “fallaciane”, di una personalità, un carattere, un individuo, che immediatamente ci immergono nell’atmosfera dell’intervista, e del modo in cui verrà condotta. Già da esse capiamo che Walesa faceva bene a porre quella condizione. Di rado i dialoghi con la Fallaci erano dei semplici colloqui: quasi sempre erano degli scontri di ideologie, di credenze, non di rado di civiltà. A volte si rischiava persino di farsi male.Perchè la Fallaci non si limitava, non poteva farlo, a rendere se stessa la cassa di risonanza delle dichiarazioni dell’intervistato. Non si curava affatto di quanto potente o temibile fosse la persona che le stava di fronte: ogni parola veniva vagliata, criticata, messa in discussione, a volte fatta a pezzi, o sbattuta a terra con sdegno. Proprio come era accaduto nel settembre 1979 in Iran, con l’odiato chador che Oriana era stata costretta a indossare, di fronte ad un esterrefatto Khomeini; episodio leggendario nella carriera giornalistica della Fallaci, e ricordato con un misto di ammirazione e timore da parte di alcuni dei protagonisti di queste interviste. Ad una giornalista come Oriana Fallaci non poteva interessare ingraziarsi i potenti; ciò che le interessava era invece cercare di comprendere i meccanismi, le ambiguità, le folli ironie di quella bestia onnivora che chiamiamo Potere …
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Oriana Fallaci intervista il Potere. Memorie di grande giornalismo | Il Recensore.com
