È arrivato il momento di rottamare i sessantottini | di Riccardo Puglisi in Linkiesta, 21 agosto 2013

È arrivato il momento di rottamare i sessantottini

I dati mostrano che la generazione del ’68 ha avuto più di tutte le altre senza lasciare nulla

di Riccardo Puglisi

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la generazione che occupava le università (e le scuole) per ottenere il “18 politico” (e il “6 politico”) sembra cavarsela piuttosto bene ai giorni nostri dal punto di vista del reddito, anzi sempre meglio. Per chi non lo sapesse, nel 1968 gli studenti e attivisti politici che protestavano contro l’autoritarismo e il classismo dell’università italiana per qualche mese ottennero in alcune facoltà gli esami collettivi (uno studente rispondeva alle domande del professore ottenendo un voto valido per tutto il gruppo) e il 18 politico, cioè la garanzia di un voto sufficiente per motivi politici.   …. come si può chiedere di implementare la meritocrazia a chi era più o meno a favore degli esami collettivi e dell’uguaglianza a favore dell’uguaglianza dei punti di arrivo?

Nomi non ignoti. Tra i marxisti-leninisti militavano Aldo Brandirali, Renato Mannheimer, Antonio Pennacchi, Antonio Polito, Barbara Pollastrini, Linda Lanzillotta e Michele Santoro.

Dentro Lotta Continua potevi trovare Adriano Sofri, Marco Boato, Enrico Deaglio, Paolo Liguori, Luigi Manconi, Gad Lerner, Toni Capuozzo e Giampiero Mughini.

Infine, Potere Operaio annoverava tra le sue file Toni Negri, Massimo Cacciari, Francesco “Pancho” Pardi, Gaetano Pecorella, Paolo Mieli e Ritanna Armeni.

straordinaria capacità delle  élite del movimento sessantottino di raggiungere velocemente posizioni di potere in ambienti che spaziano da quello accademico a quello giornalistico e quello politico. Chiaramente questa scalata delle gerarchie è avvenuta con metodi sostanzialmente diversi dalla cooptazione e/o dalla selezione intelligente: l’idea era esattamente quella di prendersi il potere per creare un “mondo migliore”.

questo stratagemma di usare belle idee rivoluzionarie per prendere il potere -e una quota sostanziosa del reddito nazionale- ha tolto alle generazioni successive il fascino della politica come strumento per realizzare cose buone e concrete

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