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Claudio Risè, Non c’è più la penombra

Non c’è più la penombra, quella zona in cui cose e persone si lasciano vedere o si nascondono, seguendo desideri, bisogni, e senso dell’opportunità. Siamo nell’epoca della rivelazione continua.
È la modernità, il tempo in cui, diceva lo scrittore tedesco Ernst Jünger già molti anni fa: «Si direbbe che un’esplosione abbia avuto luogo su tutto il pianeta. Il minimo recesso è strappato dall’ombra da una luce cruda». Si tratta, naturalmente, della «bomba» (o sistema) dell’informazione.

L’effetto più grave della scomparsa della penombra però, riguarda tutti noi. Cosa provoca il venire esposti quotidianamente a migliaia di immagini (l’overdose dell’informazione) emozionanti ed a volte terribili, che riguardano eventi anche molto lontani, su cui nella maggior parte dei casi non possiamo intervenire, ma che ci colpiscono profondamente, in modo non sempre consapevole e quindi ancora più insidioso?
La comunicazione mediatica globale ci abitua a non essere davvero presenti dove siamo, con le persone accanto. Ci trascina fuori dalle strade del paese o dalle lenzuola del letto, per appassionarci per altri, altrove, più che alla nostra vita quotidiana. L’Io però, e la nostra psiche, non sono così flessibili da reggere questi spostamenti dalle emozioni quotidiane ad altre, lontane, mitiche, senza subire piccole o grandi scissioni che ci separano gradualmente dalla nostra identità reale, senza fornircene un’altra.
Ogni informazione può essere preziosa (le sofferenze di popoli lontani, ad esempio), a condizione di viverla coi piedi ben piantati per terra, e condividendola col nostro prossimo, che solo quando comincia nelle persone accanto a noi può essere anche ovunque.

Ritrovare noi stessi passa dal ripristinare zone di penombra tra noi e i distanti, anche se ciò comporta la rinuncia all’illuminazione globale e continua. La troppa luce acceca.

Diario di bordo :: Non c’è più la penombra :: August :: 2010.

Paolo Ferrario Mostra tutti

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