TartaRugosa ha letto e scritto di: Andrés Barba (2015), Ha smesso di piovere, Traduzione di Federica Niola, Einaudi, Torino

TARTARUGOSA

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Andrés Barba, (2015)

Ha smesso di piovere

Traduzione di Federica Niola

Einaudi, Torino

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Storie di crescita che nulla hanno concesso nel mettere a nudo i complicati rapporti tra genitori e figli. Tutti e quattro i racconti, infatti, si imperniano sulla difficoltà di diventare grandi quando alle spalle si trascinano figure materne e paterne egoiste ed egocentriche, presenze a volte troppo presenti o troppo assenti ma che, in entrambi i casi, condizionano scelte e caratteri.

Eppure in queste storie le difficoltà vengono attraversate con lucida consapevolezza, senza illusioni o falsi convincimenti,  per approdare, infine, all’essenza del titolo del libro “Ha smesso di piovere”.

Accettazione è il termine che mi viene da adottare per definire il fil rouge dei personaggi che animano i fatti del quotidiano, qui raccontati con una sensibilità che da tempo non incontravo in uno scrittore maschio.

Accettazione che non fa assumere atteggiamenti…

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TartaRugosa ha letto e scritto di: Ian McEwan (2014) La ballata di Adam Henry, Traduzione di Susanna Basso, Einaudi, Torino

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Ian McEwan (2014)

La ballata di Adam Henry

Traduzione di Susanna Basso

Einaudi, Torino

Un grazie a Nottola per la segnalazione di questo libro.

Ho letto alcune opere di Ian McEwan, ma non conoscevo questa. Condivido il suo dire: “Mi hanno detto che è un libro adatto per chi fa l’assistente sociale”.

La storia del giudice Fiona May, infatti, è intrisa di decisioni difficili da prendere nell’ambito di situazioni di disagio minorile (controversie spesso rese ancora più complicate da questioni etiche e religiose) e che vengono risolte attraverso la seria e rigorosa applicazione della legge “Children Act” del 1989 in difesa del minore.

Nel romanzo la vita privata e la vita professionale della protagonista si intrecciano e mescolano con inaspettati colpi di scena, il che rende ancora più appassionante la partecipazione del lettore alle vicende che si svolgono presso la Sezione Famiglia dell’Alta Corte britannica , là dove confluiscono misere “promesse d’amore abiurate o riscritte … figli moneta di scambio pronta all’uso da parte di madri, vittime di abbandoni economici o affettive … mariti violenti nei confronti di mogli e figli, mogli insincere  e maligne … figli vittime di autentici abusi, sessuali o mentali … seviziati, affamati o percossi a morte, sottoposti a rituali animisti per essere liberati da spiriti malvagi”  tutte situazioni senza speranza cui Fiona, professionista integerrima e coscienziosa, fiduciosa nelle disposizioni del diritto di famiglia, cerca di “restituire ragionevolezza”.

Accade però un fatto: improvvisamente, ecco che dopo “un’intera carriera trascorsa al di sopra della mischia, a consigliare, giudicare, e a commentare con sufficienza, in privato, la perversa assurdità delle coppie in fase di divorzio”, ora è proprio lei ad essere “trascinata sul fondo insieme a tutti gli altri, ad annaspare in quelle acque torbide”.

Dopo 35 anni di matrimonio lei e Jack, una coppia appagata, felicemente affermata sul piano professionale, si trova infatti ad affrontare un grave momento di crisi.

Jack, marito e professore, chiede a Fiona di poter vivere una passionale avventura. Un fatto di sesso, sia chiaro, null’altro visto che “l’amava e l’avrebbe amata sempre, che non c’era una vita diversa da quella che avevano, ma che i suoi bisogni sessuali non soddisfatti gli procuravano grande infelicità, che gli era capitata quell’occasione e che voleva coglierla, non senza informare lei e nella speranza anche di ottenere il suo consenso”.

Un vero fallimento per Fiona, da sempre immersa nelle umane debolezze, disposta a valutare in modo distaccato e neutrale ogni testimonianza, chiamata a redigere sentenze di fronte a decisioni eticamente complesse e, soprattutto, illusoriamente convinta di poter esonerare se stessa e il marito da condizioni simili a quelle passabili di giudizio ogni giorno dell’anno.

Ma chi si nasconde dietro Fiona giudice? Che siano vere le parole di Jack “Non sei stata tu a dirmi una volta che nei matrimoni che durano tanti anni si finisce per sentirsi come fratello e sorella? … Ora sono diventato tuo fratello …”.

Colpisce la fragilità dei pensieri e del comportamento: una donna che per la carriera ha rinunciato alla maternità e, probabilmente, a coltivare con più profondità il proprio rapporto coniugale. “Dopo la laurea, ulteriori esami, l’abilitazione all’esercizio della professione, il praticantato, la fortunata convocazione presso studi legali prestigiosi, qualche successo iniziale nella difesa di alcune cause disperate; quanto era sembrato logico, in tutto ciò, rimandare l’avvio di un bambino a dopo i trent’anni. E quando i trenta arrivarono, ecco presentarsi altri casi complicati e interessanti, altri successi … E si passò ai 35, quando Fiona sfacchinava 14 ore al giorno appassionandosi sempre di più al diritto di famiglia mentre la possibilità di crearsene una propria si allontanava … fino a che quando chiamata dal presidente dell’Alta Corte a prestare giuramento di fedeltà alla Corona, Fiona seppe che i giochi erano fatti, e che lei apparteneva alla legge come certe donne del passato si erano votate spose di Cristo”.

Nel dilaniante tormento causato dall’uscita di casa di Jack, Fiona si immerge nel lavoro senza lasciar apparire nulla della sua vicenda privata.

Ora ha un nuovo caso da seguire: Adam Henry, diciassette anni e nove mesi, affetto da una grave forma di leucemia, è condannato a morire se non riceverà quelle trasfusioni di sangue che il suo credo religioso (Testimoni di Geova) gli vietano. Il caso di vita o di morte deve essere risolto in tempi rapidissimi.

Adam, ragazzo intelligentissimo, musicista e poeta, mostra la sua assoluta convinzione a sospendere le cure, considerato che ricevere sangue da altri equivarrebbe a una insostenibile contaminazione. Le sue parole, dotte e saccenti, arrivano direttamente alle orecchie di Fiona, che ha deciso di incontrarlo all’ospedale e con cui si intrattiene anche oltre al dovuto.

Nonostante la chiara volontà di Adam di non sottostare alle cure, Fiona arriva a una determinazione opposta a quella del ragazzo e dei suoi familiari, così suffragata: “…La sua infanzia è stata un’interrotta e monotona esposizione a una potente visione del mondo dalla quale il ragazzo non può non essere stato condizionato. Non favorirà il suo benessere patire i tormenti di una morte non necessaria e trasformarsi così in un martire della fede. … Il suo benessere trarrà maggiore vantaggio dal suo amore per la poesia, dalla sua passione recente per il violino, dall’esercizio della sua intelligenza vivace e dall’espressione di una natura tenera e scherzosa e infine da tutta la vita e tutto l’amore che ha davanti a sé. … Deve essere protetto dalla sua religione e da se stesso”.

Il giorno stesso della sentenza, Jack torna a casa. Fiona se lo trova lì, seduto in paziente attesa sul pianerottolo, dopo aver scoperto che la chiave della porta d’ingresso è stata cambiata.

Ritroviamo una Fiona tradita e con un rancore non ancora estinto, una Fiona che dopo aver deposto la toga alla fine della sua giornata così trascorre il resto delle ore all’interno del suo “nido” domestico: “Procedevano nelle rispettive routine, svolgendo il proprio lavoro in parti diverse della città e, quando si ritrovavano confinati sotto lo stesso tetto, tendevano a scansarsi con garbo studiato, come ballerini a una festa di campagna. Se le questioni domestiche li costringevano a conversare, facevano a gara a chi era più educato e laconico, evitavano di mangiare insieme, lavoravano in stanze separate, ciascuno deconcentrato dalla cruda consapevolezza radioattiva dell’altro al di là di una parete. L’unico gesto conciliante di Fiona fu quello di consegnargli la chiave nuova”.

E c’è qualcos’altro che è cambiato nella vita di Fiona: la corrispondenza che puntualmente le arriva da un Adam Henry dapprima felice di aver sconfitto la morte grazie alla sua decisione di giudice e in seguito con un umore un po’ altalenante e il desiderio di incontrarla “Avrei tantissime domande da farle …Avrei voluto parlarle per strada, avvicinarmi e bussarle su una spalla …”

Cosa impedisce a Fiona di dare il richiesto riscontro a quelle missive? Forse il ricordo della musica suonata e le parole della poesia cantate con Adam durante quell’unico incontro ospedaliero vanno contro la sua deontologia professionale?

Quale ferita si riapre in un coinvolgimento così profondo nato al capezzale del letto di un ragazzo che spera solo di incontrarla di nuovo?

Perchè è proprio questo che farà Adam. Riuscirà a raggiungerla durante una sua trasferta di lavoro e inondarla con tutte le riflessioni nate dalla vicenda della malattia, nonché ringraziarla per averlo incontrato in quel letto d’ospedale: “La sua visita è stata una delle cose più belle che mi siano mai capitate. .. La religione dei miei genitori era il veleno e lei è stata l’antidoto”.

Ora che è stato strappato alla morte e privato dal fallace sostegno fornitogli dalla fede, Adam è alla ricerca di riferimenti adulti che sappiano accogliere e comprendere le sue agitazioni adolescenziali, la sua passione per la vita e per l’arte, le sue domande sul senso della vita. E lo chiede proprio a Fiona: “Ho una richiesta. Le sembrerà molto stupida, ma non dica subito di no, per favore. Mi prometta che ci penserà, la prego. …. Voglio venire a stare da lei”.

Una richiesta che razionalmente non può essere accettata, ma il cui rifiuto sarà destinato a lasciare un segno profondo.

Non ultimo perchè Fiona, nel congedarsi dal ragazzo, si trova a baciarlo sulle labbra: “Era sua intenzione dargli un bacio sulla guancia, ma mentre lei sollevava un po’ il viso per avvicinarsi al suo, Adam si chinò voltando la testa e le loro labbra si incontrarono. Fiona avrebbe potuto ritirarsi, fare immediatamente un passo indietro. E invece indugiò, disarmata, per un istante. … Se esisteva la possibilità di un bacio casto sulla bocca, di questo si trattò per Fiona. Un tocco fugace, ma qualcosa di più dell’idea di un bacio, qualcosa di più del bacio che una madre potrebbe dare a un figlio cresciuto”.

Ancora irrompe lo scomodo intreccio fra vita privata e vita professionale, dove quel “divino distacco” riconosciutole dai colleghi si sgretola inesorabilmente, scaraventandole addosso il caos confuso dei suoi sentimenti,: “Non era mai stata incline a gesti impulsivi, perciò non si capacitava del suo comportamento. … Per il momento a occuparle i pensieri era soltanto l’orrore di quanto sarebbe potuto accadere, la violazione al tempo stesso indegna e ridicola del’etica professionale. .. Difficile credere che nessuno l’avesse vista e lei potesse abbandonare indenne la scena del crimine … Digitò i due tasti del numero in memoria per chiamare suo marito. In fuga da un bacio, cercava tremebonda riparo nella propria solida reputazione di donna sposata”.

L’allontanamento da Adam lascia il posto a un riavvicinamento lento e ambivalente con Jack.

Quel ricordo del bacio – che nessuno aveva visto – scolora nel tempo, fino all’arrivo di una nuova lettera di Adam contenente i versi di una sua ballata.

E’ facile, forse, a quasi sessant’anni pensare alla giovinezza come a qualcosa di tumultuoso e irruente. Eticamente corretto, forse, il non rispondere perché altrimenti “Adam le avrebbe riscritto, se lo sarebbe di nuovo ritrovato sulla porta e avrebbe dovuto mandarlo via di nuovo”.

I sentimenti hanno un peso diverso nel susseguirsi dei cicli della vita e probabilmente è più conveniente, almeno per Fiona, fingere di pensare che quella ballata fosse un modo per rimproverarla di quello sconsiderato bacio dopo il quale l’aveva caricato su un taxi come fosse una valigia. “Adam Henry avrebbe passato con successo gli esami e si sarebbe iscritto a una buona università. E lei intanto sarebbe sbiadita nei suoi pensieri, per diventare una figura di secondo piano nel procedere della sua educazione sentimentale”.

Jack voleva una storia passionale con una giovane donna, Fiona aveva illuso un giovane uomo. E il conto da pagare è alto.

Ti eri innamorata di lui, Fiona?” le domande di Jack erano sempre estremamente dirette, ma di certo non si aspettava di assistere alla reazione di pianto della moglie che “sempre così composta, si lascia andare a uno sfogo di estremo, assoluto dolore”.

