TartaRugosa ha letto e scritto di: Andrea Bajani (2005) Cordiali saluti, Einaudi

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Andrea Bajani (2005)

Cordiali saluti, Einaudi

Novembre è un mese triste. I colori sfolgoranti dell’autunno hanno già imboccato la mortifera conversione del disfacimento, le giornate corte non aspirano ancora al debole allungamento che si profila nel gelo invernale, la temperatura più che fredda è umida e pesante da indossare.

Qua sotto, nelle viscere della terra, intuisco questo clima e me ne sto immobile, ad aspettare e  pensare a questa mia nuova lettura.

Il libro di Bajani si confà a questa malinconica atmosfera.

Cordiali saluti, infatti, è una forma diffusa di congedo, che si pone al termine delle lettere non indirizzate ad amici. E la malinconica amarezza che trasuda da questo breve testo riguarda per l’appunto una serie di lettere che il protagonista si trova a dover scrivere per licenziare, con delicatezza, i lavoratori in esubero di un’importante azienda.

Tale mansione era prima affidata al direttore vendite: “Se ne faceva un vanto, di confezionare commiati personalizzati, in cui trasparissero l’affezione, la gratitudine, la simpatia, il dispiacere, l’imbarazzo e la profonda solidarietà che non poteva non essere evidente in quella comunicazione all’apparenza, ma solo all’apparenza, così freddamente divorzista”.

Ma quando il direttore diventa ex-direttore, succede che qualcun altro debba seguire questa procedura. Non è cosa da tutti, licenziare il collega con benevolenza. Ci vogliono capacità speciali e attenta valutazione. “Tre giorni fa sono arrivati a me. Mi hanno convocato alla direzione personale e mi hanno sottoposto a un test psicologico per verificare il mio grado di sensibilità, empatia, cordialità, fermezza, attenzione al prossimo…. Il test non era difficile, perché ti guardavano e ti chiedevano se dovessi licenziarti tu cosa ti diresti. Tu dicevi cosa ti saresti detto nel caso avessi deciso di licenziarti, e loro guardandoti negli occhi ti dicevano che cosa vedevano nel tuo sguardo. Se vedevano sensibilità, empatia, cordialità, fermezza, attenzione al prossimo avevi passato il turno, ti sedevi al tavolo e ce la mettevi tutta per passare anche lo scritto”.

Tema molto attuale quello delle lettere di licenziamento. Licenziamento, parola grossa. Non sarebbe certo nelle intenzioni di chi lo pratica, ma, si sa, dati i tempi, la crisi, la concorrenza sleale, la precarietà, il mercato che non tira, le vendite in calo, le tasse che strozzano …. non che uno prenda con leggerezza questa decisione, ma la scelta è praticamente d’obbligo.

Oppure si può accompagnare un processo in modo originale.

il direttore del personale è in piedi su un palchetto, chiede il silenzio unendo le mani in preghiera, l’auditorium è in silenzio. Ci dice Grazie, per prima cosa. … Dice Siamo una grande azienda, applauso. Dice Se siamo una grande azienda è prima di tutto per merito vostro, ovazione. … Ci guarda tutti insieme, dice Che belli che siete, che tanti che siete. Applauso. … Comincia il suo discorso dicendo che è lieto di comunicarci che l’azienda sta per mettere in atto un grande processo di purificazione. … Come fare? Hoteling. Ogni giorno un ufficio diverso. Ogni mattina, dice, prenderete la vostra piccola scatola e andrete a cercarvi un ufficio nuovo in cui abitare la giornata”.

L’ex-direttore vendite si ammala. Ha una ex-moglie e due bambini che non sa a chi affidare quando dovrà subire l’intervento al fegato e allora non ha potuto fare a meno di rivolgersi a chi ha preso il suo posto nello scrivere lettere. “Mi ha detto di non preoccuparmi per il suo fegato, che tanto di sicuro gliene avrebbero dato uno nuovo al più presto. Ha detto che erano contingenze, un giorno perdi il lavoro, il giorno dopo diventi giallo. Era la congiuntura che era sfavorevole, tutto lì”.

