Lungo l’intera storia del pensiero occidentale, permane un tratto comune: l’affermazione dell’irrequietezza del mondo, genitrice del dolore, l’affermazione del divenire del mondo.
Il dolore è il divenire. E il divenire si manifesta come dolore estremo, quando è inteso in senso ontologico, cioè come oscillazione tra l’essere e il niente da parte degli enti.
La fede in questo senso estremo del divenire, è il fondamento dell’intero pensiero occidentale, ossia è comune sia all’intera storia dell’episteme, sia all’intera storia della distruzione dell’ episteme: e pertanto è comune anche alla civiltà della tecnica.
Dominare il mondo, organizzare mezzi in vista della produzione di scopi, significa organizzare il divenire delle cose.
Non può esserci volontà che non sia volontà di far diventare le cose altro da quello che sono.
Le cose del mondo, per l’Occidente, sono enti. La volontà dell’Occidente è volontà di far diventare gli enti altro da quello che sono. Essa presuppone, quindi, l’esistenza del divenire degli enti. Questo tratto permane anche nelle forme del pensiero contemporaneo apparentemente più lontane dall’affermazione della volontà di potenza.
In Emanuele Severino, Lezioni sulla politica: i greci e la tendenza fondamentale del nostro tempo, Christian Marinotti edizioni, 2002, p. 167/68

è un pezzo molto bello
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grazie, carmineè anche per questo che è saggio percorrere strade trasverse e fare "turismo lento"per meglio usare il tempo che ci resta nonostante il vincolo in cui siamo avviluppati da 2600 anni
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