Fiona, nel turbamento dei suoi pensieri, cerca ancora una volta la scappatoia nella fredda razionalità, piuttosto che nel rimpianto di un figlio mai avuto o di una passione cui non si era mai abbandonata: “sull’onda di un impulso tanto forte quanto imperdonabile, lo aveva baciato e poi cacciato via. Prima di scappare a sua volta. Non aveva risposto alle sue lettere. Non aveva decifrato il segnale d’allarme contenuto nella poesia. Quanto si vergognava ora della meschinità con cui aveva temuto per la propria reputazione. La sua violazione dell’etica professionale andava al di là di qualunque comitato disciplinare.. Adam era venuto a cercarla e lei non aveva saputo offrirgli niente al posto della religione … Aveva pensato che le sue responsabilità non andassero oltre le mura dell’aula …”.

Jack ha ripreso il suo posto nel letto a fianco di Fiona.

Le ha detto che sì, certo che l’ama, qualsiasi cosa possa essere successo.

E’ successo che Adam – ormai maggiorenne – di fronte a un secondo attacco di leucemia ha potuto scegliere da solo la via da seguire.

– Credo sia stato un suicidio – … mentre il matrimonio faticosamente ripartiva, Fiona gli spiegò a voce bassa ma ferma la propria vergogna, la passione per la vita di quel ragazzo dolcissimo, e il ruolo che lei aveva avuto nella sua morte.

Tartarughe: dei, ninfe e muse

Giove, Melissa e Calliope

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Il dio Giove (Zeus) è stato allevato dalle ninfe nella grotta di Creta e nutrito dalla capra Amaltea. Si narra che un giorno, mentre si divertiva a cavalcare la sua nutrice, si attaccò a lei con molta forza e le spezzò un corno.

Fu la giovane ninfa Melissa che si prese a cuore la povera capra e ne curò la ferita. Giove, per ringraziare Melissa, prese il corno spezzato e glielo regalò, promettendole che da quel corno sarebbe scaturito tutto ciò che il suo possessore avesse desiderato (cornucopia, o corno dell’abbondanza).

Melissa è una ninfa della mitologia greca e il suo nome ha il significato di “produttrice di miele”, ossia di ape. Le ninfe sono le divinità minori della natura e il loro aspetto è di bellissime fanciulle eternamente giovani.

Calliope è una delle nove Muse che, nella mitologia greca, rappresentavano l’ideale supremo dell’Arte.

Calliope, figlia di Zeus e di Mnemosine, è considerata la musa della poesia, in particolare di quella epica. E’ la maggiore e la più saggia delle Muse, nonché la più sicura di sé. I suoi simboli sono lo stilo e le tavolette di cera e infatti viene spesso rappresentata con in mano una tavoletta su cui scrivere.

Magico Giove 

Non ho voluto mai scrivere di questo argomento, nonostante tutti fossero a conoscenza dell’accaduto.

Sfogliando l’agenda 2014, il 10 luglio dedicato ai lavori dell’orto è stata l’ultima data in cui Giove condivideva lo spazio del giardino.

Il 14 luglio scrivo: “Non abbiamo visto Giove”. Il 16 luglio scrivo: “Giove è proprio sparito”.

Poi basta, il riferimento a Giove è completamente svanito, proprio com’era successo a Giove stesso.

Non che fosse scomparso dai miei pensieri, naturalmente.

Quell’estate così piovosa e fredda riapriva quotidianamente l’inquietante possibilità che, per difendersi, Giove si fosse sprofondato nella terra. Per sempre.

Ma poi sorgevano altri mille dubbi. Che fosse riuscito ancora una volta a sorpassare la barriera col giardino confinante e da lì ulteriormente migrato verso inesplorati territori?

Non saprei quantificare le volte che, appiattita al suolo, ho verificato la tenuta delle decine di metri di rete collocate da TartaRugoso: tutto a posto.

E se invece fosse riuscito a salire, grazie al muschio, il gradino più alto che conduce al corridoio di ingresso, dove sotto la siepe di lauroceraso non c’è alcuna protezione? Ho letteralmente nuotato fra le frasche del cespuglio per cercare di sporgermi sull’altro giardino sottostante e controllare se fosse lì. Niente.

Più il tempo passava, più diventava remota la speranza di rivederlo. E comunque, in agosto, quasi quotidianamente lo sguardo correva lungo la mulattiera che conduce al parcheggio, nella vana ipotesi che si fosse nascosto in qualche angolo boschivo o in qualche cespo di tarassaco. Macchè.

Certamente tutt’altro che rassegnata e con profonda tristezza mi sono preparata all’autunno sintonizzandomi su due possibilità:

  • una fuga andata a buon fine (qualcuno l’ha trovato nomade e se l’è portato nella sua casa, oppure da sé medesimo si è trovato un anfratto selvatico a lui confacente)
  • un sotterramento di riparo diventato tombale (tutte le ricerche fatte su Internet non mi hanno però mai permesso di verificare se a luglio una tartaruga si potesse interrare per un letargo anticipato).

Quest’anno sapevo che sarebbe stata una primavera diversa. Eppure dopo 18 anni, nelle miti domeniche di marzo con una temperatura ben al di sopra delle medie stagionali, non ho mai potuto rinunciare a guardare sotto il pino (suo luogo di letargo) o di sobbalzare a un fruscio di fuga di lucertola. Ogni anno Giove riappariva misteriosamente come quando si rifugiava nel suo letto invernale ed era sempre una gioia.

Scema, mi dicevo, non c’è. Non c’è più. Fattene una ragione.

Poi il 23 aprile 2015 mentre io e TartaRugoso siamo al computer, arriva il seguente messaggio via mail da M., mamma di D., che si è premurata immediatamente di riferire:

Trovata tartaruga nel giardino del vicino stop momentaneamente prigioniera in casa in attesa di essere liberata stop 

Se i liberatori volessero chiarimenti telefonare a D.

Nel giro di 10 minuti una serie di telefonate con D. (impagabile per la sua sensibilità e cortesia) e un appuntamento per le 18.30 con lo squisito ritrovatore di Giove, un geometra che del tutto casualmente quel pomeriggio aveva effettuato un sopralluogo nella “la casa dei francesi” e, aprendo la porta, si era ritrovato davanti proprio lui, Giove.

Mai tragitto fu più ambivalente: da un lato la straordinaria felicità per il miracoloso evento, dall’altro il timore di ritrovare Giove solo in tempo per assistere alla sua morte.

La “casa dei francesi”, infatti, è un luogo disabitato, con un angusto terrapieno dove di fatto non ci cresce proprio niente, se non edera e piccoli palmizi. Il fatto che il geometra l’avesse trovato dentro la casa diroccata, inoltre, mi faceva sospettare che Giove fosse in qualche modo sopravvissuto lì, senza mai poter né bere né mangiare.

Vederlo col guscio e il muso chiazzato di bianco oscurava la gioia di tenerlo ancora fra le mani.

Decidiamo subito di non lasciarlo in giardino ma di portarlo in appartamento in città per un bagnetto caldo di reidratazione e per fissare un appuntamento col suo veterinario.

Venerdì 24 la rassicurazione che ci attendiamo: Giove sta bene e, del resto, come potrebbe essere altrimenti visto che le tartarughe sono fra i pochi animali arcaici che hanno saputo resistere nel corso di millenni? Sembra quasi che il veterinario desse per scontato il suo stato di salute: “E’ sufficiente che ci sia anche un solo filo di qualsiasi erba e le tartarughe ce la fanno”.

Sabato 25 Festa della Liberazione: Giove torna nel suo habitat e se ne rende immediatamente conto. Nonostante l’aspetto non propriamente ottimale, una lentezza esasperata e un digiuno ostinato nella casa di città, appena viene posato sulla terra si avventa su un pezzo di pomodoro e qualche buccia di mela ignorate il giorno prima.

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A questo punto riconsideriamo il terrazzamento da dove Giove per forza deve essere fuggito. La rete è a posto; non ci sono buchi. Il mio occhio vigile comunque nota che nell’angolo proprio al di sopra del terrapieno della casa dei francesi la rete è un po’ piegata all’ingiù, intrecciata a tralci di edera. La supposizione è quindi che Giove, in posizione verticale come spesso gli capita quando vuole scalare sassi e gradini bassi, si sia aggrappato al fusto dell’edera e da lì scavalcato la reticella, andando a scivolare al piano sottostante.

Prossimamente TartaRugoso interverrà ancora su quel punto. Il tempo freddo e piovoso di questi giorni ci lascia sperare che blocchi l’indomito rettile, anche se, a questo punto, sapremmo dove andare a guardare.

Che dire d’altro? Non so quale sarà il prossimo futuro di Giove. So solo che la coincidenza di casualità, sincronicità, gentilezza, empatia, solidarietà sono stati buoni ingredienti per compiere questo miracolo.

Bentornato Giove e, un po’ in ritardo, buon 2015!

TartaRugosa ha letto e scritto di: Francesco Piccolo (2015), MOMENTI DI TRASCURABILE INFELICITA’, Einaudi

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Francesco Piccolo (2015)

MOMENTI DI TRASCURABILE INFELICITA’

Einaudi

Scheda editore Einaudi

A pagina 75 Piccolo scrive questo momento di trascurabile infelicità:

Tutte le volte che mi diranno: era meglio “Momenti di trascurabile felicità” 

Già. Piccolo ha prodotto la versione complementare del suo precedente libro. Non saprei da che parte schierarmi. Quella volta mi ero divertita a riconoscere quanti momenti simili fanno parte della vita di tutti, compresa la  mia, e questa volta pure.

Ciò che per me resta insostituibile è la voglia di prendersi in giro, di saper ridere di sé e delle proprie minuscole nefandezze. Quelle cose che in genere si raccontano degli altri presentandole come difetti, nascondendo accuratamente che quei difetti sono anche nostri.

Piccolo provoca su di me un effetto contagioso: anche questa volta infatti non ho saputo rinunciare al rispecchiamento di alcune piccole e condivise infelicità, che qui mi diverto a ricordare.

Francesco Piccolo

Quando una bambina … si avvicinò a mia figlia a un campo scuola e indicandomi le disse: ma quello è tuo nonno?  Ma non tanto questo, quanto l’entusiasmo incontenibile di mia figla

TartaRugosa

Quando faccio il gruppo con le mie anziane e loro mi dicono: “E’ ancora tanto giovane!” e poi arriva un’ausiliaria che guardandomi chiede: “E’ un’ospite nuova?”

Francesco Piccolo

Per tutta la vita … ho subito questa frustrazione. Da bambino, la domenica o nei giorni festivi; da adulto, alle cene con gli amici. Quando abbiamo finito di mangiare, è il momento dei dolci, delle panne, delle ricotte, della cioccolata. Dei mignon, delle torte, dei cannoli. … Quando  ero piccolo, e adesso che sono grande, chiedevo e chiedo: posso andare a prendere i dolci? … Sempre, da quando ho avuto il dono della parola, della comprensione, fino a ora, mi hanno risposto: aspetta. … Non ho mai  capito perché bisogna aspettare per mangiare i dolce; eppure bisogna sempre aspettare.

TartaRugosa

Sono golosa e previdente. Se porto io il dolce, lo scelgo secondo i miei gusti e lo attendo con felicità; se invece non lo porto, immagino che l’ospite, o qualcun altro, abbia provveduto. Per cui mi riservo, durante il pasto, anche lo spazio per quella zuccherosa aggiunta finale. Mi tranquillizzo quando a tavola un lui o una lei lo ricorda: “C’è il dolce dopo”. E’ quel dopo che diventa difficile da pronosticare. L’esperienza mi ha insegnato che se è pranzo, il dolce slitta alla merenda; se invece è cena quasi tutti – non previdenti come la sottoscritta – dicono “Ho mangiato troppo. Piuttosto che il dolce, meglio un buon caffè”. E io che non bevo mai caffè e che mi sono tenuta leggera, li maledico silenziosamente.

Francesco Piccolo

Il fatto di non sapere se la luce del frigorifero, quando l’hai chiuso, si spegne veramente.

TartaRugosa

E’ successo recentemente: spalanco la porta del frigo e lo trovo al buio. Dico a TartaRugoso: “Temo che il frigo sia rotto. Non fa né luce, né rumore”. Ancora in pigiama restiamo tutti e due con le orecchie attaccate all’elettrodomestico, finché, dopo qualche minuto, un leggero ronzio segnala residui di vita. Imparo così: a) la luce del frigorifero si può spegnere anche se aperto; b) la lampadina si può cambiare; c) l’infelicità si può trasformare rapidamente in felicità.

