TartaRugosa ha letto e scritto di:
Alice Munro (2008)
Le lune di Giove, Einaudi
Traduzione di Susanna Basso

Le imposte della casa color giallo si sono di nuovo spalancate. Le vedo da quassù, seduta fra curiose teste di narcisi che oscillano nella brezza pomeridiana, quasi a salutare quel rientro della donna che, per la prima volta nella sua vita, ha trascorso il rigido inverno lontano dalla sua abitazione.
Ieri le lancette dell’orologio hanno bruciato in pochi secondi sessanta minuti di vita, risarcendo il furto con un allontanamento delle ombre della sera e il ripristino delle corse del battello.
Gli alberi che promettono fiori ricordano l’avvento della nuova stagione e anche Tartarugo è uscito insonnolito e interrato dalla sua tana sotto il pino.
Ci sono eventi la cui regolarità rassicura e dà fiducia. Dopo la morte apparente che l’inverno porta con sé, il risveglio dal lungo letargo dona un momentaneo senso di completezza e infinitudine.
Che poi, si sa, ogni attimo è un potenziale agente di cambiamento e trasformazione e nulla resta mai uguale a se stesso.
E’ questo il tempo migliore per tornare alla lettura di un’autrice amica, Alice Munro.
Per me l’unica che riesce a raccontare la donna con una raffinata sensibilità, catturando le più nascoste sfumature dell’animo femminile, le inquietudini, i tormenti, le passioni, le faticose scelte, le illusioni, i sogni, i disinganni, insomma … i pilastri su cui ognuno di noi costruisce ciò che diventerà,
Il suo narrare smontando le scene tra il presente e passato ha una valenza curativa, poiché dimostra come nell’età che avanza, quando più forte è la necessità di fare bilanci, gli episodi della vita possano essere inquadrati in prospettive più larghe, di maggior respiro e meno vincolati da sentimenti a tinte forti, una prerogativa sconosciuta durante la giovinezza.
E lungo tutto il suo dispiegare non trovano mai spazio acrimonia, rancore o vendetta. Le vicende accadono e poi si interrompono come una sorta di istantanea da fissare in un album fotografico. Si intuisce ciò che è accaduto prima, ciò che sta accadendo al momento attuale, ma dell’evoluzione resta l’ignoto. Registri il peso del vissuto dei fatti accaduti e ne ricavi la convinzione che comunque ce la si può fare, indipendentemente dal punto finale dato alla storia.
Difficile scegliere un racconto particolare di questo libro.
Preferisco cogliere alcune descrizioni che probabilmente ogni donna, prima o poi, incontra nel suo cammino.
Per esempio in Festa di fine estate emerge il cruccio di Roberta rispetto ad un’osservazione poco gradevole fattale da George sul prendisole indossato “Hai le ascelle flaccide”. “All’inizio non appena notava un deterioramento, si affannava a cercare rimedio. Ora invece, ogni rimedio porta con sé ulteriori guai. Si spalma freneticamente le rughe di crema, con il risultato che le si copre la faccia di brufoli, come a un’adolescente. Affannarsi fino a raggiungere una misura soddisfacente di girovita ha prodotto guance e collo avvizziti. Ascelle flaccide; che ginnastica c’è per rassodare le ascelle? Che si può fare? E’ venuto il tempo di pagare il conto, e di che cosa poi? Della vanità.. Neanche. Solo di aver avuto in passato certe superfici gradevoli e di aver permesso che parlassero al tuo posto: solo di aver accettato che una pettinatura, un paio di spalle, un bel seno, producessero un effetto speciale. Non ci si ferma in tempo, non si sa cambiare; ci si vota alla futura mortificazione”. Eppure Roberta ha compiuto scelte importanti. Un matrimonio fallito alle spalle, due figlie e, improvvisamente, la decisione di abbandonare i suoi luoghi per raggiungere George, che a sua volta ha troncato la professione di insegnante per trasferirsi in un vecchio rustico di campagna.
“Roberta intendeva continuare a illustrare libri. Come mai poi non l’ha fatto? Mancanza di tempo, di un posto dove lavorare: poco spazio, poca luce, non un tavolo. Mai la netta sensazione di disporre di potere personale, adesso che la vita per lei ha preso questa nuova piega.
