Nel 1939 Arthur Koestler pubblica il romanzo Buio a mezzogiorno, dimostrando di avere visto con decenni di anticipo quello che molti capiranno – e a fatica, a giudicare da molte nostalgie – solo in ritardo: il fallimento del comunismo (e, in senso più lato, di quelle ideologie totalitarie che pretendono di rinnovare di colpo il mondo e gli uomini, distruggendo quelli del passato, a favore di un impossibile paradiso in terra). Buio a mezzogiorno suona quindi la campana morto dell’utopia politica.
Il romanzo di Koestler, ambientato nell’Unione Sovietica degli anni trenta, si apre con l’arresto di N. S. Rubasciov, commissario del popolo e rivoluzionario della prima ora, e il suo trasferimento in carcere. Qual è la sua colpa, qual è il reato che ha commesso? Esattamente gli stessi per cui egli stesso, fino a poco tempo prima, ha condannato altri: tradimento della rivoluzione e intesa con le potenze nemiche. Il romanzo racconta quindi anche una sorta di nemesi: come Rubasciov ha lasciato che la sua segretaria (e amante), Arlova, fosse arrestata e “giustiziata” in nome del bene superiore della società comunista da costruire nell’Unione Sovietica, così diventa anche lui vittima dello stesso anelito purificatore. Un’esemplificazione del famoso detto secondo cui, prima o poi, c’è sempre uno più puro che ti epura.
Ma Buio a mezzogiorno è anche il ritratto di uno scontro generazionale che si traduce in un conflitto di mentalità.
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Interessante Paolo, non conoscevo questo testo; grazie per gli spunti di riflessione continui e discreti, un caro saluto.
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cara simona, arthur koestler è stato un grande anticipatore. e non era facile a quei tempi. un caro saluto, paolo
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