Francesco Piccolo

Tento di arrivare con lo scooter al semaforo lentamente, così scatta il verde e io non devo fermarmi ma soprattutto non devo mettere il piede a terra.

Rallento, rallento, arrivo davanti a tutti, sono quasi fermo, cerco di tenere ancora un po’ l’equilibrio. Sono fermo. Non ce l’ho fatta. Metto il piede a terra. E, appena metto il piede a terra, scatta il verde.

TartaRugosa

Sull’autobus in un incrocio problematico della mia città.

La durata del semaforo verde consente il passaggio di 4 o 5 auto al massimo da sud verso nord, mentre nella traiettoria est-ovest il tempo è molto più prolungato. Puntualmente quando l’autobus dopo già una certa attesa riparte, guardo speranzosa la luce verde e incito, mentalmente, l’autista: “Dai, forza, dai, accelera che ce la fai!”. Naturalmente scatta subito il giallo. Qualche volta l’autista passa lo stesso, ma di solito no. E io malinconicamente attendo il nuovo verde.

Francesco Piccolo

Quando a casa mi dicono che non posso usare quello shampoo – che significa che è troppo buono per me.

TartaRugosa

A casa nostra invece è il miele. TartaRugoso reclama: “Non capisco perché il miele è solo un tuo diritto” e se ne prende un cucchiaione che a me basterebbe cinque volte.

Francesco Piccolo

Piove. Quando hai finalmente l’ombrello che funziona .. c’è qualcuno accanto a te che ha l’ombrello rotto…. Quindi devi accompagnarlo tu. Per l’intero tragitto continuerete a cambiarvi di posto … continuerete a dire: forse è meglio che lo tengo io; e quando lo tieni tu fai sempre in modo da coprire lui che te stesso, per non essere maleducato. … Alla fine dirà: forse è meglio se lo tengo io. E tu glielo dai e poi cominci a dire: alzalo, abbassalo, spostalo …

TartaRugosa

La stessa identica cosa con TartaRugoso che però a un certo punto si arrabbia,  mi molla, accelera il passo e si bagna tutto.

Francesco Piccolo

Negli alberghi, sei nel bagno, ti fai una doccia … all’improvviso ti ritrovi nel bel mezzo della questione della salvezza del pianeta. … C’è un cartello che ti supplica di resistere, di tenere ancora un giorno gli asciugamani che hai usato, e se lo farai, ci sono buone probabilità di salvare il pianeta. Conservi senz’altro gli asciugamani ancora per un giorno. Ma rimani sconcertato da quanto sia facile – sarebbe stato facile salvarlo, il pianeta.

TartaRugosa

Non vado mai in alberghi di lusso. A ben pensarci non vado quasi mai in albergo. Può però capitare che in occasione di qualche convegno usufruisca di un 4 stelle come forma di compenso per l’attività di relatrice. Il guaio più devastante è che non so mai come aprire la porta della camera (non c’è la chiave)  e accendere la luce (non c’è l’interruttore). Per precauzione porto sempre una piccola pila in viaggio. Quanto agli asciugamani, ne trovo sempre un numero così spropositato che faccio fatica a capire il riuso.

Francesco Piccolo 

Quando dicono che il rimedio omeopatico ti fa prima peggiorare, però dopo piano piano migliori.

TartaRugosa

Infatti quando il sintomo non peggiora mi viene la paura che non guarirò mai.

Francesco Piccolo

Sono un antireazionario. Credo nel progresso e credo che tutto migliori, sempre. …segretamente, so che una cosa non c’è,ma sono anche sicuro che nessuno me lo proporrà mai come argomento di discussione. Il cavatappi. Ne hanno inventati tantissimi … Ogni volta che qualcuno te ne mostra uno nuovo, ti spiega come funziona e sembra una meraviglia del progresso scientifico, Poi lo posiziona sulla bottiglia di vino e funziona e non funziona. … E alla fine, l’unica soluzione è di andare in cucina a cercare il vecchio cavatappi.

TartaRugosa

Immancabilmente alla fiera di Pasqua TartaRugoso scopre sempre un nuovo esemplare di cavatappi da sfoggiare nelle cene estive in giardino. Altrettanto immancabilmente qualcuno degli ospiti incaricato di aprire la bottiglia chiede: “Ma non c’è un cavatappi normale?” E mentre vado a prendere il buon cavatappi con le braccine, getto quello nuovo insieme all’altra ventina di esemplari accumulati negli anni e che non saprò mai come utilizzare.

Due momenti personali di trascurabile infelicità di TartaRugosa

Abito in un condominio dal riscaldamento centralizzato. Non sono quindi io a poter determinare come, quando e se accendere la caldaia. E così ogni anno si ripete lo stesso copione: arriva un’ondata di caldo nel mese di marzo, fuori si boccheggia e tutti dicono: “Non è normale, sembra giugno”. Il termometro dell’appartamento, totalmente esposto al sole, segna 26 gradi. Di notte le finestre restano spalancate.

Poi, a metà aprile, quando il regolamento impone la chiusura del riscaldamento, inevitabilmente arriva l’ondata di aria fredda. Sugli attaccapanni ricompaiono giacconi e maglioncini e il termometro di casa scende a 17 gradi.

L’infelicità forse  più grande è della portinaia che ascolta le lamentele di tutti i condomini cui risponde “Non dipende da me. E’ la legge. Riferitelo all’amministratore”.

Da quando sul mio piccolo balcone è comparso (ad opera di TartaRugoso) un vascone per fare l’orto in città, verso la fine di marzo, speranzosa dei poteri della temperatura mite, metto a dimora 18 piantine di insalata. E’ bello vederle crescere senza interferenze di formiche, lumache e merli. Di solito dopo una quarantina di giorni il vascone è di un verde rigoglioso e florido. E’ veramente una sofferenza procedere all’espianto. Il primo anno dell’esperienza, quasi metà delle insalate è andata “in fiore” perché mi dispiaceva raccoglierle …

Luigi Pirandello, Una giornata – La tartaruga, da Luigi Pirandello Novelle per un anno, a cura di Mario Costanzo, Premessa di Giovanni Macchia, I Meridiani vol. III, Arnoldo Mondadori editore, Milano1990

Subito allora Mister Myshkow ritira dall’ajuola la tartaruga che non s’è mossa.

– M’hanno detto che porta fortuna, – soggiunge sorridente. – Non vorreste prenderla voi? Ve la offro.

Quello si scrolla furiosamente e con impero gli accenna di levarglisi dai piedi.

Ed ecco ora di nuovo Mister Myshkow con quella tartaruga in mano, in grande imbarazzo. Oh Dio, potrebbe lasciarla dovunque, anche in mezzo alla strada, appena fuori della vista di quel poliziotto che l’ha guardato così male, evidentemente perché non ha creduto ai gravi motivi di famiglia. Tutt’a un tratto, si ferma al baleno di un’idea. Sì, è senza dubbio un pretesto, per la moglie, quella tartaruga, e levato di mezzo questo, lei ne troverà subito un altro; ma difficilmente potrà trovarne uno più ridicolo di questo e che più di questo possa darle torto davanti al giudice e a tutti quanti. Sarebbe sciocco, dunque, non valersene. Lì per lì decide di rientrare in casa con la tartaruga.

Trova la moglie nel salotto. Senza dirle nulla si china e le posa davanti sul tappeto la tartaruga, là, come un ciottolo.

La moglie balza in piedi, corre in camera, gli si ripresenta col cappellino in capo.

– Dirò al giudice che alla compagnia di vostra moglie preferite quella della vostra tartaruga.

E se ne va.

Come se la bestiola dal tappeto l’abbia intesa, sfodera di scatto i quattro zampini, la coda e la testa e dondolando, quasi ballando, si muove per il salotto.

Mister Myshkow non può fare a meno di rallegrarsene, ma timidamente; batte le mani piano piano, e gli pare, guardandola, di dover riconoscere, ma senza esserne proprio convinto:

– La fortuna! La fortuna!

 

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Luigi Pirandelllo, Una giornata – La tartaruga.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Hanns-Josef Orthell (2012), Scrivere idee, Zanichelli

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Hanns-Josef Orthell (2012)

Scrivere idee, Zanichelli

Da quando TartaRugoso insegue l’arte della scrittura autobiografica la nostra casa si è ulteriormente riempita di libri che sviluppano tale argomento.

Ovviamente non potevo restare insensibile a questo evento.

Mi sono quindi immersa in questo delizioso libretto il cui obiettivo principale riguarda i possibili stili di annotare idee. Al lettore scegliere quale destinazione dare loro: diario di appunti, brogliaccio per catturare spunti creativi, scaletta su cui costruire un racconto, stimoli per liberarsi dall’ansia di iniziare una pagina bianca.

L’abitudine dell’annotazione, antica quanto l’uomo, si consolida soprattutto a partire dalla metà dell’Ottocento, quando la scrittura non doveva restare un passo indietro alle nuove tecniche di riproduzione della realtà (fotografia, cinema, arti) e, pertanto, scrivani e scrittori si impegnavano a ricercare nuove forme di descrizione della natura, delle città, delle cose e delle persone:

Raffinavano la lingua scarnificandola, in modo che reagisse anche ai particolari più insignificanti delle cose. Nel loro laboratorio creavano parole nuove e frasi smozzicate, le testavano, scartavano, modificavano di continuo Proprio l’incompiutezza, la provvisorietà e il disordine di questa forma di scrittura erano riconosciuti come qualcosa di positivo. Il fine del laboratorio di scrittura non era l’opera, ma il laboratorio stesso, che si era sostituito all’opera.

Sulla base di questa premessa Orthell aiuta a perfezionare le capacità di osservazione e percezione grazie all’ausilio di brani offerti da grandi scrittori che, per l’appunto, adottano stili differenziati nelle annotazioni figurative, di emozioni, di passioni.

Inizia con la descrizione di come progettare un testo attraverso le annotazioni di base simulando l’uso di registrazione, webcam, fotografia, indagine, dialogo; prosegue con l’approfondimento delle annotazioni figurative (ritratti, disegni, precisione, esperimenti) e delle annotazioni di emozioni e passioni (ricordi, finzioni, valvola di sfogo, enigmi poetici); conclude con le spiegazioni relative alle annotazioni classiche quali citazioni, brogliaccio, note scritte di buon’ora.

Divertente scoprire le attitudini di scrittori magari già conosciuti, ma che inseriti in questo dispiegamento risaltano ancora di più per le loro caratteristiche.

E’ l’esempio dell’amato George Perec, giustamente citato nel capitolo delle annotazioni “come una registrazione”. Infatti l’intento di Perec in “Tentativi di esaurimento di un luogo” sarebbe quello di creare una sorta di archivio di tutto ciò che si è verificato in un tempo e in un luogo determinati, per ritrarre un unico, inconfondibile scenario parigino.

Ciò che si può apprendere dalla sua lettura è che i dettagli apparentemente scritti come una registrazione, in realtà possono diventare fase embrionale di uno studio che analizza l’ambiente, con lo sguardo rivolto a forme ripetitive di comportamento e con la possibilità di trasformarsi in un primo materiale grezzo da cui sviluppare una narrazione più o meno romanzesca.

Nel capitolo “come una webcam” è il turno di Waltraud Schwab che si cimenta nella “cattura” di un particolare momento della vita berlinese, segnando con pochi tratti e poche righe un determinato episodio della quotidianità: sono soprattutto webcam ambientate in spazi chiusi e focalizzate sul comportamento di persone che diventano brevi racconti o efficaci microdrammi.

Peter Wehrli, invece, sceglie uno stile di annotazione simile a una fotografia, ovvero esprimere con una frase tutto ciò che avrebbe potuto cogliere con uno scatto fotografico. In tal senso la lingua deve suscitare la stessa sensazione di velocità e precisione, un effetto raggiungibile con l’uso di un’unica frase (istantanee letterarie).

Di Emile Zola e del  suo “Il ventre di Parigi” colpiscono gli appunti relativi all’anticipata ricerca di dettagli potenzialmente rilevanti, ma ancora non ben identificati per un futuro ruolo nel nascente romanzo. Zola adotta quindi lo stile dell’”indagatore”, scrivendo accuratamente ogni dettaglio colto nel mercato di Les Halles: letti con attenzione, i precisissimi appunti di Zola testimoniano la ricerca di un’ispirazione, che all’inizio manca di un obiettivo, ma che poi diventa sempre più intensa. Improvvisamente un dettaglio esce dal contesto, si staglia vivido e lascia dietro di sé tracce che si intersecheranno, tessendo una fitta trama e mettendo in relazione i diversi spazi.

Nella parte centrata sulle annotazioni figurative, sono venuta a conoscenza di Teofrasto di Ereso (371-287 a.C.), uno fra i più dotati discepoli di Aristotele.

