Emanuele Severino, Patibolo: le tesi deboli, da Corriere della Sera del 5 gennaio 2007, pag. 1

Non ho voluto stare fuori dalla discussione sulla pena di morte applicata ad un dittatore – sterminatore in questa recente transizione di fine ed inizio anno. Forse avrei dovuto preferire il silenzio. Preferisco avere amici, sia pure di rete, piuttosto che antipatizzanti. Ma ritengo che rivelarsi in occasione di eventi cruciali, sia un dovere intellettuale.

Paolo Ferrario

Ho argomentato su tre fili di pensiero: stiamo parlando di crimini verso l’umanità eseguiti da un capo di stato che perseguiva attivamente una terza guerra mondiale globalizzata; stiamo parlando di una procedura a suo modo giuridica (intendo all’interno di un contesto in cui la religione domina la politica) da inquadrare nelle cosiddette situazioni estreme.

La mia personale opinione è di favore alla applicazione della pena di morte in queste situazioni estreme, soprattutto quando si mette a rischio la sopravvivenza degli stati e dei popoli (mi riferisco, in particolare ad Israele). La guerra ingaggiata dagli arabi di Al-Qaida e dagli stati canaglia a partire dalle torri gemelle, a passare per Madrid e Londra e a finire con i progetti di testate atomiche del capo di stato iraniano è in atto. Cassandra – Fallaci ha avvertito. Io ho tentato di accorgermene. Chiamo questa situazione:legittima difesa.

Varie correnti della opinione pubblica italiana, di destra e di sinistra, vanno nella direzione opposta. Bella classe politica!

Non capisco come si possa applicare in astratto il codice morale e quello del diritto senza tenere conto della specifica situazione (situazione estrema di legittima difesa), ma il dato socio-culturale è questo. Ma non per questo cambio opinione. E tuttavia cerco qualche flebile conferma, soprattutto se alimentata da un pensiero spesso e solido.

Oggi ritorno sull’argomento perché è intervenuto il professor Emanuele Severino a Otto e Mezzo del 10 gennaio 2007.

Ubi maior minor cessat”.

Sono davvero molto minor in rapporto a questo maestro della  stragrande maggioranza dei filosofi italiani diventati maître à penser di quotidiani, riviste, televisioni.

E così sono rimasto molto colpito dalla sua analisi, espressa con formidabile metodo argomentativo.

Severino è personalmente contro la pena di morte (opinione) ma usa forti criteri interpretativi per confutare la contrarietà assoluta (e quindi non relativa al contesto storico entro cui si manifesta) all’utilizzo di questo strumento massimo ed estremo.


Emanuele Severino, Patibolo: le tesi deboli, da Corriere della Sera del 5 gennaio 2007, pag. 1

Gli argomenti relativi alla pena di morte sono de­boli — e dei sostenitori e degli avversari. A suo tem­po avevo mostrato la de­bolezza degli argomenti con cui si sostiene il carat­tere già umano dell’em­brione.

Molti hanno creduto che affermassi la liceità della sua soppressione. Ma dire che un’automobi­le ha un motore poco funzionante non significa esse­re favorevoli alla soppres­sione della circolazione au­tomobilistica. Richiaman­do ora il difettoso funzio­namento delle tesi contra­rie alla pena di morte, mi auguro che non si equivo­chi ancora, considerando­mi sostenitore di essa.


Emotivamente mi ripugna. Ma, delle emozioni, non ci si deve fidare troppo.


Il mondo è in guerra. Non esiste un diritto internazio­nale capace di infliggere sanzioni efficaci. La fame pro­duce milioni di morti; l’incremento demografico ne au­menta il numero; si appresta ad aumentarlo in modo ancor più consistente la forma di produzione e di uso della ricchezza che sta distruggendo la terra. Gli Stati si sentono insicuri: o perché gravati dalla povertà, o per­ché timorosi di perdere i loro privilegi. Quando il mare è in tempesta il capitano della nave diventa intransigente con l’equipaggio. Più il mondo è pericoloso, più la sicu­rezza è ottenuta dall’aumento degli strumenti repressivi e dalla limitazione della democrazia.


Chiedendo l’abolizione della pena di morte si va dun­que contro corrente. Quando non ci si mette d’accordo, non rimane altro, per sopravvivere, che la guerra, l’omi­cidio di massa. Raro che chi perde non venga eliminato e che quindi non si usi la pena capitale. Questo, lo sfondo scontato — dell’esecuzione di Saddam Hussein. Da esso non si può prescindere, se si vuoi discutere la pena capitale. Che dunque non è e non è mai stata un fenome­no semplicemente giudiziario. Una moratoria universa­le contro la guerra occorrerebbe dunque innanzitutto? Un sogno. Non sarebbe un sogno solo se, anche nell’inte­resse dei ricchi, si incominciasse a ridurre l’enorme di­stanza che li divide dai poveri.


