Mi riallaccio al contributo di prisma,
io e tu mi risaltano in evidenza nella poesia citata,
io e tu e penso a luce Irigaray, così mi alzo dalla postazione-che mi fa pure bene alla schiena non stare sempre qui avviluppata e cerco in libreria, l’istinto guida la mia mano, acchiappo due libri piccoli, uno : Amo a te (già il titolo ti spiazza!) , l’altro è Essere due,
il caso mi guida al capitolo La natura umana è due ( Amo a te, per Bollati Boringhieri, 1993-collana I temi, n°31) beh è molto interessante!
Ne condivido qualcosa con voi:
…
La natura non è una,
per andare al di là -ammesso che occorra, conviene partire dalla realtà, la realtà è due, un due che implica a sua volta delle differenze secondarie (più piccolo più alto, più giovane più vecchio..).
Si è pensato l’universale come uno, a partire da uno, ma questo uno non esiste.
Se questo uno non esiste il limite dunque è inscritto nella natura stessa,
prima di qualunque necessità di superare la natura è importante rendersi conto che essa è due,
questo due inscrive la finitezza nel naturale stesso,nessuna natura può avere al pretesa di rispondere al tutto del naturale. Non c’è la natura, in questo senso esiste nella natura una forma di negativo. Il negativo non è un’operazione della coscienza di cui solo l’uomo sarebbe capace. Anzi se l’uomo non prende coscienza del limite inscritto nella natura la sua opposizione al naturale non adempie il lavoro del negativo. Essa si appropria del naturale e pretende di superarlo in una coscienza determinata da questa ingenuità naturale: io sono il tutto.
Ora nessuno e nessuna realizza in sé il tutto, né della natura né della coscienza. Confondere la parte con il tutto significa inficiare il negativo con una positività immaginaria.
..due pseudo assoluti,la natura e lo spirito,
già non si tratta più della realtà ma di una costruzione fatta a partire da un punto di vista, la natura e lo spirito sono dei particolari che non accettando i loro limite si considerano l’assoluto.
Lo stesso si può dire per quelle due parti del genere umano che sono l’uomo e la donna ridotti abusivamente a uno. La ragione mostra, in questa riduzione, la sua impotenza e la sua immaturità: l’uomo sarebbe la testa e la donna il corpo, il genere umano sarebbe sospeso tra divinità e animalità: l’uomo sarebbe il divino del regno animale femminile..
…
Il naturale è ameno due. Maschile e femminile, questa partizione attraversa tutti i regni del vivente che altrimenti non esisterebbero, nessuna vita è possibile sulla terra senza la differenza sessuale che ne è la manifestazione e la condizione di produzione e di riproduzione. L’aria e la differenza sessuale sono forse le due dimensioni indispensabili della vita e alla vita. Ciò che non ne assicura la custodia è portatore di morte.
Per limitarci al genere umano diciamo che né l’uomo né la donna possono manifestarne o provarne la totalità. Ciascun genere ne rappresenta o ne detiene una parte. Questa realtà è molto semplice e nello stesso tempo molto lontana dal nostro modo di pensare.
E’ evidente che la morfologia corporea del femminile e del maschile non sono le stesse e di conseguenza il loro modo di percepire il sensibile e di costruire lo spirituale non è lo stesso. Donne e uomini d’altronde hanno posizioni diverse rispetto alle genealogie. Essi diventano se stessi solo artificiosamente. C’è uguaglianza fra loro solo attraverso la sottomissione a una legge che fa testo. Ma da quel momento essi non sono più conformi alla realtà, è imposto un modello di umanità che allontana da loro stessi l’uomo e la donna che non si realizzano più in quanto tali ma si adeguano a un’idea ci ciò che è l’essere umano.
… ci si potrebbe chiedere se la donna non sia più vicino al mondo vegetale che al mondo animale come sostenevano alcuni filosofi antichi e soprattutto sia pure in modo diverso le culture femminili. Sarebbe in questa affinità che il suo rapporto con la passività trova una spiegazione giusta? La donna sarebbe ricettiva non nei confronti dell’uomo ma nei confronti dell’economia naturale in particolare dell’economia cosmica, a cui il suo equilibrio e la sua crescita sono più intimamente legati. La sua supposta passività non si inscriverebbe quindi in una coppia di opposti attivo/passivo ma significherebbe un’altra economia un‘altra relazione con la natura e con sé, equivalente all’attenzione e alla fedeltà piuttosto che alla passività. Non si tratta quindi di semplice ricettività ma di un movimento di crescita che non sia allontana mai definitivamente dall’esistenza del corporeo in un ambiente naturale. Il divenire non è avulso dalla vita né dal suo luogo, non è estrapolato dal vivente né fondato su un carattere mortale e rimane attento alla crescita fisiologica spirituale e di relazione. Perciò non domina nulla in modo definitivo e la ragione resta una misura e non un’appropriazione. In quanto misura essa è diversa per l’uomo e per la donna. Negare le loro differenze equivale a entrare nella dismisura. Si tratta di mettere in moto un ‘intenzionalità passiva e retroattiva: prendere coscienza di essere una donna o un uomo e volerlo diventare. È riconoscendo di esserlo che posso accordare le mie intenzioni alla mia realtà,
.. l’intenzione è spinta o determinata da un progetto ma non necessariamente fantasmatico immaginario o costruito, il mio progetto è regolato sulla mia identità naturale, la mia intenzione è di assicurarne la cultura per divenire quello/quella che sono oltre che di rendere spirituale la mia natura per creare insieme all’altro.