Decisamente antesignano, nel suo libretto “I caratteri”, Teofrasto delinea una trentina di caratteri come se fossero “ritratti di una galleria”, facendo emergere dalle sue pazienti osservazioni materiale composto da persone (come il barbiere, il calzolaio e il salumiere), cose (le scarpe e i salumi) e azioni (come tagliarsi i capelli o cantare nel bagno) che rappresentano il corrispettivo carattere…. Si viene a creare lentamente un caleidoscopio composto da tante singole osservazioni che offrono un’immagine concreta e sfaccettata del personaggio.

Nella capacità di annotare con precisione,  Orthell cita Francis Ponge e “Il quaderno della pineta”. I brani scelti evidenziano il caratteristico movimento di chi passeggia in una pineta: tronchi grandi, non c’è sottobosco, il suolo è un fitto e uniforme tappeto di aghi, qualche roccia. Ne deriva con grande precisione l’effetto di un ambiente con una sua atmosfera, un suo profumo, una sua musicalità. L’abilità senza pari di tali descrizioni consiste nell’incredibile precisione dello sguardo, cui corrisponde la precisione della parola.

La scrittura dei ricordi (autobiografia) trova in Roland Barthes un efficace esponente. Il libro scelto è “Dove lei non è. Diario di lutto” costituito da una serie di appunti che verranno editati solo dopo la morte di Barthes.

Gli appunti del diario sono composti solo da poche frasi o da annotazioni scarse, prove di verbi o aggettivi che le abbelliscano. Questa stringatezza mostra in modo molto chiaro cosa devono fermare esattamente: un riflesso momentaneo del lutto, un istante costituito da nient’altro che una profonda disperazione. .. L’intero mondo di questi appunti tratta, con un’attenzione rigorosa e instancabile, di un’esacerbazione del lutto che non accenna ad affievolirsi, ma la cui forza sembra doversi trasformare lentamente in qualcosa di meno paralizzante.

Classica e allettante la proposta di utilizzare le citazioni per potenziare una scrittura personale. In questo caso viene in aiuto Walter Benjamin che, per sviluppare una grande opera filosofica su Parigi, raccolse migliaia di annotazioni estrapolate da citazioni raccolte nei testi disponibili presso le biblioteche di diversi Paesi. Le singole annotazioni non venivano scritte su quaderni, ma su foglietti o schede che potevano essere ordinati di continuo in base al tema trattato. Così il sapere era facile da reperire e sempre in movimento.

Benjamin, ricordato per la flanerie, dimostra come sia possibile svincolarsi dalle citazioni raccolte da testi di riferimento per originare un proprio pensiero sempre più chiaro e autonomo.

Chi scrive, copia, all’inizio in modo passivo, i brani che lo colpiscono. E’ lui a decidere cosa e quanto deve essere citato, indirizzando attraverso queste prime decisioni il futuro percorso della riflessione. L’autore potrà effettuare dei tagli e spostare o modificare leggermente alcune parole. Possiamo persino immaginare che alla fine giochi con le citazioni in assoluta libertà e che dopo un po’ possa anche dimenticare con quali stava giocando, così che i passi estratti e le annotazioni formeranno un testo originale, le cui tracce iniziali si riconosceranno solo con difficoltà, o non si distingueranno affatto.

Giacomo Leopardi e il suo Zibaldone sono invece portati come esempio delle annotazioni in forma di brogliaccio.

In questa raccolta caotica di scritti gli appunti di Leopardi coprono un campo di interessi vastissimo (filosofia, estetica, linguistica, letteratura, storia antica, religione cristiana, ecc.) e accompagnano sia le sue creazioni poetiche , sia le sue riflessioni filosofiche o erudite.

Orthell, in questo caso, esorta il potenziale scrittore a fare il seguente esercizio:

Annotate, senza pensarci troppo, una lista di parole che vi piacciono o trovate poetiche. In un secondo momento, provate a riflettere sul perché vi piacciono e, una volta capita la ragione, provate pensare ad altre parole che appartengono alla stessa famiglia.

Tanti sono comunque gli esercizi che l’autore propone per far sì che quella della annotazione diventi vera arte. Infatti sostiene che annotare è lo stimolante ideale delle capacità intellettuali, la caffeina letteraria per eccellenza.

Forse anche per questo motivo sarà a tutti utile prendere come esempio l’attitudine di Paul Valéry di scrivere tra le quattro e le otto del mattino (“annotare di buon’ora”)!

TartaRugosa legge TartaRugosa (1974): La bolla di sapone e il fiocco di neve

TartaRugosa legge TartaRugosa

(1974)

La bolla di sapone e il fiocco di neve

Una bolla di sapone

chi ti incontra un dì per caso?

Un fiocco di neve che per un istante

Sta in bilico s’un vaso

La bolla di sapone

si sente presto innamorata,

ma il fiocco di neve …

di uno sguardo nemmeno l’ha degnata.

La bolla di sapone

cerca invano di farglisi accanto:

il fiocco di neve gli amici suoi

ha raggiunto nel vasto manto.

La bolla di sapone,

con gran disperazione,

scoppia in pianto

mesto e desolato.

Ma la sua origine dovuta è al fato

e la bolla, ad un tratto,

svanisce.

E il grande amore, nato lì per lì,

sparisce.

Francesco Piccolo (2013), Il desiderio di essere come tutti, Einaudi

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Francesco Piccolo (2013)

Il desiderio di essere come tutti

Einaudi

978880619456GRA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La lettura di questo libro è stata per certi versi liberatoria.

Di qualche anno più giovane di me, Francesco Piccolo ha attraversato gli ultimi decenni del Novecento e l’avvento del Duemila vivendo con spirito critico ed emotivo gli eventi storico-politici che quelli della mia generazione ben conoscono e, a loro volta, partecipato con diversi gradi di intensità.

Mi piace la scrittura di Piccolo. Contiene leggerezza e profondità, umorismo e serietà, sagacia e intuito, nonché, dettaglio per me non superficiale, un uso mirabile della punteggiatura. Insomma, le sue pagine scivolano mentre, preso per mano, entri, vivi e sorridi, perché in molte di quelle righe ci sono risvolti non troppo lontani dal comune idem-sentire.

Sensazione già commentata in questo spazio dopo la lettura di “Momenti di trascurabile felicità” e che ora ritorna, impellente, in questo suo raccontarsi.

A dire il vero lo scorrere l’indice mi aveva un po’ insospettito: le due uniche parti distinte “La vita pura: io e Berlinguer” e “La vita impura: io e Berlusconi” mi apparivano un ennesimo tentativo di cercare a tutti i costi una collocazione, l’una a detrimento dell’altra.

Ho dovuto invece immediatamente ricredermi quando, trascinata a ritroso nel tempo e scaraventata in ricordi e riflessioni, ho trovato molte affinità di pensiero e di posizioni con l’autore.

Perché in quel “tutti” c’ero anch’io e in quel pezzo di storia narrato si erano annidate speranze, illusioni e delusioni in cui individuale e collettivo, sia pure in forme diverse, non potevano restare in silenzio.

Di quel pezzo di storia narrato, mi limiterò a considerare i fatti che più mi hanno consentito di rivivere i miei turbamenti giovanili, portando alla memoria non solo gli eventi, ma anche, banalmente, frasi e luoghi comuni raccolti alla spicciolata, se non fra le pareti domestiche, senz’altro fra opinioni e pareri di gente vicina.

Classica, per esempio, la diffidenza verso il partito comunista e i rischi cui poteva essere sottoposto il nostro Paese, se il suo potere si fosse effettivamente affermato.

Scrive Piccolo a proposito del suo essere comunista e del confronto col padre: “Qualsiasi cosa farò, che non sarà in sintonia con quello che pensa lui, sarà da comunista. … Faccio il comunista ma poi vado a chiedergli le chiavi della macchina … fa il comunista con i soldi di papà. Voglio vedere se poi viene veramente (il comunismo)”. La frase che tormenterà l’autore per tutta la vita è proprio questa: “il fatto che lui vuole vedere cosa farò io, e quelli come me, se poi il comunismo viene veramente … Mio padre penserà sempre due cose ossessivamente: una, che se viene veramente il comunismo si scoprirà che in fondo nessuno è comunista; e l’altra, più pericolosa e più martellante nei miei confronti, che il comunismo è un sistema di divisione continua, meticolosa e ossessiva, di qualsiasi cosa si venga in possesso, volontariamente o involontariamente. Ed è per questo sistema morboso della divisione che pensa che se viene il comunismo poi nessuno vuole essere comunista. Per mio padre .. se uno è comunista e dovesse avere una macchina, poi, il bollo lo dovrà pagare Berlinguer. Se ne avrà due, dovrà darne una a un operaio”.

Forse queste convinzioni subirono una scossa non indifferente quando il segretario del Partito Comunista Enrico Berlinguer, dopo i fatti del Cile, presenta un nuovo progetto politico per la difesa della democrazia e per evitare la deriva del golpe fascista successa al popolo cileno: “se è vero che una politica di rinnovamento democratico può realizzarsi solo se è sostenuta dalla grande maggioranza della popolazione, ne consegue la necessità non soltanto di una politica di larghe alleanze sociali ma anche di un determinato sistema di rapporti politici, tale cha favorisca una convergenza e una collaborazione tra tutte le forze democratiche e popolari, fino alla realizzazione fra di esse di una alleanza politica”. Quindi due parole chiave: il dialogo (il compromesso) e il progresso (contro i conservatori, contro i reazionari). Un progetto difficile e tortuoso, tuttavia accolto da un importante interlocutore, Aldo Moro, che vede nell’alleanza la possibilità di continuare ad esercitare il proprio potere ancora a lungo nel futuro.

Succede però che al  momento del voto Moro viene rapito, evento che scuote a tutti i livelli “Il rapimento di Moro, quella operazione di guerra che aveva ucciso uomini, che adesso erano riversi nel sangue, penzolanti fuori da una macchina, quelle voci lente e addolorate che commentavano in diretta quello che non comprendevano, comunicando quindi uno stupore atterrito che faceva anche più paura, una paura che non se ne è andata più per un sacco di tempo – tutto questo era la prova definitiva che anche io, come ognuno, facevo parte della comunità”.

E quando Moro viene ucciso, muore anche il compromesso storico. Anche questo è inciso nella mia memoria quando, adolescente, mi trovo ad incrociare il Movimento studentesco. Quello della sinistra estrema, quello che aveva in odio il partito comunista perché considerato troppo “di destra” e troppo poco innovativo. In quell’élite di esaltati o masticavi il loro incomprensibile linguaggio o eri un diverso, un borghese, uno che la vera rivoluzione avrebbe spazzato via per lasciare spazio alla rivincita del calpestato proletariato: “se poi facevamo (anzi, facevano) la rivoluzione, tutti i borghesi di merda venivano cacciati via a calci in culo. Io ero un borghese di merda, quindi anch’io sarei stato preso a calci in culo, il giorno che avremmo fatto la rivoluzione. E certo, fa il comunista con i soldi di papà, mi dicevano. … A sedici anni la mia situazione era la seguente: a casa, se nominavo il PCI, ero considerato una specie di terrorista; fuori casa, se nominavo il PCI, ero considerato una specie di democristiano. Quindi, per un po’, ho smesso di parlarne”. Non è certo per quelli del Movimento che Berlinguer smette di cercare contatto con coloro che erano diversi e restare con coloro che si assomigliavano.

Se la DC trova come nuovo alleato Bettino Craxi, Berlinguer ritorna all’opposizione proponendo un programma etico, più che politico e alternativo. E così i comunisti “appresero con sollievo la decisione del nuovo corso di stare fuori dai giochi”.

Piccolo viveva al sud e ricorda di quei tempi il terremoto; io, del nord, di quegli anni ricordo la “Milano da bere”.

Sono già una studentessa lavoratrice quando accade l’ultimo atto di Berlinguer: la richiesta del referendum abrogativo della legge sulla scala mobile. Due giorni dopo, durante un comizio a Padova, nella piazza del mercato delle Erbe da me attraversata ogni volta che dovevo sostenere un esame, Berlinguer si sente male e l’11 giugno 1984 muore.

Ricordo quel giorno. Piazza San Giovanni a Roma contava forse più di 2 milioni di persone. Anche TartaRugoso era fra loro per rendere l’ultimo saluto a un uomo e alla sua idea di difendere con tenacia la purezza dell’etica e dei valori.

