Nelle religioni tendo a distinguere i simboli, di cui sono espressione, dalla dogmatica o dalla precettistica che si portano dietro.
Nello stesso tempo faccio il possibile per distinguere anche fra le religioni. Giudico pericolosa e disumana la religione musulmana, che nasce dalla guerra e che aspira alla sopraffazione. Mentre resto psicologicamente ammirato dalla figura di Gesù detto il Cristo, in quanto mi parla di un Dio che nasce da donna e che si fa uomo e muore (urlando il suo senso di abbandono) per annunciare la possibilità della Resurrezione. Che interpreto come faccenda esclusivamente personale e terrena. Senza negarmi l’illusione di una possibile altra vita ultra-terrena, ma ritenendola estremamente improbabile.
In questa prospettiva sono anche lontano sia dal nervoso ed invidioso laicismo dei professionisti della laicità, sia dal prepotente senso di superiorità morale che invade la cultura cattolica su temi quotidiani come il sesso e la famiglia o su questioni comportamentali di etica e bioetica.
Essendo un felice essere inutile (più passa il tempo e più mi diverte la mia inutilità esistenziale, la mia infinita piccolezza) sono stato estremamente colpito dal fatto che anche un gigante come Carl Gustav Jung, alla fine della sua vita, era arrivato alle stesse conclusioni.
Ubi maior minor cessat. Tuttavia certe coincidenze fanno piacere.
In una lettera scritta nel 1960 all’età di 85 anni così Jung argomentava con un cattolico che lo aveva aspramente criticato per il suo straordinario scritto su Giobbe (1):
“il mio volumetto non si interessa per nulla a ciò che Lei o io pensiamo di Dio, ma solo e con tutta modestia a quello che la storia dei simboli ha da dire al riguardo.
… mi occupo delle rappresentazioni antropomorfiche della divinità e sguazzo nella melma del fondo del mare. Questa melma è però l’animo umano, com’è già da molte migliaia di anni. Come medico mi occupo delle sofferenze del mondo e delle loro cause … ma Lei è un cristiano felice, ben superiore al fondo melmoso, esultante nella Sua straordinaria affermazione che Dio è amore, alla quale nessuno presta ascolto. Lei bada così poco alla “melma” da non notare neppure di cosa mi occupo … Non posso condividere il Suo arrogante rifiuto della follia umana. La Sua prerogativa è di non interessarsi all’uomo, ma al suo amore, che, come Lei dice, è Dio.
… Il cristiano felice ci dice come dovrebbero andare le cose, ma evita volutamente di lasciarsi coinvolgere dalla realtà concreta, che è soltanto fastidiosa. Questa stupefacente superiorità muove quasi all’invidia: si lascia che tutto vada come deve andare e si abbandonano gli uomini a dibattersi nel loro confortevole pantano.
Già, e il Suo amore? Al secondo punto della lettera Lei scrive: “Che diritto aveva Giobbe di lamentarsi con Dio per la perdita di semplici oggetti?” Se Lei è sposato, chieda un po’ a Sua moglie cosa direbbe di essere considerata un “semplice oggetto” …. Il suo involontario uso del linguaggio illumina e tradisce come funzioni il Suo “amore”. Interessante, vero?
Lei nega all’uomo il diritto di lamentarsi davanti a Dio. Può mai il dolore chiedere il diritto di urlare il suo bisogno e la sua disperazione? Non ha forse diritto, il cristiano felice, di lamentarsi col suo amorevole Padre, col “Dio dell’amore” o col “Dio-Amore e impetrare da Lui considerazione, pazienza o almeno, se non altro, giustizia?
Negare a Giobbe il “diritto” di recriminare tradisce il Suo punto di vista legalistico e distaccato, ma non rivela un sentimento umano.
Nella mia debolezza e stupidità considero indispensabile mantenere un po’ di compassione, di umiltà, di amore e di sentimento, se si vuol capire l’animo umano e il suo triste fango, cioè la melma e il fango che ne coprono il fondo, ma se Lei chiude gli occhi di fronte ai miti antichi e si rallegra alla vista di una “realtà” semplificata, ogni fango sembra scomparire”
Carl Gustav Jung, Esperienza e mistero, 100 lettere a cura di Anela Jaffé (1975), traduzione di Antonio Vitolo e Maria Anna Massimello, Boringhieri. 1982, p. 158-160
(1) Carl Gustav Jung, Risposta a Giobbe (1952), in Psicologia e religione, traduzione di Elena Schanzer e Luigi Aurigemma, Boringhieri, 1979, pagg. 337-460
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