Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 7 agosto 2006
Lo straniero, in tempi di grandi migrazioni, di turismo e globalizzazione, è protagonista dei dibattiti. Che tendono spesso a semplificarsi, ad irrigidirsi, e diventare stereotipi. Si è pro, o contro lo straniero. Un’ideologia impone di accettarlo sempre, un’altra di ricacciarlo. Ma chi è lo straniero? I nostri antenati greci, che in fatto di Stato se ne intendevano, distinguevano. Per esempio l’individuo che parlava dialetto ellenico era veramente straniero xenos, il cui nome rimanda addirittura a Zeus, dio, e doveva essere accolto in casa. Quando però manca ogni elemento di comunanza, di intimità, quando la lingua ed i costumi sono proprio diversi, com’è sempre più spesso nella latinità, occorre verificare se l’altro può essere davvero un ospite (hospes), o se non sia piuttosto un nemico (hostis), qualcuno da sottoporre a prove, prima di concedergli accoglienza, e soprattutto cittadinanza.
Lo straniero nello Stato, come nella famiglia, ci mette a confronto con due principi opposti. Da una parte quello dello sviluppo, di cui egli è potenziale portatore. Occorre far entrare qualcuno estraneo al clan familiare perché la discendenza diventi più forte; i matrimoni tra consanguinei sfiniscono il gruppo. L’altro principio, col quale l’arrivo dello straniero ci confronta, è quello della coesione: quanti stranieri, e di che tipo, il gruppo può accogliere senza perdere la propria identità e la propria speranza di crescita? E’ per rispondere a queste esigenze che greci e latini non davano risposte ideologiche, ma guardavano con attenzione: chi è quello straniero, da dove viene, come si comporta con i nostri dei? E’ per non aver badato a queste questioni che l’Olanda sarà entro pochi decenni una nazione a maggioranza islamica, e che i giovani autoctoni emigrano altrove.
La questione non è, naturalmente, solo politico-sociale, ma anche psicologica.Lo straniero, l’altro, il diverso, è una delle grandi figure che muovono la dinamica della nostra personalità. Da come riusciamo ad affrontarla dipenderà se la nostra sarà una personalità forte ed in continua crescita, o sclerotica e ripiegata su se stessa; o ancora una personalità dai molti volti e tendenzialmente anarchica, incapace di dare coerenza e direzione al suo sviluppo. L’altro dentro di noi, che spesso compare nei nostri sogni proprio con le sembianze dello straniero, rappresenta dei contenuti potenziali della personalità che a volte possiamo integrare, ma a condizione di cambiare qualcosa delle nostre abitudini, delle nostre idee. E che, una volta accolti, ci consentiranno di fare nuove cose, affrontare nuove sfide, con più energie.
A volte però questi contenuti della nostra Ombra psicologica non sono integrabili nella personalità, senza metterla a rischio di dissoluzione, esplosione e distruzione. L’attenzione educativa, nella ricca e delicata fase dell’adolescenza, dovrebbe essere dedicata in gran parte proprio ad aiutare il giovane a distinguere tra ciò che dovrà integrare, rinunciando in parte alla sue comode abitudini e certezze, e ciò che dovrà comunque trasformare profondamente, per poterci convivere, o cui dovrà rinunciare del tutto, consapevolmente, come occorre fare con ciò che non si può avere, a rischio della vita.
E’ necessario che, davanti alla forte immagine dello Straniero, il dibattito politico, rinunci allo stile superficiale del sistema delle comunicazioni e dei consumi (immagini, slogan, propaganda, tutto in una logica di breve periodo, come la campagna di lancio di un prodotto), perché quell’immagine può travolgere facilmente. Lo Stato, come la personalità.
Intenso, sotto il profilo biografico, anche questo ritratto estivo. Risé: nelle Dolomiti le tracce del Mistero
Lo straniero fuori e dentro di me | Tracce e Sentieri, 5 Agosto 2004 – 8 Novembre 2011.

