TartaRugosa ha letto e scritto di: Stephen King (1976) A volte ritornano, Bompiani | TartaRugosa

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Stephen King (1976)
A volte ritornano, Bompiani

L’estate trascina con sé calde ore pomeridiane, durante le quali è difficile per me mantenere una salda concentrazione.
Le letture che mi accompagnano devono essere rigorosamente all’altezza di difendermi da quel torpore semi-comatoso che aggiungerebbe ulteriore tempo al già consueto letargo invernale.
Ecco perché in genere non manca mai un romanzo di Stephen King o un buon psycho-thriller.

Due eventi recenti mi hanno indotto a riprendere una vecchia raccolta di romanzi dell’allora ancora giovane Stephen King.

Primo evento: soffro di vertigini. Che cosa ci si può attendere da una tartaruga terrestre ancor più compressa al suolo dal peso della casa che si porta addosso?
L’unico espediente che mi permette di guardare con una certa tranquillità da un’altezza superiore ai 15 metri è la presenza di un parapetto chiuso e sufficientemente alto. Se si tratta di un balcone con l’inferriata non se ne fa niente. Poco tempo fa ho dovuto rinunciare ad un’interessante ripresa fotografica, poiché il solarium panoramico non aveva protezioni chiuse a cingerlo. Solo una balconata bassa di ferro adatta a creare una visione a tutto campo, accidenti.

Scrive King: “nella psiche umana, la narrativa dell’orrore è come una stazione centrale della sotterranea tra la linea azzurra di ciò che possiamo interiorizzare senza pericolo e la linea rossa di quello di cui dobbiamo sbarazzarci in un modo o nell’altro”.

Ed eccomi quindi a rileggere, per compensare il mio smacco, Il Cornicione.
Un uomo molto ricco e molto carogna sa che la moglie ha una relazione con un altro uomo. “L’ho invitata quassù perché pensavo che fosse giusto fare due chiacchere da uomo a uomo, Sig. Norris. Solo una piacevole conversazione fra due persone civili, tra esseri umani, uno dei quali se la intende con la moglie dell’altro”. Il colloquio avviene in una stanza dove un’intera parete è di vetro. “Nel mezzo, c’era una porta scorrevole, sempre di vetro. Al di là un balconcino grande come un francobollo. Oltre quello, il niente”. Nella porta che si apriva a metà della vetrata era stato tolto lo schermo di protezione.
Ed ecco la sfida contenuta nella piacevole conversazione: 20.000 dollari e “Lei fa un giro attorno al palazzo, camminando sul cornicione che sporge poco al di sotto del livello dell’attico (43° piano). Se compie con successo la circumnavigazione dell’edificio il montepremi è suo”. Compresa la moglie.
“Il cornicione è largo 13 centimetri … Lei non deve fare altro che calarsi al di là della ringhiera di ferro battuto, e il balcone le arriverà all’altezza del petto. Ma, naturalmente, al di là della ringhiera non ci sono più appigli”.
Un piccolo ma non insignificante particolare: l’anemometro.
“L’appartamento del Sig. Cressner era vicinissimo al lago, ed era abbastanza alto perché non ci fossero stabili ancora più alti a proteggerlo dal vento.. .. L’ago dell’anemometro oscillava intorno al dieci, abbastanza stazionario, ma a tratti una folata lo faceva spostare per pochi secondi sui 25, prima di lasciarlo ricadere”.
Norris, dopo aver accettato la sfida, applica una sua strategia: “Cominciai a fare esercizi di respirazione. In realtà non era un esercizio ma una forma di autoipnosi. A ogni profondo respiro, si allontana una distrazione dalla mente, finchè non resta altro che la partita che devi giocare. … Quando mi sembrò d’esser pronto, guardai giù. Lo stabile fuggiva via come una liscia rupe di gesso fino alla strada sottostante. Le auto in sosta laggiù sembravano quei modelli formato scatola di fiammiferi che si possono acquistare nei grandi magazzini. Quelle che passavano erano soltanto minuscoli puntini di luce. Se cadevi da quell’altezza, avevi tutto il tempo di renderti conto di quello che stava accadendo, di vedere il vento che ti gonfiava i panni addosso mentre la terra ti attirava sempre più velocemente. Avevi tutto il tempo di mandare un urlo lunghissimo. E il rumore che avresti fatto nell’atterrare sull’asfalto sarebbe stato simile a quello di un melone troppo maturo”.
Non mancano i momenti di tensione: “Feci scivolare il piede destro più in là, poi gli accostai il sinistro. Lasciai andare la ringhiera. Tenevo le mani aperte e alzate, in modo che il palmo si appoggiasse contro la ruvida superficie dell’edificio. Accarezzavo la pietra. L’avrei quasi baciata”.
E nel mentre “un piccione continuava a beccarmi ripetutamente, una gelida raffica di vento mi investì, facendomi dondolare al limite dell’equilibrio; i miei polpastrelli raschiarono la pietra e, alla fine,  mi ritrovai con la guancia sinistra premuta contro la facciata, respirando affannosamente”.
Pur tuttavia, Norris ha un’intuizione: “per la prima volta, sapevo che stavo per farcela, che stavo per vincere”.
Il racconto naturalmente prosegue, con un suo finale a sorpresa, ma per le mie paure già questo è sufficiente. Ovviamente come lettura, non certo come stimolo all’emulazione!

