Non c’è più la penombra, quella zona in cui cose e persone si lasciano vedere o si nascondono, seguendo desideri, bisogni, e senso dell’opportunità. Siamo nell’epoca della rivelazione continua.
È la modernità, il tempo in cui, diceva lo scrittore tedesco Ernst Jünger già molti anni fa: «Si direbbe che un’esplosione abbia avuto luogo su tutto il pianeta. Il minimo recesso è strappato dall’ombra da una luce cruda». Si tratta, naturalmente, della «bomba» (o sistema) dell’informazione.
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L’effetto più grave della scomparsa della penombra però, riguarda tutti noi. Cosa provoca il venire esposti quotidianamente a migliaia di immagini (l’overdose dell’informazione) emozionanti ed a volte terribili, che riguardano eventi anche molto lontani, su cui nella maggior parte dei casi non possiamo intervenire, ma che ci colpiscono profondamente, in modo non sempre consapevole e quindi ancora più insidioso?
La comunicazione mediatica globale ci abitua a non essere davvero presenti dove siamo, con le persone accanto. Ci trascina fuori dalle strade del paese o dalle lenzuola del letto, per appassionarci per altri, altrove, più che alla nostra vita quotidiana. L’Io però, e la nostra psiche, non sono così flessibili da reggere questi spostamenti dalle emozioni quotidiane ad altre, lontane, mitiche, senza subire piccole o grandi scissioni che ci separano gradualmente dalla nostra identità reale, senza fornircene un’altra.
Ogni informazione può essere preziosa (le sofferenze di popoli lontani, ad esempio), a condizione di viverla coi piedi ben piantati per terra, e condividendola col nostro prossimo, che solo quando comincia nelle persone accanto a noi può essere anche ovunque.
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Ritrovare noi stessi passa dal ripristinare zone di penombra tra noi e i distanti, anche se ciò comporta la rinuncia all’illuminazione globale e continua. La troppa luce acceca.
Diario di bordo :: Non c’è più la penombra :: August :: 2010.