E leggendo le pagine di Piccolo emerge con più chiarezza nei miei pensieri che quel che resta bloccato e fissato nel tempo è l’idea di associare all’innovazione (Craxi) cinismo, disinvoltura, corruzione da cui, con estrema forza, “la sinistra si ritirava per sempre … sicura di stare dalla parte della ragione …Dall’entrata mancata nel governo e dal rapimento di Moro, nasce un’idea di purezza che non morirà più … E’ qui che sta il grande cambiamento: della vittoria non importava più nulla; bisognava soltanto segnare una volta e per sempre una linea di demarcazione, un’idea definitiva di diversità; bisognava sfilarsi dalla vita pubblica reale e rappresentare un’alternativa astratta, pulita, arroccata. Un’alternativa pura. Da quel momento in poi, ogni sconfitta politica diventava un rafforzativo delle proprie idee. Una conferma che il mondo è corrotto e che il progresso è malato. Una conferma, quindi, che le persone giuste e i pensieri giusti sono minoranza, fanno parte di un mondo altro, che non comunica più con il Paese – perché il resto del Paese, impuro e corrotto, si è perduto”.

Non che nel corso degli anni successivi non si sia riaffacciato il pensiero di una coalizione democratica allargata per raggiungere la funzione di governo, ma la fissazione della purezza a tutti i costi permane grazie alla “rifondazione” comunista, il cui stratega Bertinotti riesce a dare una svolta tassativa alla possibilità di garantire all’Italia un governo non di destra stabile.

Nel suo patto di desistenza con la sinistra, nel momento più cruciale e per via della purezza dei principi etici, Bertinotti, con grande sgomento degli alleati, riconsegna l’Italia al vituperato Berlusconi: “in quel momento si consuma, si esaurisce in un tempo brevissimo la rinascita dell’ultima spinta riformista del nuovo corso del centrosinistra”.

Su tutte le osservazioni possibili, è l’enunciato di Weber che richiama a un insegnamento per me fondamentale. “Max Weber distingue due modi di agire nella pratica politica: l’etica dei principi e l’etica della responsabilità.

Nella sostanza, chi si comporta secondo l’etica dei principi, non tiene conto delle conseguenze delle proprie idee. Cioè: fa delle scelte secondo i suoi ideali, agisce in un modo che ritiene giusto, e questo può bastare: le conseguenze che derivano da ciò che è stato fatto non interessano. .. Chi agisce secondo l’etica dei principi non si  occupa del fatto che a seguito di una decisione giusta le circostanze possano peggiorare lo stato dei fatti; l’importante è aver preso la decisione giusta, in sintonia con i propri ideali.

L’etica della responsabilità, invece, per ogni decisione da prendere tiene conto delle conseguenze prevedibili. Ingloba, nell’idea di giustizia, anche le conseguenze. … Chi fa politica secondo l’etica dei principi, segue le sue idee e tiene conto soltanto di quelle – in pratica si sottrae a un vero e proprio atto politico; chi fa politica secondo il principio della responsabilità, si pone ogni volta il problema di ciò che accadrà in seguito a una sua decisione – in pratica mette in atto un’azione politica”.

Ecco come ricordo quei giorni, esattamente come Piccolo:”Il gesto di Bertinotti è compiuto in nome della purezza, segue la sorda etica dei principi. Il Governo Prodi era stato il riscatto da questa purezza senza fertilità; se avesse portato a termine il suo mandato, probabilmente adesso vivremmo in un Paese diverso”. Se non altro, ma non mi consola, sono esente dal senso di colpa di Piccolo, che Bertinotti l’aveva votato.

Quello che invece trova completamente il mio accordo è la riflessione sull’era Berlusconi. L’essere “contro” è solo servito a rinforzare il principio secondo il quale se si è “contro” si è nel “Giusto”. “Da questa parte, dalla parte degli antiberlusconiani, si sono posizionati “tutti gli altri”. E siamo tanti. Con pensieri molto diversi, ma costretti a stare tutti insieme. Stiamo tra di noi, comunichiamo tra di noi. Ci confermiamo le nostre ragioni, ci rassicuriamo su un assunto fondamentale su cui abbiamo molto bisogno di essere rassicurati: che il mondo migliore è il nostro, assomiglia a noi e alla vita che viviamo, alle scelte che facciamo riguardo non soltanto a regole e leggi, ma anche a salute, cibo, educazione, linguaggio, libri, film, viaggi. Abbiamo pensatori di grande fama e carisma che stanno insieme a noi, ci rassicurano, dicono che siamo giusti e facciamo cose giuste; anche se il mondo sta andando da un’altra parte non ci dobbiamo preoccupare; stanno sbagliando e un giorno si ravvederanno, comprenderanno e torneranno. … Mai nessuno che metta in dubbio le nostre idee, si chieda se c’è qualcosa che non funziona, si chieda perché gli altri riescono a penetrare i desideri di una quantità di gente superiore alla nostra … Siamo assolutamente sicuri che il mondo è diviso in due, quelli che stanno sbagliando tutto e quelli che stanno facendo tutto bene, e per una coincidenza infelice la maggioranza continua a essere cieca e a guardare quelli che sbagliano”.

Il desiderio di essere come tutti è con acutezza messo in risalto dal racconto di un fatto personale. Piccolo ha una casa un po’ piccola che ha ampliato con la costruzione di due soppalchi però non risultati a catasto. Nel programma di Berlusconi, nella propaganda che precede le elezioni, era elencato un condono tombale in cui quei due soppalchi ci stavano benissimo. Piccolo e moglie naturalmente votano il Partito Democratico, ma “intanto che speravamo vincesse la sinistra, non ci sarebbe dispiaciuto del tutto se avesse perso la sinistra, a causa di quei soppalchi. Non ce lo siamo mai detti, ma sapevamo l’uno dell’altra non che ci avrebbe addirittura fatto piacere, anzi, per carità, ci saremmo indignati e incazzati anche stavolta. Solo che stavolta ci saremmo indignati e incazzati ma fino a un certo punto, perché un piccolo vantaggio ce ne sarebbe venuto”.

Conclude Piccolo che “questo è solo un Paese e la Storia ha insegnato che la corresponsabilità degli accadimenti è di coloro che vincono e di coloro che perdono, anche se non in parti uguali; poiché probabilmente in ognuno di noi al di qua del confine c’è una percentuale di superficialità, di spensieratezza e anche di mostruosità – che siamo sicuri di non avere, ma che abbiamo”.

Intanto oggi è stato eletto il nuovo Presidente: Sergio Mattarella.

Buona fortuna Italia e buon lavoro italiani

TartaRugosa ha letto e scritto di: Marie Kondo (2014), Il magico potere del riordino, Traduzione di Francesca Di Berardino, Editore Vallardi

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Marie Kondo (2014)

Il magico potere del riordino

Traduzione di Francesca Di Berardino

Editore Vallardi

vallardi

 

 

 

 

 

 

Il riordino è un’arte: questo è il messaggio trasmesso dal libro di Marie Kondo, la cui sbalorditiva professione è proprio l’insegnamento di come fare e mantenere l’ordine nella propria casa. Insegnamento che non avviene solo a livello formativo, ma anche con valutazioni domestiche e supervisioni sull’operato.

La regola base è quella di procurarsi un discreto numero di sacchi per la raccolta dei rifiuti e poi seguire con un protocollo delle categorie da passare al setaccio, ovvero: “prima i vestiti, poi i libri, le carte, gli oggetti misti e per ultimi i ricordi. Eliminando ciò che non vi serve seguendo quest’ordine vi avvantaggerete in modo sorprendente”.

La passione per il riordino nasce in Marie già nella primissima età attraverso letture di riviste per la casa, tentativi caratterizzati da successi e fallimenti ed elaborazione di tecniche del tutto personali che porteranno l’autrice a trovare un corrispettivo tra ordine dello spazio e ordine mentale, ma, soprattutto, a non ricadere più nel caos. Perché una volta appresa la tecnica, l’effetto boomerang è scongiurato.

Accade spesso che le nostre abitazioni diventino sempre più anguste a furia di accumulare cose e che le nostre lamentele più frequenti riguardino proprio la mancanza di spazio. Marie Kondo sostiene invece che non esiste casa che non disponga di spazio sufficiente e che i “problemi che si riscontrano sono legati al fatto che si possiedono troppe cose inutili”.

Per ovviare a questo problema dobbiamo dimenticare la diffusa convinzione del fare ordine un po’ per volta, magari partendo un giorno da un locale, un giorno da un altro e così via.

La ragione principale per cui le cose continuano ad accumularsi è perché non ne teniamo sotto controllo la quantità, non riusciamo a farlo perché i posti in cui le riponiamo sono sparsi ovunque. Con questi presupposti è normale che se riordinassimo seguendo l’ubicazione delle cose potremmo continuare all’infinito. Riordinare deve essere inteso per categorie, non per ubicazione”. Quindi bando al “un po’ per volta”, e largo al “categoria per categoria”, esercizio che richiede una massima concentrazione nel radunare in terra tutto ciò che concerne la categoria prescelta e procedere all’eliminazione.

Infatti “le operazioni di riordino devono sempre cominciare dal buttare via …Riordinare non necessita di complesse classificazioni. Le azioni fondamentali da eseguire sono due: buttare via ciò che non serve e trovare una collocazione a quello che rimane. E’ importante ricordarsi che buttare viene prima”.

La costante raccomandazione del buttare via serve proprio a prevenire la tendenza ad accantonare l’oggetto, convinti comunque che uno spazio glielo si possa trovare. Questo inevitabilmente condurrebbe non al riordino, ma al cambiamento di spazio, che è un’altra cosa e motivo di effetto boomerang, cioè della creazione immediata di un nuovo disordine.

Ma separarsi dalle cose non è semplice e, a pensarci, ognuno di noi ha mille motivazioni per giustificare la propria propensione all’accumulo.

Ecco perciò il consiglio fondamentale per poter agire senza troppi rimpianti: Pensare alle cose da eliminare rende infelici, quindi “ciò che dovremmo scegliere non è che cosa buttare, ma che cosa conservare”.

E da qui il passo è breve: “Conservate solo ciò che vi emoziona, il resto buttatelo via senza ripensamenti”.

Secondo l’autrice fare ordine è un dialogo con se stessi tramite gli oggetti e ciò significa che non sono ammesse altrui interferenze: riordinare vuol dire escludere gli altri, che non devono avere voce in capitolo sulle personali scelte, né tanto meno diventare i nuovi destinatari di ciò che decidiamo di eliminare.

Ecco alcuni suggerimenti relativi alle singole categorie.

Abbigliamento. “La prossima stagione voglio rivedere questo abito nel mio armadio?” è già una buona domanda per capire la sua futura destinazione. Un vestito che non piace più finisce sicuramente in un angolo recesso dell’armadio, tanto vale buttarlo, non senza averlo prima ringraziato per il suo servizio (la cerimonia del ringraziamento è sacra per l’autrice giapponese).

Per avere un armadio sempre in ordine, occorre anche organizzare la piegatura degli abiti, avendo cura di non ammassarli fra loro o accumularli l’uno sopra l’altro. Consiglia la piegatura fatta in modo tale che dell’indumento ne risulti un semplice rettangolo, sia per gli abiti, sia per calze o collant che non devono assolutamente essere appallottolate o annodate fra loro (anche la biancheria deve poter respirare!).

Libri. Pur rappresentando una categoria di cui è difficile separarsi, anche per i libri vale il principio dell’emozione che provocano. I libri che di solito si leggono più di una volta sono rari: “i libri si leggono per l’esperienza stessa di leggerli. Con il libro letto già una volta l’esperienza è stata fatta. Anche se non vi ricordate perfettamente il contenuto, è già tutto dentro di voi … Per un libro il tempismo è un fattore vitale: il momento giusto per leggerlo è quello in cui lo incrociate sul vostro cammino”. Bisogna immaginarsi la libreria solo composta da libri che piacciono: sarà più facile sbarazzarsi dei restanti.

Carte. Si suddividono in tre gruppi: quelle di cui occuparsi subito, quelle da conservare (come i contratti) e quelle da conservare di altro tipo. Ogni categoria dovrebbe essere ordinata in un contenitore e quello contenente i documenti di cui occuparsi subito dovrebbe essere sempre vuoto.

Oggetti misti. L’elenco proposto da Kondo è vario: cd e dvd; prodotti per la cura del corpo; cosmetici; accessori; oggetti di valore; dispositivi elettronici; utensili di uso quotidiano; utensili da cucina, stoviglie; altro. Un commento fondamentale, prima ancora dei suggerimenti, è il seguente: “Stranamente ci sono molte cose che vi accorgerete subito di voler buttare via senza la necessità di chiedervi se vi colpiscono oppure no. …Sembra strano, ma la maggior parte delle persone è inconsapevole delle cianfrusaglie che occupano spazio nella propria casa”.