Quel che hanno fatto per il momento … è stato sistemare il tetto nuovo e serramenti in alluminio alle finestre, scaricare sacchi su sacchi di polverosa argilla espansa isolante nello spazio fra i muri, foderare il sottotetto con strati di lana di vetro gialla, pulire tutte le canne fumarie … cambiare le grondaie fradice. … Dentro in compenso è buia e sa di muffa… Roberta vorrebbe eliminare il linoleum e staccare quella tappezzeria inguardabile, ma ogni operazione deve essere eseguita secondo un certo ordine, programmato da George… C’è poi anche il terreno: meli e ciliegi che erano da potare, filari di lamponi da tenere in ordine… In principio Roberta conservava in testa un’idea completa del posto: dei lavori già fatti, di quelli in corso, e di quelli ancora da realizzare. Ma ormai ha cambiato prospettiva, ha perso il senso del progetto generale: se ne sta in cucina e fa quel che c’è da fare di ora in ora. … Ogni tanto guarda dentro il freezer e si chiede chi mangerà tutta quella roba… Intanto sente che le sue pretese diminuiscono”.
Così la giudica sua figlia Angela scrivendo sul diario: “L’ho vista cambiare a poco a poco, da una persona che rispettavo profondamente, a una sull’orlo dell’esaurimento nervoso. Se questo è amore, io non ne voglio sapere. … Ormai non si gode più niente e, se potesse scegliere, chiederebbe di sdraiarsi in una stanza buia con una benda sugli occhi, senza fare niente né vedere nessuno. E questa sarebbe una donna intelligente che credeva nella libertà”.
E così la vede George: “La sua impressione è che si sia lasciata svuotare di ogni goccia di linfa dalle figlie. Passa la vita a placarle, a riordinare le loro cose; deve supplicarle se vuole che si rifacciano il letto e mettano a posto la loro stanza; l’ha sentita chiedere che per favore portassero i piatti sporchi nell’acquaio, per poterli lavare. … Sarà questo il sistema di allevare i figli delle famiglie borghesi? Eccola là, pronta umilmente a sciogliersi in complimenti per sua figlia .. Se mai una delle sue sorelle avesse osato esibirsi in quel modo, la madre l’avrebbe presa a cinghiate”.
La passione può essere eterna? Quanto si può resistere prima di dire basta ad una relazione ormai svuotata da quell’intensità tipica dell’amore che sboccia? Che cosa significa perdere la testa per qualcuno? E’ più forte l’amore o l’abitudine all’idea che te ne sei fatta?
In Bardon, autobus n. 144 la protagonista parla con se stessa: “Sto toccando il fondo. Me ne accorgo. Probabilmente vuol dire che prima o poi ne sarò fuori. Sto sicuramente toccando il fondo. Non possa farcela ad affrontare da sola tutto quello che mi angoscia; ho bisogno di aiuto e l’unica persona da cui lo vorrei è X. Non posso continuare a trascinarmi per la strada senza avere la certezza di esistere nella mente e negli occhi di lui…. Mi siedo in un punto dal quale posso vedere la via. Ho la sensazione che X sia nelle vicinanze … Non ha il mio indirizzo, ma sa che sto a Toronto. Trovarmi non sarebbe poi tanto difficile. Allo stesso tempo, penso che devo lasciar perdere. La decisione da prendere in fondo si riduce a questo: vuoi essere pazza oppure no? …C’è un limite alla quantità di sofferenze e di scombussolamento che si è disposti a sopportare in nome dell’amore, come c’è un limite al disordine che siamo disposti a ignorare in una casa. Non si può conoscere in anticipo, ma quando lo raggiungi, te ne accorgi. Ne sono convinta…Quando cominci veramente a lasciar perdere, succede così. Ti parte dentro una fitta di dolore segreta, inaspettata. E subito dopo, un senso di leggerezza. Vale la pena di rifletterci, sulla leggerezza. Non si tratta solo di sollievo. Contiene una forma strana di piacere, niente a che fare con masochismo o vendetta, niente di personale, insomma. E’ il piacere spontaneo di quando si constata che il progetto non corrisponde alla struttura, che l’edificio non può stare su; è il piacere di riconsiderare dal principio tutto ciò che esiste di contradditorio, persistente e irriducibile nella vita. Credo sia questo”.
Dell’amica Kay ricorda gli atteggiamenti causati dalle varie pene d’amore: “All’incontro successivo c’è dentro fino al collo; va dalle chiromanti, infila il nome di lui nella metà delle frasi che pronuncia; e ogni volta che lo nomina le si affloscia la voce, abbassa gli occhi e sfodera un’aria di impotenza compiaciuta, che non si può guardare. Poi attacca con la delusione, arrivano i dubbi, l’angoscia, la lotta o per liberarsi o per impedire a lui di fare altrettanto; i messaggi lasciati in segreteria telefonica. Una volta si era travestita da vecchia … e si era messa a fare avanti e indietro, al freddo, davanti alla casa della donna che sospettava avesse preso il suo posto. … Si ubriaca, si fa massaggiare, si iscrive a corsi di ginnastixca, di nuoto terapeutico”.
