PER ANTONIO SPALLINO. LA CAPACITÀ DI “GUARDARE LONTANO”
Un personaggio ricco e complesso, Antonio Spallino: un personaggio poliedrico, polýtropos, versutus, dalle molteplici applicazioni e competenze in ambiti diversi e apparentemente contrastanti, in ognuno dei quali è stato capace di far tesoro dell’esperienza acquisita riversandovela e armonizzandola.
Versatile, insomma: amministratore, politico, sportivo, dirigente, pubblicista, bibliofilo.
Duttile e multiforme, “problematico”, nel senso che intendeva lo studioso György Lukàcs, ossia di individuo diretto da un ideale che è per lui esperienza autenticamente vissuta e come tale si tramuta in investimento di sé e in ricerca della sua conciliazione con la realtà concreta e sociale, da essa ammaestrato e ogni volta determinato a rimettersi in gioco e in cammino rivendicando il diritto di aspirare alla soddisfazione del suo bisogno di esistere nelle cose e oltre le cose.
Un uomo con la capacità di “guardare lontano”, aiutando gli altri, la Città, a farlo, come dice rispondendo a un’intervista rilasciata nel ’97 al giornalista della “Provincia” Bruno Profazio. “Guardare lontano”: come non sorprendersi a pensare a quanto diceva un altro grande Comasco, il più illustre dell’antichità, Plinio il Vecchio, il quale, parlando delle gru, aveva detto che volant ad prospiciendum alte (“volano alto per guardare lontano”), metafora quanto mai convincente ed efficace per definire, nella vita non meno che nella politica, anche l’atteggiamento sia di chi guida, che di chi segue? Tanto più se, con Plinio, si riconosce al capobranco la capacità, erecto collo providet ac praedicit (“col collo eretto scruta e avverte”), di guardare a testa alta gli orizzonti delle attese e delle responsabilità collettive.
Con in più il dono di aver coltivato e trasmesso un patrimonio di memorie, suo e di un’intera generazione, per mezzo della scrittura, lasciando trasparire attraverso la sua filigrana la dote di talenti ricevuti e posti a frutto e tali da comunicare agli altri la forza e ricchezza del suo stesso sistema valoriale: una sorta di apprendistato e trasmissione di saperi, insomma, nel costante tentativo di equilibrare interiorità e mondo, contemplazione e azione, non diversamente da quanto Lukàcs diceva del goethiano Wilhelm Meister.
E torniamo, è necessario, alla domanda iniziale: quale di questi aspetti esprime meglio la pienezza della sua personalità? su quale suo versante fare maggior agio e affidamento, per stilare un giudizio convenientemente obiettivo? a quale di queste sue diverse passioni e competenze? E la risposta è ancora sempre la stessa: è nella globalità e integralità del personaggio che va individuata la sua cifra peculiare, fermo restando che l’investimento delle diverse prerogative sarà guidato dalla coscienza del cristiano di un continuo appressamento a un ideale di giustizia e di perfezione sempre irraggiungibile.
Ecco, è proprio l’aggettivo polýtropos quello che meglio condensa il personaggio: uno che “molto ha viaggiato e conosciuto”, uno che ha attraversato e praticato esperienze e territori innumerevoli, metaforicamente e fisicamente, sempre con la mente e col cuore, con perfetta ed essenziale padronanza, tentando di bilanciare e far corrispondere gesti e pensieri, comportamenti esteriori e intimo sentire, secondo il monito platonico già in apertura ricordato.
Con la vita e la scrittura, come si è visto, si è rivelato in grado di porsi a fronte alta dinanzi a luoghi comuni e pregiudizi, restando sempre fedele a una propria riconoscibile cifra esistenziale, intellettuale e soprattutto morale, che si può pressappoco riassumere e condensare così: una visione illuministico-cristiana della vita, di un illuminismo generoso e aperto a una franca intelligenza delle cose. Ma più ancora e soprattutto corroborato da una serena fede fondata sui valori essenziali della vita, quelli che sostengono a livello intimo e privato e sono non meno necessari nella vita pubblica: volontà di capire per incidere e cambiare, con competenza tecnica e sensibilità sociale, in una prospettiva trascendente, cercando di conciliare realismo a utopia, senza comunque farsi illusioni sui risultati del suo impegno, consapevole com’è dell’arditezza della sua sfida e rispettoso della qualità dei suoi interlocutori.
Più disingannato che rinsavito, al pari del Didimo foscoliano, Spallino, pur ancora nell’apparenza di uno “dolcemente invalido ad affrontare il mondo”, o se si preferisce con l’habitus di chi “educato alla libertà” sa rispettare i tempi e i modi degli altri, continua a guardare a persone e situazioni con l’occhio fermo di chi molto ha conosciuto e sperimentato e che per questo è attento a dosare sempre parole e comportamenti in modo che da essi traspaia la sua “pazienza” di cristiano, la sua capacità di guardare all’hic et nunc, alla Civitas terrena non meno che “alla Città futura atemporale”, saldamente con i piedi per terra, seppure proteso verso la promessa di un Messaggio che “ha in sé una infinita e indecifrabile capacità di salvezza”.
VINCENZO GUARRACINO