Ricordi. Non si entra nel merito del valore o del senso di un oggetto legato a un ricordo. Ma qui entra in gioco il dialogo con se stessi: “Quando tenete in mano i vostri ricordi e decidete che cosa buttare via e che cosa conservare, per la prima volta nelle vostra vita vi confrontate con il passato. Finché queste cose rimarranno sepolte nel fondo di un cassetto, il vostro passato resterà un peso che vi zavorra e vi impedisce di vivere il vostro presente. Mettere in ordine le proprie cose una per una significa mettere in ordine anche il passato. Sistemare i ricordi vi fa resettare la vostra vita e vi fa saldare i conti in modo che possiate muovere i passi successivi verso il vostro futuro”.

E se qualcuno avesse ancora dei dubbi sul processo di separazione, mediti su queste parole: “Ogni cosa che possedete vuole esservi utile. Anche se la butterete via o la brucerete, si lascerà alle spalle un’aura di chi ha voluto rendersi utile. Non più prigioniera della sua forma reale, si muoverà nell’universo sotto forma di energia, facendo sapere alle altre che voi siete una persona speciale … Liberatevi di quelle cose che non vi emozionano più. Celebrate la vostra separazione da loro e il loro nuovo viaggio. Festeggiate questo momento. Credo davvero che le nostre cose siano più felici e più vive quando le lasciamo andare di quando le prendiamo per la prima volta”.

Sta per chiudersi il 2014.

Per il 2015 il motto è: fare riordino nella propria casa.

Detto da TartaRugosa fa quasi sorridere.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Cinzia Bellotti (2014), Ti guardo e mi chiedo. Io, mamma e il terzo incomodo di nome Alzheimer, New Press, Cermenate (CO)

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Cinzia Bellotti (2014)

Ti guardo e mi chiedo.

Io, mamma e il terzo incomodo di nome Alzheimer

New Press, Cermenate (CO)

vai alla scheda dell’editore Newpress

Non è la prima volta che parlo di Alzheimer su queste pagine. E’ già successo con Alice Munro, Pupi Avati, Luciana Quaia.

Ben venga quindi anche questo libro scritto direttamente da una familiare, una figlia che si è cimentata per un periodo piuttosto lungo sia con la malattia che ha colpito sua madre, sia con se stessa, alla ricerca di un nuovo equilibrio in tale tormentata vicenda.

Già il titolo predispone a intuire il processo trasformativo necessario: “ti guardo” come sforzo di capire che cosa all’altro da sé sta succedendo e “mi chiedo” come impegno a capirsi e adeguarsi alla nuova esistenza.

Perché Cinzia per stare accanto a sua madre ha fatto una scelta precisa: All’inizio del 2000 nutrivo il forte sospetto che mia madre fosse stata colpita dal morbi di Alzheimer, ma vivendo all’estero non potevo avere un riscontro a livello quotidiano. Nelle mie brevi soste in Italia notavo un continuo peggioramento della sua memoria, ma nulla di più. Decisi di tornare in Italia nel 2001 in seguito a un lungo periodo di maturazione …

Io amo la “scrittura di sé” e questo racconto dimostra ancora una volta come lo scrivere la propria storia serva a stabilire connessioni tra gli eventi che accadono e a cercare di riempire le zone di vuoto e di mistero che man mano si presentano, come se il poterle tracciare su un foglio aiutasse finalmente a riconoscerle, dare loro un nome e infine renderle dicibili.

L’Alzheimer è una patologia che scuote, spariglia e scompiglia, scardina ogni punto di riferimento sia della medicina, sia delle relazioni interpersonali: si ha modo di osservare come una persona smetta di essere quella che abbiamo conosciuto nel corso degli anni e diventi altro.

La comunicazione della diagnosi arriva a Cinzia in modo chiaro e crudo:

E’ in una fase lieve che sarà seguita da un livello moderato e da uno severo. Avrà già notato un deficit di memoria legato a un impoverimento delle funzioni cognitive, come il linguaggio e il senso di orientamento. Progressivamente arriveranno anche alterazioni comportamentali. Nella fase avanzata della malattia la perdita della capacità di scrivere, leggere e utilizzare correttamente i vocaboli impedirà di mantenere il ritmo abituale di vita. Ci potranno essere fasi di aggressività fisica, verbale, allucinazioni, depressioni, vagabondaggi e deliri durante tutta la durata della patologia. Nella fase avanzata anche l’attività motoria potrà essere compromessa, fino ad arrivare a una difficoltà di masticazione e deglutizione.

Così è il terzo incomodo di nome Alzheimer: inguaribile, di lunga durata, in perenne trasformazione involutiva, irreversibile. A questo deve adattarsi chi sta accanto alla persona che ne è colpita, cercando di accogliere nel nuovo vocabolario parole come imprevedibilità, imponderabilità, ingestibilità.

E, naturalmente, saper riconoscere e affrontare bisogni fino a qual momento sconosciuti, perché tale è la situazione avvertita quando ci si trova ingabbiati nella penosa oscillazione che dal “pieno” del nostro stare ci conduce al “vuoto” di ciò che ci viene sottratto.

Il problema è che la malattia, oltre ai malati veri e propri, colpisce in maniera collaterale anche i nuclei familiari che si prendono cura dei pazienti. Il trauma emotivo e il peso che devono portare possono procurare conseguenze anche gravi sul loro stato di salute generale. …

Prendersi cura di un malato di Alzheimer è un lavoro al quale ci si dedica generalmente a tempo pieno … Conciliare il ruolo di “assistente sanitaria” non qualificata con i tempi del proprio lavoro risulta particolarmente oneroso …

Il totale dei vari addendi è lungo: problemi economici, facendo un calcolo veloce mi sentii afferrare dal terrore: 500-600 euro per un centro diurno, un’eventuale badante sui 1000-1100 euro al mese più contributi e ferie, l’affitto,le spese, il cibo … le cose non si mettevano decisamente bene …; sociali, ci si sente soli … ci si sente impotenti; etici, non vorrei trovarmi nella situazione di decidere per te o per nessuno …;  psicologici, per oltre tre anni io e mio fratello, la badante e le rispettive famiglie siamo stati schiacciati dal peso di un impegno psicologico massacrante, che ci ha visti coinvolti in tutti gli aspetti dell’assistenza … abbiamo appreso strada facendo pregiudicando, in alcuni casi, la nostra salute mentale e fisica.

Che fare, come reagire, che peso dare alle proprie paure, come arrivare all’altro che si sta perdendo?

Cinzia scrive, osserva i comportamenti, si pone domande, riflette.

Considera che esistono due mondi: il proprio e quello della madre, due mondi possibili da accettare solo nel momento in cui cercare a tutti i costi una ragione perché ciò succede diventa superfluo. Occorre, pur con difficoltà, vivere la vita come si presenta. Quanto e cosa succeda dentro di te, nessuno lo sa. Possiamo solo tentare di immaginarlo, tu certo non sei più in grado di spiegarcelo.

Essere dentro “in situazione” vuol dire anche assumere una visione di ciò che è possibile fare e di ciò che invece è impossibile controllare, in quanto taluni accadimenti semplicemente arrivano, indipendentemente dalla tua volontà.

L’Alzheimer è uno di questi. La vita ci propone eventi che o decidiamo di far entrare nella sfera del possibile o ne restiamo talmente tramortiti da non avere più energia per continuare.

In questo Cinzia propone, senza dichiararlo esplicitamente, l’atteggiamento resiliente, ovvero quella predisposizione di entrare nella propria storia sapendo cogliere, oltre alla fatica, anche il trampolino di crescita e di nuove opportunità.

Purtroppo non siamo noi a decidere quello che succederà in futuro, possiamo solo limitarci a prendere quello che arriva. Nella tua diversità devo imparare ad accettarti

Mi hai dato una lezione di vita importantissima, confermandomi con la tua presenza che ci si deve impegnare a vivere come se fosse l’ultima volta che lo possiamo fare.

Rabbia, rancore, risentimento, colpa e rimpianti soggiogano e lasciano senza via di scampo.

Introspezione, interazione con chi ti sta intorno, iniziativa e umorismo facilitano invece la costruzione di una nuova relazione: Quando non capivo i tuoi comportamenti, ho imparato ad accettarti e ad apprezzarti per come sei.

La mamma di Cinzia ha l’Alzheimer e Cinzia è con la sua mamma con l’Alzheimer: insieme continuano a vivere nel meglio delle loro possibilità, utilizzando anche le risorse che la comunità mette a disposizione, casa di riposo compresa.

Concedersi delle tregue non è egoismo ma voler bene a se stessi, è la necessità di dare spazio alle proprie esigenze, di ricaricare le batterie consumate per far sì che i momenti spesi con chi ci circonda tornino ad essere di qualità. Bisogna assolutamente evitare la trappola del senso del dovere, che obbliga a uno stoicismo forzato, dannoso per tutti perché rende insopportabile la vicinanza del malato creando un senso di inadeguatezza nel malato stesso e in chi condivide la situazione.

Non vi è colpa nella malattia, è meglio usare le risorse per cercare soluzioni … e se non si riesce a rispettare l’impegno preso, pazienza, si deve alzare la mano per chiedere aiuto, evitando così di sentirsi sminuiti perché è inutile e nocivo.

Questo e altro fa parte della storia di Cinzia e il suo racconto scivola lieve fra le pagine, lasciando spazio alla positività dell’esperienza (pur riconoscendone le difficoltà)  e insegnando che anche quando sembra di essere ruzzolati in un baratro, un appiglio per risalire si trova sempre se si tengono gli occhi bene aperti, un po’ più in là del precipizio.


Il libro è stato presentato a Como in questa occasione:

Sabato 29 novembre alle 15, presso la Rsa “Le Camelie” (fondazione Ca’ d’Industria), di COMO (via Bignanico 20) presentazione del libro di CINZIA BELLOTTI, Ti guardo e mi chiedo. Io, mamma e il terzo incomodo di nome Alzheimer (New Press Edizioni) con Natascia Gamba, voce narrante e Luciana Quaia, psicologa; Fulvio Rosa al pianoforte

 

TartaRugosa ha letto e scritto di: Philip Roth (2010) L’UMILIAZIONE, Einaudi Traduzione di Vincenzo Mantovani

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Philip Roth (2010)

L’UMILIAZIONE, Einaudi

Traduzione di Vincenzo Mantovani

978885840157GRA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sulla quarta di copertina l’indicazione “Roth aggiunge un altro inquietante tassello all’opera dei suoi ultimi anni”.

Ci sono degli argomenti “scomodi” da affrontare nella scrittura e la parola suicidio colpisce sempre per la brutalità che esprime e per il tormento così difficile da comprendere e da condividere nella sua scelta finale.

Simon Axler, il protagonista, inizia un soliloquio fra sé e sé rispetto al crollo esistenziale che avverte quando, del tutto inaspettata, compare la sua incapacità di recitare. A più di sessant’anni può capitare di avere qualche inciampo, ma questa volta è diverso: il grande attore “vedeva il proprio crollo con la stessa lucidità con cui si vedeva recitare. … Non sapeva come passare da un minuto all’altro, era come se la mente gi si stesse liquefacendo, aveva il terrore di stare da solo, non riusciva a dormire più di due o tre ore per notte, mangiava appena, ogni giorno pensava di ammazzarsi con l’arma che aveva in solaio – un fucile a pompa Remington che teneva nella casa isolata per autodifesa – e nondimeno gli sembrava tutta una commedia, una commedia recitata male. Quando reciti la parte di uno che sta crollando, la tua interpretazione ha un ordine e una coerenza; quando la persona che vedi crollare sei tu, e quella che stai recitando è la tua fine, è tutta un’altra cosa, una cosa spaventosa e terrorizzante”.

Questo l’antefatto: scoprire che l’attore recitante altrui ruoli non sta più rappresentando una finzione, ma la sua stessa indesiderata prigione. “La mattina se ne stava a letto per ore ma, invece di nascondersi da quel ruolo, recitava quel ruolo. E quando finalmente si alzava, l’unica cosa a cui riusciva a pensare era il suicidio, e non la sua simulazione. Un uomo che voleva vivere nella parte di un uomo che voleva morire”.

Capita che improvvisamente nella vita giungano simultanei smottamenti nelle variabili più significative: lavoro, affetti, salute … ma, nella maggior parte dei casi, la precarietà che ne deriva può costituire un nuovo punto di partenza per scoprire uno sconosciuto Sé. Se ciò non accade, le crepe aperte difficilmente riescono a sostenere l’intera impalcatura del corpo e della mente.

La forza inaudita che serve per programmare la propria fine richiede tempo e pensiero. Simon Axler, alla sola idea di “salire le scale che portavano in solaio, caricare il fucile, mettersi la canna in bocca” preferisce telefonare al medico “per chiedergli di provvedere al suo ricovero in una clinica psichiatrica quel giorno stesso”.

Qui “ogni ora di veglia era riempita di attività e appuntamenti per evitare che i pazienti si ritirassero nelle proprie stanze a stendersi sul letto depressi e infelici o si intrattenessero fra loro per parlare dei modi in cui avevano cercato di uccidersi”.