Secondo evento: la mia residenza estiva di vacanze è una vecchia casa di campagna, con un’architettura abbastanza stravagante, ricavata non certo da progettazioni a tavolino, bensì da ristrutturazioni strappate nei decenni alla roccia. Ne conseguono strani rumori, udibili soprattutto di notte, quando le tenebre invadono il campo visivo e ti devi accontentare solo dell’affannosa decodifica degli stimoli uditivi.
Razionalmente, ormai sveglia, puoi rassicurarti a bassa voce dicendoti che quei passi o quei tonfi appartengono a giochi di gatto nella soffitta; o che quelle che paiono grida soffocate di bimbo sono raffiche di vento che si incuneano nel corridoio esterno fra le due pareti di pietra; o che il cigolio intermittente simile a un pianto a singhiozzi è un pontile che beccheggia per qualche ignota corrente lacustre …

Ma se gli altoparlanti sopra l’armadio cominciano ad emettere voci lontane nonostante tutte le apparecchiature collegate allo stereo e al lettore CD siano spente?

O, ancora più inverosimile, se una mattina all’alba improvvisamente lo sciacquone del WC si aziona nonostante non sia presente nessuno in bagno a tirare la catenella?

Il Babau, risponderebbe King.
Qualcosa nell’atmosfera della casa cambiò …. Non osavo più aprire la porta dello sgabuzzino. Continuavo a pensare: Bé, e se fosse lì dentro? Bene accucciato e pronto a balzare fuori nell’attimo in cui apro la porta? E cominciavo a pensare di sentire rumori viscidi, come se qualcosa di nero, di verdastro e di fradicio d’acqua si muovesse ogni tanto dentro l’armadio a muro. …  Una notte, tutte le porte della casa si spalancarono. Mi alzai, la mattina, e trovai una traccia di sudiciume e di fango che attraversava l’anticamera, dalla porta d’entrata dell’armadio a muro. Una traccia che usciva? O che entrava? Non lo so! Davanti a Dio, proprio non lo so! Dappertutto tracce di fango, specchi rotti … e i rumori … i rumori …”.

Oppure l’inquietante Il Compressore, dove si narra la vivificazione di una Stiropiegatrice Rapida Hadley-Watson, modello 6 che, improvvisamente, ribelle ad ogni comando, inizia ad inghiottire, con le immaginabili conseguenze, ogni operatore che le si affianchi.
E quando due temerari tentano la via dell’esorcismo “Quando ti faccio segno spruzza l’acqua santa sulla macchina con le dita. Devi dire: in nome del Padre, del Figliolo e dello Spirito Santo, vattene da questo luogo, o impuro” … ecco che “il compressore si mise in moto, con uno scossone … l’odore dell’ozono riempiva l’aria, come quello di rame del sangue bollente. Il motore principale aveva incominciato a fare fumo; il compressore funzionava a una velocità folle, che confondeva i contorni dei rulli; sarebbe bastato sfiorare con un dito la cinghia centrale perché tutto il corpo venisse risucchiato e trasformato nel giro di pochi secondi. … E non era più una macchina per stirare, esattamente. Stava ancora cambiando, fondendosi. Sputando fuoco azzurro, il cavo a 550 volt cadde tra i cilindri e venne divorato.. Per un attimo due palle di fuoco fissarono Hunton e Jackson come occhi splendenti, pieni di una tremenda e gelida fame”.

Ritorno alla prefazione scritta dallo stesso King e mi affido alle sue parole:

La sera, quando mi corico, sento ancora il bisogno di assicurarmi che le mie gambe siano sotto le coperte, una volta spenta la luce. Non sono più un bambino ma … non mi va di dormire con una gamba che sporge dal letto. Perché se una mano gelida si protendesse per caso da sotto il letto ad afferrarmi la caviglia, potrei anche urlare. Sono cose che non succedono, naturalmente, e lo sappiamo tutti. Nei miei racconti incontrerete esseri notturni di ogni genere: vampiri, amanti di demoni, una cosa che vive nell’armadio, ogni sorta di altri terrori. Nessuno di essi è reale. L’essere che, sotto il letto, aspetta di afferrarmi la caviglia non è reale. Lo so. E so anche che se sto bene attento a tenere i piedi sotto le coperte, non riuscirà mai ad afferrarmi la caviglia”.

Speriamo in bene!


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