E ancora in Storie finite male “Sono divorziata da un pezzo, perciò è naturale che Julie pensi di parlare con me di un problema del quale, a suo dire, non può discutere con molte persone. Non si tratta neppure di un vero e proprio problema, quanto di trovare risposta a una domanda… dovrebbe anche Julie provare a starsene da sola? Secondo lei suo marito Leslie è un uomo freddo , ostinato, superficiale, avaro d’affetto, onesto, sincero, nobile d’animo e vulnerabile. Dice che non lo desidera mai veramente. Dice che potrebbe mancarle più del sopportabile o che forse è la semplice idea di restare da sola a non sembrarle sopportabile. Dice che non si fa nessuna illusione riguardo all’ipotesi di conquistare un altro. Però qualche volta ha la sensazione che la sua vita, i suoi sentimenti, qualcosa di lei insomma, stia andando completamente sprecato”.
Non mancano le storie di amicizia fra donne.
Alice Munro è ormai, e si dice, vecchia. Ha perso amici e altri sono ospiti di case di riposo. Conosce i rischi dell’invecchiamento e li cala nei suoi racconti (vedi The bear came over the mountain).
In Mrs. Cross e Mrs Kidd assistiamo al nuovo trascorrere dei giorni delle due donne nella clinica Hilltop Home, dove “Mrs Cross è ricoverata da tre anni e due mesi e Mrs Kidd da tre anni meno un mese”. Si conoscono da ottant’anni e “chi è nato dopo tende a credere che abbiano tutto in comune. In effetti, soltanto loro riescono a ricordare che cosa le distingueva allora e, in un certo senso, ancora le separa”. Mrs Kidd, più colta ed aristocratica, è meno disposta a salire al secondo piano, dove “C’era una decina di donne sedute a quel tavolo. Alcune mormoravano o canticchiavano sottovoce tra sé e sé. Una faceva a brandelli un piccolo cuscino ricamato a mano. … Non una che guardasse fuori dalla finestra, o verso le altre.” Mrs Cross prende a cuore un cinquantanovenne che in seguito ad un ictus non sa più parlare. Anche Mrs Kidd si dedica ad una nuova amica: Charlotte, sui quarantacinque anni, con sclerosi multipla.
“Tra Mrs Cross e Mrs Kidd non c’era stato nessuno screzio, nessun effettivo allontanamento. Continuavano a chaiccherare e giocare a carte, qualche volta. Ma era diventato difficile. Non sedevano più allo stesso tavolo in sala da pranzo, perché Mrs Cross doveva controllare se Jack avessebisogno che gli si tagliasse la carne…. A quel punto, Charlotte prese il posto lasciato vuoto da Mrs Cross”. E nei nuovi scambi di relazione, restano saldi tuttavia i ricordi delle due donne e la narrazione degli incidenti che hanno determinato il loro ricovero, per entrambe ricollegabili a problemi di cuore.
Indelebili anche la solidarietà e l’affettività mostrate nei momenti di difficoltà: “Sei venuta senza sedia a rotelle”…”Posso farla a piedi .. Basta che me la prenda tranquilla” …”Senti cosa faccio adesso .. Ti dò una spinta. E ti faccio arrivare esattamente davanti alla porta di camera tua” … “Mrs Kidd assestò alla sedia a rotelle una spinta dolce, precisa, equilibrata.. La sedia avanzò senza scosse e andò a fermarsi nel punto esatto previsto … Nell’ultimo tratto del percorso Mrs Cross aveva alzato gambe e braccia. .. Annuì un’unica volta, soddisfatta, ammirata, si volse e scivolò al sicuro nella sua stanza. Non appena l’ebbe persa di vista, Mrs Kidd si afflosciò a terra e si mise seduta con la schiena appoggiata al muro e le gambe distese in avanti sul linoleum fresco. Pregò che nessun ficcanaso passasse di lì mentre lei recuperava le forze e si preparava per il viaggio di ritorno”.
Dedico queste storie alla mia amica Daniela, perché le svolte sono importanti e, quando si sa usare un buon obiettivo, dietro l’angolo, assieme all’imprevisto, c’è sempre un invito a fotografare una nuova parte di sé.

anche a me questa raccolta è piaciuta moltissimo – anche se non credo che Alice Munro riesca a ritrarre in modo magistrale solo l’animo femminile – come poi si trattasse di qualcosa di essenzialmente diverso da quello maschile – trovo che lei sia bravissima nel dipingere la psicologia umana in generale. Ciao e complimenti per il blog.
p.s. ti lascio il link alla mia recensione dello stesso libro: http://www.book66.it/2014/01/munro-le-lune-di-giove/
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