La vita a fianco di due bambini ha tutt’altro sapore. “Abbiamo mangiato in cucina nudi, tutti e tre. Martina mi ha detto che col papà la facevano ogni mese, la cena dei primitivi. … Adesso facciamo la cacca, mi ha detto Federico accucciandoci per terra. Ci siamo messi giù, paralleli come a scuola. Pronti, via. ..Martina che rideva e diceva Che schifo, quello non lo facevano nemmeno i primitivi. …Li ho portati a letto puliti che erano le tre, nel letto grande, si sono addormentati come sassi…. Sono dentro l’armadio e non fanno molto per nasconderlo. Entro nella stanza, sento Federico che ride, Martina gli dice Stai zitto che ci scopre”.

E mentre il loro papà si avvicina alla fine dei suoi giorni, il direttore del personale, tornando dal Brasile, incantato dalla capacità di divertirsi degli abitanti di quello Stato, promuove (dopo l’hoteling) il venerdì del libero vestirsi. “un giorno alla settimana, mi spiega, siamo tutti invitati ad essere noi stessi, il venerdì… Il venerdì mattina uno si alza, guarda il calendario, vede che è venerdì, si veste un po’ come gli pare. E’ una bella novità per valorizzare le persone, dice”.

Quando l’ex direttore delle vendite muore: “Adesso che è morto, dice il direttore del personale, l’azienda non può non prendere posizione di fronte alla scomparsa dell’ex direttore vendite Carlo Simoni… Mi ha ripetuto Capisce, non possiamo non prendere posizione, adesso che è morto. … Mi ci metta il suo pathos, mi raccomando.  Bastano poche righe, per commemorare il fu ex direttore vendite al cospetto dei parenti”.

E lui, il Killer, lo scrittore di lettere di licenziamento, diventato ora il nuovo direttore vendite (“Non si spaventi, non capita a tutti i direttori vendite, di lasciarci la pelle in quel modo”) si trova impegnato a scrivere un discorso secondo le istruzioni ricevute: “Il tempo di arrivare, salutare i parenti più prossimi, e dire due parole su quanto era bravo l’ex direttore vendite, su quanto mi è dispiaciuto non averlo più in azienda”.

Un compito semplice per il nostro Killer, così abituato a scrivere missive dense di sentimento e riservarsi le ultime righe al congedo (strepitose le lettere scritte a Massimo Sparacqua, Giacomo Quirino, Ines Citterio e Irma De Mello, tutte chiuse, naturalmente, con cordali saluti).

Nella chiesa il direttore del personale legge il discorso vergato dalla mano sicaria, un’appassionante apologia  che, come di consueto, chiude dichiarando la vera natura della mission aziendale: “Mi dispiace, e con questo concludo, avergli detto Mi dispiace di fronte al foglio con il quale lo allontanavo definitivamente dall’azienda, così come mi dispiace, di fronte alla sua accorata richiesta di poter fare ritorno un giorno tra di noi, avergli detto Mi dispiace. Mi dispiace, no”.

Il Killer, anch’egli ormai ex direttore vendite è seduto sulla poltrona di un aereo. “Tutto finiva così, con la faccia attonita del direttore del personale di fronte al proprio dispiacere, gli sguardi tra i banchi di chi ha finalmente capito, la mia faccia ora sulla pista oltre l’oblò”.

Specchio dolente, ma efficace, dello spirito aziendale nel tempo della crisi.

Categorie:Letture

5 replies

  1. sono lieto che le sia piaciuto questo libro di mio figlio Andrea e mi permetto di consigliarle anche Se consideri le colpe e l’ultimo romanzo Ogni promessa. Andrea ha vinto i premi: Bagutta, Mondello, Recanati, Brancati.
    Cordiali saluti :o)
    Daniele Bajani

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  2. Cara Tartarugosa,
    la tua recensione mi ha molto incuriosita e in più trovo assai significativo che Bajani abbia scritto un libro del genere nel 2005, in anni in cui la crisi sembrava prospettiva iettatoria e non una insidiosa ormai dilagata realtà.
    Certo, il periodo personale che sto attraversando non si confà a una lettura simile, ma la terrò senz’altro presente per il futuro.
    Grazie mille, buone ore per fortuna non più novembrine.
    Auguriamoci solo che il progresso riaumento delle ore di luce ci porti anche maggiore leggerezza del cuore.
    Buonissime ore

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