Questa creazione è passaggio ad un’altra tappa della storia, è liberazione dalla realtà del sesso e del genere dalla sottomissione a una metafisica o a una religione che li abbandonano a un destini di istinti e di incultura. Questa dimensione diventa il luogo ed una delle fonti di energia per una cultura della vita senza riduzione del naturale alla procreazione. Questa via di creazione dialettica a due rappresenta anche una possibilità di emergere da una critica al patriarcato che rischia di essere nichilista se non è accompagnata dalla definizione di nuovi valori fondati sulla realtà naturale e universalmente validi. La mia appartenenza all’universale è riconoscere che sono una donna, la singolarità di questa donna è il fatto di avere una genealogia e una storia particolari. Ma appartenere a un genere rappresenta un universale che esiste prima di me, io devo compierlo nel mio destino particolare.
Il raccoglimento dello spirito in se stesso non è ancora avvenuto nella misura in cui non è arrivato a pensarsi come metà dell’umanità. Ha immaginato che il divenire spirituale posa realizzarsi ad uno e non da due anche genealogicamente. In realtà da questo punto di vista forse andiamo verso l’uno ma non ne proveniamo, siamo generati da due e l’uomo in quanto uomo nasce da un’altra, fin dalla nascita quindi è in relazione con un’altra con un altro genere. Ma il divenire a partire da uno è inscritto come origine nelle mitologie patriarcali mentre il due resta socialmente vivo nelle culture femminili.
…l’uomo non è libero in via assoluta, ciò non significa che egli sia asservito a una natura né che debba dominarla,e neppure che egli sia schiavo. Egli è limitato, la sua completezza naturale esiste in due umani, della natura umana l’uomo non conosce che una parte ma questo limite è condizione di divenire e di creazione, deve capire che dell’umano egli non rappresenta che una metà ma che questa condizione gli permette la costruzione di un tutto senza negare ciò che è. Partendo dal tutto il divenire è costretto a negare il tutto per elaborarsi. La natura trova il suo limite nella natura stessa. Questo limite esiste già nella generazione ma anche orizzontalmente nella differenza tra femminile e maschile. Queste due dimensioni del resto si congiungono.
Pretendere di essere liberi e sovrani rispetto alla natura è dunque un errore, essendo soltanto una metà del mondo io non sono libero/ libera nel senso in cui lo si intende generalmente. Sono invece libero/libera, conviene che lo sia, di essere ciò che sono:una metà del genere umano. In questo senso e solo in questo senso il diritto-il mio diritto-corrisponde al rispetto della vita.
(pagg.42-49)
Intendevo estrarre alcune citazioni illuminanti ma non era possibile decurtare questo testo che perde in significato se si omettono dei nessi consequenziali, così il capitolo è quasi per intero!
Spero almeno gradito o utile!
Ps:
Nel mentre sono presa-intenta a questa trascrizione, Ro. mi porta inaspettato l’ultimo di Battiato il Fleurs 2 (che aveva fatto precedere illogicamente da fleur 3), Amalteo tu me lo segnalavi qualche giorno fa ed ecco per la legge delle connessioni, c’è subito un inedito, il primo brano che non posso, ah non posso, non citarvi ora e qui!
È un bel pezzo! (in tutto il cd a mio avviso ce ne sono tre di belli tutto sommato) nello stile battiatiano puro del mix di introspezione col tocco intimo-sentimentale-poetico, il testo allora, solito parto duale di lui e sgalambro ensemble- è perfettamente consono alla poesia postata da prisma!
Eccolo, s’intitola “Tutto l’universo obbedisce all’amore”
Già il titolo s’impone degno vero?
“ rara la vita in due fatta di lievi gesti
E affetti di giornata, consistenti o no,
bisogna muoversi come ospiti pieni di premure
con delicata attenzione per non disturbare
ed è in certi sguardi che si vede l’infinito
stridono le auto come bisonti infuriati,
le strade sono praterie…
(proposta e trascritta da PAPAVERO di campo)
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grazie, bello!
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