Nel 1791 Robespierre sostiene che a differenza dell’in­dividuo, che per legittima difesa può uccidere, lo Stato non ha questa necessità perché può difendersi in altri modi. (È l’argomento principale col quale la Chiesa ha preso recentemente le distanze dalla sua accettazione in linea di principio della pena capitale). Ma appena due anni dopo Robespierre sostiene che Luigi XVI meriti la morte. Si convince che lo Stato rivoluzionario sta corren­do pericoli troppo gravi: devono essere affrontati con tutti i mezzi, anche con la pena di morte — che anche lui, come già prima Beccaria, non aveva considerato come la più efficace. Anche qui, la comprensione giuridica del­la pena capitale è determinata dal contesto politico.


Sin dall’inizio della nostra civiltà si afferma il princi­pio che «il tutto è prima delle parti» e che quindi la totali­tà in cui consiste lo Stato vien prima degli individui che ne fan parte. Vien prima, lo Stato, anche nel senso che


tra la sua vita e quella dell’individuo è quest’ultima a dover esser soppressa quando metta in pericolo lo Stato. «Lodevole e salutare», dice san Tommaso, questa sop­pressione. In linea di principio questa è ancora oggi la posizione della Chiesa cattolica. Essa tien fermo il modo in cui la tradizione filosofica intende il rapporto tra il tutto e le parti e vede in Dio, e solo in Dio, il padrone di tutte le creature e della vita umana.


Nella seconda metà del 700 la lotta di Cesare Beccaria per l’abolizione della pena di morte ha risonanza mondiale. Ancor oggi è un fondamentale punto di riferi­mento degli «abolizionisti». Rispetto alla tradizione cri­stiana 1’«illuminismo» di Beccaria è ambiguo. Da un la­to, per lui come per ogni «contrattualista», lo Stato non vien più prima degli individui, ma sono gli individui a dar vita allo Stato mediante un «patto sociale». Per ga­rantire la propria sopravvivenza essi cedono allo Stato — con un «contratto», appunto — una parte dei loro diritti, tra cui quello di farsi giustizia da soli. Dall’altro lato, Beccaria mantiene il principio della tradizione cri­stiana che l’uomo non è padrone della propria vita, «non è padrone di uccidersi», e quindi non può cedere allo Stato o ad altri la facoltà di ucciderlo. Per Beccaria la pena di morte è quindi in contrasto col patto sociale.


Rousseau aveva già mostrato che tale contrasto non sussiste; ma, quel che più conta, l’argomento di Beccaria presuppone l’intera e gigantesca costruzione filosofico-teologica elaborata dalla tradizione occidentale, che già l’illuminismo, pur appartenendole, incomincia a mettere in crisi. Si può allora comprendere perché Beccaria abbia affiancato, a questa sua prima critica, una secon­da, in cui sostiene che la pena di morte è meno temibile, per il delinquente, della reclusione a vita. Gli «abolizioni­sti» considerano questo principio o vero o probabile.


Conduce però a un paradosso che provo a indicare così: se la morte non è la pena più temuta da chi compie il massimo dei delitti, cioè l’omicidio, ne viene che la morte è una delle pene che sono più adatte a punire i delitti minori. A questo punto, infatti, non si può replica­re che no, che la pena di morte non deve essere mai inflit-ta. Non si può replicare così, proprio perché, con quella sua seconda argomentazione, Beccaria intende dimostra­re che la pena capitale non deve essere mai inflitta, e quindi non si può presupporre come vero ciò che egli si propone appunto di dimostrare. Ossia non si può repli­care in quel modo, quando ci si trova di fronte al para­dosso che se la pena di morte non è la più temibile pei punire i delitti maggiori, allora essa resta a disposizione ed è tra le più adatte per punire quelli minori.


Già nella «Dichiarazione di Stoccolma» dell’I 1 di­cembre del 1977 Amnesty International dichiara: «Non è mai stato provato che la pena capitale svolga una parti­colare azione deterrente». È la tesi di Beccaria espressa con più cautela, perché egli considera invece provata proprio l’inesistenza di quella deterrenza particolare L’azione meritoria di Amnesty International è conforta­ta dal fatto che la gran mole di indagini statistiche da essa promosse non conferma la maggiore deterrenza del­la pena di morte.


Ma, osservo, in quasi tutte le indagini statistiche dove viene accertata un’opinione maggioritaria è accertata anche quella minoritaria e cioè, in questo caso, che esiste una minoranza per la quale la pena di morte è la più temibile. Il (o un) motivo per cui Amnesty e molti «aboli­zionisti» vogliono eliminare tale pena è che essa, per la maggioranza, non risulta la più deterrente, e quindi la sua esistenza è inutile. Ma, allora, perché non tener con­to della minoranza che invece afferma quella superiore deterrenza della pena capitale? Dunque, per esercitare tale deterrenza, sia pure in un numero minore di casi, la pena capitale dovrebbe rimanere.


L’orrore dell’uomo per la morte (che nessuna statisti­ca può portare alla luce nel suo autentico significato) e per il suo presentarsi come pena inflitta dallo Stato di diritto merita argomenti più forti.

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