Ed è proprio nella clinica psichiatrica che fra le storie “degli antichi temi della letteratura drammatica: incesto, tradimento, crudeltà, vendetta, gelosia, rivalità, desiderio, perdita, disonore, lutto”, le sedute individuali e di gruppo, le terapie antidepressive, Simon si ritrova ad apprendere la storia di Sybil Van Buren, una bruna trentacinquenne divorata dal rimorso e dalla colpa di non essere stata capace di reagire di fronte a un’orrenda visione e di averne addirittura messo in dubbio la veridicità.

Il quarto giorno mi ero convinta di aver immaginato tutto, e due settimane dopo, mentre Alison era a scuola e lui al lavoro, ho tirato fuori il vino, il Valium e il sacchetto di plastica .. ricordo che non c’era più aria e mi sono affrettata a strapparmi il sacchetto. E non so cosa rimpiango di più: se avere tentato di farlo e non esserci riuscita. … L’unica cosa che voglio fare adesso è sparargli””. Queste le considerazioni della giovane mamma che aveva trovato il suo secondo marito con la testa affondata fra le gambe della figlia di otto anni e accettato la sua debole difesa di “cercare la causa di un prurito lamentato dalla piccina”.

L’uscita dalla clinica non necessariamente riconsegna alla società una persona completamente risorta, ma per lo meno accarezza l’auspicio di riposizionarla sul cammino interrotto dalla crisi.

Simon Axler ora è di nuovo a casa, seduto di fronte al suo agente che tenta di rassicurarlo: “la memoria diventa un grande motivo di ansia per gli attori di teatro che arrivano ai sessanta o settant’anni. Un tempo potevi imparare a memoria un copione in una giornata: ora sei fortunato se in una giornata impari una pagina”.

L’idea del suicidio è un’idea sottile, pervasiva, che ti entra dentro e lavora implacabile. Per un attore della fama di Simon, è facile far scorrere nella memoria i drammi in cui c’è un personaggio che si uccide. “Hedda in Hedda Gabler, Giulia nella Signorina Giulia, Fedra in Ippolito, Giocasta in Edipo Re, quasi tutti in Antigone, Willy Loman in Morte di un commesso viaggiatore … Cassio e Bruto in Giulio Cesare, Gonerilla in Re Lear, Ivanov in Ivanov … E quell’elenco sbalorditivo comprendeva solo opere in cui lui aveva recitato almeno una volta. Ce n’erano altre, molte altre. … Si prefisse di rileggere quelle opere. Sì, doveva affrontare a viso aperto quanto c’era di più spaventoso. Nessuno doveva poter dire che non ci aveva riflettuto a fondo”.

Poi accade un evento nuovo: un incontro col femminile, un femminile insolito, una lesbica quarantenne figlia di attori conosciuti da Simon molti anni prima sulla scena.

Eros e Thanatos si ammiccano. Simon si accende di desiderio, Peegen decide che dopo l’esperienza lesbica ha voglia di un uomo, “quell’uomo, quell’attore che aveva venticinque anni più di lei ed era amico della sua famiglia da decenni”.

Potere del sesso e dell’amore … “presto lui non ebbe più la sensazione di essere rimasto solo al mondo, solo e senza il suo talento. Era felice: una sensazione inattesa. … C’era lui. C’era lei. Le possibilità di entrambi erano drasticamente cambiate”.

I giochi sessuali, l’intimità ritrovata, il desiderio di un nuovo inizio rimbalzano nella testa di Simon, a dispetto delle critiche dei genitori di Peegen per quell’eccessiva differenza di età, della visita dell’amante delusa di Peegen che lo allerta sul suo indomabile carattere, delle scappatelle confessate dalla stessa Peegen, forse orfana della sua inclinazione primaria a favore delle donne.

Nonostante ciò, l’illusione del ritorno ad una vita normale si affaccia con prepotenza, lasciando a Simon il suono di parole pronunciate solo nella fantasia: “Se dobbiamo continuare, io voglio tre cose. Voglio che ti fai operare alla schiena. Voglio che riprendi la tua carriera. Voglio che mi metti incinta”.

Ma il peso delle parole non dette possono avere comunque effetti strabilianti. “La iella era finita. Finiti i tormenti che aveva voluto infliggersi da sé. Aveva ritrovato la fiducia, il dolore se n’era andato, l’abominevole paura era sparita e tutte le cose che aveva perso erano tornate al loro posto. La ricostruzione di una vita era iniziata quando si era innamorato di Peegen Stapleford”. Finalmente la sconfitta dell’umiliazione.

Simon intraprende una serie di visite per capire quali possano essere, alla sua età, i rischi di concepire figli non sani e si rivede nuovamente a calcare le scene, questa volta senza esitazioni e senza flessioni.

Visioni eteree, fluide, vaporose. Deve assolutamente raccontarlo a Peegen quando tornerà a casa, in quella stessa casa dove pochi giorni prima si era orgiasticamente consumato un incontro a tre, quegli “allettanti giochi che molte coppie fanno per eccitarsi e divertirsi”.

Il mondo irreale fantasticato stride nella realtà vera, nella voce di Peegen che gli annuncia “Siamo alla fine … Non è quello che voglio. Ho commesso un errore”… “Lei andò via con la sua auto e il crollo di Axler durò cinque minuti, un crollo prodotto da una caduta che si era voluto e da cui non restava ormai possibilità di ripresa”.

L’idea del suicidio è un’idea sottile, pervasiva, che ti entra dentro e lavora implacabile; “i fallimenti erano suoi, come la sconcertante biografia sulla quale era impalato” questo è il pensiero di Simon dopo l’ennesima umiliazione per la telefonata fatta ai genitori di Peegen per urlare la propria rabbia.

E Sybil Van Buren? Sul periodico della contea era apparso un articolo che raccontava di un famoso chirurgo plastico ucciso a colpi di arma da fuoco dalla moglie da cui era separato. Sybil assume le sembianze di un esempio di coraggio “Se lei è stata capace di farlo, posso farlo anch’io!”.

Come può un uomo decidere di uccidersi?

Questa volta non vince l’uomo capace di scendere le scale del solaio e telefonare di nuovo al medico per il ricovero.

Questa volta predomina l’uomo attore. “A venticinque anni quando, da vero fenomeno teatrale, riusciva in tutto ciò che tentava e otteneva tutto ciò che voleva, aveva interpretato l’aspirante giovane scrittore di Cechov che si sente un completo fallito, un uomo ridotto alla disperazione dalle sconfitte nel lavoro e in amore”.

Il fatto è che Konstantin Gavrilovic si è sparato” l’ultimo biglietto trovato accanto al cadavere dell’umiliato Simon.

PANE TARTARUGA

PANE TARTARUGA

Tartarughe


 

 

 

 

 

INGREDIENTI

400 gr di farina 00
1 bustina di lievito di birra
10 gr di zucchero
1 cucchiaino di sale
4 cucchiai di olio d’oliva
225-250 ml di acqua tiepida

Mescolare la farina con il lievito di birra in una terrina. Fare una buca in mezzo e versare lo zucchero, il sale e l’olio. Aggiungere un po’ per volta l’acqua tiepida e lavorare l’impasto per una decina di minuti. Quando l’impasto risulterà liscio e levigato lasciarlo lievitare per circa 1 ora, coprendo la terrina con uno strofinaccio umido.

Dividere poi l’impasto in due parti, formando due pagnotte e lasciare lievitare ancora per 1 ora.

Spennellare poi la superficie delle due pagnotte con un pò d’acqua, e fare delle incisioni a forma di grata, in modo da simulare il disegno del guscio della tartaruga.

Cuocere in forno a 220° per 20-25 minuti, finché le pagnotte appariranno dorate.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Irvin D.Yalom (2014) IL DONO DELLA TERAPIA Traduzione di Paola Costa Neri Pozza Editore

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Irvin D.Yalom (2014)

Il dono della terapia

Traduzione di Paola Costa

Neri Pozza Editore

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Prima o poi arriva il momento di guardarsi indietro per rivedere la strada percorsa. E’ un processo che non ha una data precisa, ma grosso modo si affaccia nella seconda metà della vita, quando si allunga il periodo vissuto rispetto al’indeterminatezza del tempo che resta.

L’età della maturità (o della maturazione) è proprio quella che dovrebbe consentire una ponderata serie di bilanci a distanza di sicurezza dall’impeto furioso della giovinezza e dall’esposizione non sempre protetta delle emozioni.

Se questo di norma è un processo attuato dalla maggior parte degli esseri umani, diventa ancora più significativo per coloro che esercitano una professione centrata sul lavoro di cura, qualsiasi essa sia. L’incontro con l’altro, infatti, quando inserito in una cornice di presa in carico, accresce la sensibilità e la conoscenza di sé, sviluppando la propensione ad interrogarsi e a rimettersi in discussione. Questo fenomeno diventa più visibile con il trascorrere del tempo. C’è chi in vecchiaia trova vantaggio nello scrivere di sé e della propria esperienza a scopo didattico, c’è chi utilizza le storie per raccontarne altre in trame narrative e formative, c’è chi riesamina il proprio agire con maggior completezza, consapevolezza e chiarezza e ne vuol fare dono alle nuove leve. Lo psichiatra psicoterapeuta Yalom riassume tutte queste posizioni e si dà un preciso compito: a settantasette anni offrire, a chi intraprende il lavoro di cura, una ricognizione di alcuni aspetti salienti osservati nella relazione malato-terapeuta durante i suoi quarantacinque anni di pratica clinica.

Scrive infatti nell’introduzione: E’ scoraggiante rendersi conto che sto entrando in una fase avanzata della vita. Le mie mete, i miei interessi, le mie ambizioni stanno prevedibilmente cambiando. Erik Erikson, nel suo studio sul ciclo della vita, definisce questo stadio tardivo dell’esistenza con il termine generatività, intendendo una fase post-narcisistica in cui l’attenzione si sposta dall’espansione del sé verso la cura e la preoccupazione per le generazioni a venire. … Il suo concetto mi sembra corretto. Voglio trasmettere quello che ho imparato. E il più presto possibile.

Lo fa con la giusta preoccupazione di chi osserva un dilagante settarismo e dogmatismo nel campo della psicoterapia, come se una tecnica o una diagnosi fossero sufficienti a restituire benessere, se non guarigione, alle grandi questioni ultime dell’essere umano: la morte, la solitudine, il significato della vita e la libertà.

Credo che la tecnica sia di qualche aiuto quando deriva dall’incontro unico fra il terapeuta e il paziente nel qui-e-ora della relazione.

Yalom nell’affrontare il compito di aggiornare il suo testo non rinnega la posizione assunta negli anni precedenti verso i temi fondanti: la crucialità del rapporto, l’autosvelamento, l’essenza del qui-e-ora, la sensibilità verso i temi esistenziali, l’importanza dei sogni.

Definisce il proprio approccio con il termine di “psicoterapia esistenziale” poichè convinto che all’origine del conflitto interiore rivesta grande significato anche il confronto con ‘i dati di fatto’ dell’esistenza, fattori che influenzano profondamente la natura della relazione tra il terapeuta e il paziente e influiscono su ogni singola seduta. Nel mirino, quindi, si devono inserire gli avvenimenti immediati che accadono durante la seduta perché i problemi interpersonali del paziente si manifesteranno ben presto a colori vivaci anche nel qui-e-ora del rapporto terapeutico.

Secondo l’esperienza dell’autore, il qui-e-ora diventa ottimo strumento per intervenire nella relazione, a patto naturalmente che il terapeuta si consideri una sorta di “compagno di viaggio”, mettendosi quindi in gioco, sottoponendo innanzi tutto se stesso a una terapia per eliminare i propri punti ciechi e utilizzando l’autosvelamento ogni qualvolta si dimostrasse necessario: E’ controproducente che il terapeuta rimanga opaco e nascosto al paziente. Ci sono tutte le ragioni per rivelarsi al paziente e nessuna buona ragione per nascondersi. …Stabilire una relazione autentica con i pazienti, per sua stessa natura, richiede di abbandonare il potere del triumvirato magia, mistero e autorità. … Per impegnarsi in un rapporto genuino con il proprio paziente è necessario rivelare i propri sentimenti nei suoi confronti nel presente immediato.

L’accurata descrizione di alcuni casi permette l’approfondimento di concetti e parole chiave che caratterizzano ogni processo di cura: essere un sostegno; “guardare dal finestrino del paziente” ovvero assumere un atteggiamento empatico e contemporaneamente insegnarlo anche al proprio assistito; ricordarsi che si può essere terapeuti per molti pazienti, ma che il paziente ha come riferimento un solo terapeuta e deve perciò rivestire un’unicità di interesse; avere l’umiltà di mostrare i propri errori, poiché tutti possono sbagliare; impegnarsi a costruire un rapporto “insieme” che diventerà il vero agente del cambiamento.

Di fondamentale importanza, inoltre, è evitare di cadere nell’asimmetria di potere fra chi cura e chi è curato. A tale proposito Yalom cita l’accresciuta efficacia del guaritore ferito analizzata da Jung  e riporta personali considerazioni autobiografiche: i guaritori feriti sono efficaci perché sono maggiormente in grado di provare empatia per le ferite del paziente; forse è perché partecipano in modo più  profondo e personale al concetto curativo. So di avere, moltissime volte, iniziato un’ora di terapia in uno stato di inquietudine personale e di averla terminata sentendomi molto meglio, pur senza commenti espliciti sul mio stato d’animo. Credo che l’aiuto mi sia arrivato in varie forme. Qualche volta è il semplice risultato di essere efficiente nel mio lavoro, di sentirmi meglio con me stesso attraverso l’uso delle mie abilità ed esperienze per aiutare un altro. A volte deriva dall’essere tirato fuori da me stesso e messo in contatto con un altro. L’interazione intima è sempre salutare.

Allo stesso tempo, però, è necessario porre attenzione ai rischi emotivi del mestiere quali la solitudine, l’ansia e la frustrazione: le sedute con i pazienti sono imbevute di intimità, ma è una forma di intimità che non fornisce il nutrimento e il rinnovamento che derivano da rapporti profondi e affettuosi con gli amici e la famiglia …. Troppo spesso noi terapeuti trascuriamo i nostri rapporti personali. Il nostro lavoro diviene la nostra vita. Alla fine della giornata lavorativa, dopo aver dato tanto di noi stessi, ci sentiamo svuotati dal desiderio di ulteriori rapporti. Inoltre i pazienti sono così grati, così adoranti, così idealizzanti che corriamo il rischio di apprezzare meno i membri della famiglia e gli amici, poiché meno disposti a riconoscere la nostra onniscienza ed eccellenza in tutte le cose

Chi dell’autore conosce anche il romanzo “La cura Schopenhauer”, non troverà insolite le sue riflessioni filosofiche sulla morte e sul come parlare della morte, evento che lo psichiatra sente più vicino al suo destino personale e che soprattutto ha affrontato nelle terapie di gruppo e nei rapporti con i malati terminali.

Filosofiche anche le parole sul significato della vita: Noi esseri umani sembriamo creature sempre alla ricerca di un significato per tutto che hanno avuto la sfortuna di essere gettati in un mondo privo di un significato intrinseco. Uno dei nostri compiti più importanti è quello di inventarci un significato abbastanza forte da sostenere la vita e attuare la manovra disonesta di negare il fatto che siamo noi gli artefici di questa invenzione. Così ci convinciamo che invece era lì che ci aspettava. La nostra continua ricerca di sistemi ricchi di significati sostanziali spesso ci fa precipitare in crisi di significato. … Molti pensano che i progetti significativi assumano un valore più profondo, più potente, se trascendono loro stessi – cioè se sono diretti a qualcosa o qualcuno al di fuori di sé, come l’amore per una causa, una persona, un’entità divina.

Il compito del terapeuta, in questo caso, è l’identificazione e la rimozione degli ostacoli che impediscono di impegnarsi su qualcosa che si reputa significativo, poiché è proprio quell’impegno che servirà a dare senso al trascorrere dei propri giorni. Ma ancor più illuminante è il riferimento all’insegnamento del Buddha: ci si deve immergere nel fiume della vita e lasciare che la domanda scorra via da sola.

Ampio spazio viene dedicato inoltre all’assunzione di responsabilità, altro punto nodale di conflitti interiori: Finchè i pazienti persistono nel credere che i loro problemi più importanti sono il risultato di qualcosa che è al di fuori del loro controllo – le azioni di altre persone, i nervi, le ingiustizie sociali, i geni – noi terapeuti veniamo limitati in ciò che possiamo offrire….Se speriamo di ottenere un cambiamento terapeutico più significativo, dobbiamo incoraggiarli ad assumersi la loro parte di responsabilità – cioè a rendersi conto di come contribuiscono in prima persona alla propria sofferenza. Compito non certo facile e veloce di fronte a resistenze pervicaci, ma i consigli forniti supportati da esempi clinici evidenziano l’importanza di: non prendere decisioni al posto del paziente; concentrarsi sulle resistenze che impediscono il processo decisionale; stimolare la consapevolezza offrendo consigli; facilitare le prese di decisioni.

Non mancano dettagli su situazioni che si possono verificare durante lo svolgimento della terapia quali toccare il paziente, accogliere le lacrime, controllare le pulsioni sessuali, leggere i sogni … materiali che certo stimolano guida e ispirazione, ma che rispecchiano soprattutto l’elaborazione di idee e tecniche che Yalom ha trovato utili nell’esercizio della propria professione.

L’autenticità introspettiva e la volontà di “seminare” spontaneità e creatività all’interno di un rapporto d’aiuto è testimoniato dalle sue seguenti parole: non considerate i miei interventi personali come una specifica ricetta procedurale; essi rappresentano la mia prospettiva e il tentativo di guardarmi dentro per trovare il mio proprio stile e la mia propria voce.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Giampaolo Nuvolati (2013) L’INTERPRETAZIONE DEI LUOGHI, Firenze, University Press

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Giampaolo Nuvolati  (2013)

L’interpretazione dei luoghi

Firenze, University Press

In questo periodo perseguo, con TartaRugoso, l’arte della flanerie come esperienza di vita (sottotitolo del volume in lettura).

Sono diversi ormai i testi che in questa rubrica si rincorrono su questo tema, nelle sue varianti dedicate al genius loci, ai giardini, alle derive …Così anche questo libro di Nuvolati giunge a proposito e contribuisce con maggior chiarezza a delineare e a modernizzare la figura del flaneur.

Annota l’autore che la parola flaneur ha varie origini e usi:

“Nata intorno alla metà dell’Ottocento per designare dandy, poeti e intellettuali che passeggiando tra la folla delle grandi città ne osservano criticamente i comportamenti, la nozione di flaneur sollecita oggi con forza l’interesse delle scienze sociali e della filosofia, ma anche della letteratura e del cinema, per la capacità di identificare una particolare pratica di viaggio e di esplorazione dei luoghi, di rapporto riflessivo con le persone e gli spazi.

La figura del flaneur può dunque essere considerata da diverse angolazioni: “incarna il desiderio di libertà errabonda dell’individuo imprigionato da vincoli territoriali, ideologici, professionali; la ribellione contro le pratiche consumistiche di massa, specie contro il turismo mordi e fuggi; l’aspirazione ad assaporare la vita secondo ritmi più meditati; il recupero della sensibilità come forma di conoscenza!”, ma sebbene si tenda ad associare tale figura a poeti, artisti e intellettuali, lo spazio urbano può essere abitato da molteplici figure affini. Prima di conoscerle più in dettaglio, mi soffermo su una considerazione interpretativa che Nuvolati espone attraverso l’espressione “flaneur ossimorico”, ovvero le opposte contraddizioni che l’esploratore può incarnare.

Per esempio, essere al contempo puer e senex. Perché nel puer è custodita l’ingenuità del flaneur, la sua voglia di scoprire lo sconosciuto, la voglia di abbandonarsi entusiasticamente al labirinto urbano e però, al contempo, anche quella certa consapevolezza che lo rende saggio nella sua scelta di cosa osservare, nel sapere quando e dove sostare.

Sempre in ambito ossimorico il flaneur è solitario e un po’ malinconico, ma nello stesso tempo cammina nella folla, sfidandola e talvolta sentendosi un po’ sopra di essa.

Qualcuno ritiene che il bighellonare richiami l’ozio? Può darsi, ma è anche vero che la pazienza della perlustrazione, qualche volta vicino alla noia, rappresenti una sospensione in attesa dell’atto creativo (Tacita Dean definisce questo atteggiamento indolenza creativa). La flanerie, infatti, non è solo una forma di contatto lento con la città veloce, ma in genere è seguita da un momento produttivo, di scrittura, di narrazione, di fotografia, “di collezionare pensieri che non sempre seguono una logica, che spaziano da una disciplina all’altra, ricorrendo a più strumenti narrativi, spiazzando il lettore”.

Per non parlare dell’aspetto sociale e sociologico del flaneur … Egli infatti è “colui che grazie alla propria arte guarda la città, ne rielabora i significati e la restituisce a un pubblico più ampio, ma anche agli specialisti che necessitano di uno sguardo diverso, seppur mai definitivo”.

Dunque piedi, occhi e cervello sono le parti maggiormente coinvolte nell’espletare la flanerie: “caratteristica è quella di muoversi a piedi, conciliando tre attività: il camminar lento, l’osservare e l’interpretare ciò che lo sguardo coglie … Camminare nella città rinvia a una condizione di solitudine e di libertà nel rifiutare la velocità e i percorsi imposti dal ritmo urbano e massificato, è la scelta di tempi e pause personali ma, contemporaneamente, rappresenta anche un’apertura verso gli altri”.

Implicitamente fare il flaneur comporta un atteggiamento di pazienza, lentezza e silenzio. E’ solo grazie a queste attitudini che si possono percepire i cinque sensi vissuti dalla città, nonostante il rumore e la frenesia. Nel suo silenzio interiore il flaneur scopre che il luogo non rappresenta più il fondale delle sue azioni, ma diviene esso stesso protagonista, rivelandosi inaspettatamente agli occhi del suo osservatore e svelando l’anima fino allora nascosta. Senza dover necessariamente andare lontano, perché “ognuno ha la propria Parigi o Londra in cui perdersi; sono le nostre città di tutti i giorni che nascondono il loro genius loci misterioso, tra realtà e finzione”.

E, sempre a proposito delle contraddizioni incarnate, la vera sorpresa sta fra le multiformi figure che possiamo declinare nell’essere flaneur, rovistando sia fra presenze “marginali”, sia fra presenze di “élite” o addirittura fra “professioni”.

Nuvolati esamina queste categorie portando alla luce tizi e tali noti agli occhi di tutti coloro che si soffermano a considerare il prossimo che incrociano nelle vie della loro città.

Con TartaRugoso, passeggiando fra i vari crocicchi della città murata, condividiamo l’elenco proposto dal’autore.

Marginalità

– senzatetto e mendicanti che girano per la città cercando giacigli, cibo, luoghi della questua (il censimento che tartarugando potremmo costruire all’interno delle nostre mura è assai variegato e spazia dal “Dio ti benedica, buona giornata”, a “50 centesimi per mangiare”, al semplice gesto del braccio per vendere qualcosa,  al suono di una fisarmonica accompagnato da uno o più languidi sguardi canini)

– pensionati che passeggiano e si appostano vicino a operai al lavoro per dare loro consigli (nel nostro caso l’esempio più evidente è in riva al lago per commentare manovre di imbarcazioni o raccolta di pesca, ma naturalmente non fanno difetto gli osservatori dei vari cantieri aperti)

– bighelloni frequentatori di bar e sale corse perennemente seduti ai tavoli (che suscitano sempre la nostra domanda “ma questi che fanno per vivere?”)

– matti del paese e balordi in perpetuo movimento alla ricerca di compagnia (“farò quella fine”, dice TartaRugoso, guardando all’affaccendato giornaliero trasportatore di libri che incrocia sempre davanti al teatro)

– alcolisti, tossicodipendenti che vanno a zonzo in città chiedendo la questua o alla ricerca di droga (il segreto è di evitarne lo sguardo)

– prostitute in attesa o a passeggio nelle zone di transito dei clienti (non siamo flaneur notturni per cui non ci è dato questo incontro)

– immigrati spaesati alla ricerca di conoscenti e di opportunità di lavoro in alcune zone della città (non nel nostro quartiere, dove invece sembrano abbastanza stabilizzati e abili conoscitori dei servizi sociali)

– studenti fuori sede che girovagano fra una lezione o l’altra nei periodi di pausa dello studio o nelle uscite serali (il lungolago ne è pieno, soprattutto nelle giornate di sole)

Elites

–  ceti particolarmente abbienti che possiedono case di valore in più città dove trascorrere brevi periodi all’anno praticando attività di esplorazione della città congiuntamente all’élite locale e internazionale (nella nostra flanerie lacustre l’attenzione si desta quando vediamo spalancate imposte di ville solitamente chiuse, che dopo qualche giorno tristemente ritornano allo stato silente)

– viaggiatori dei Grand Tour (non ci è dato di incrociarli, data la nostra inesistente passione per questo tipo di turismo)

– new dandies a passeggio per sfoggiare nuovi capi di abbigliamento (idem come sopra)

– turisti intellettualizzati che frequentano musei e mostre (e che ci dimostrano quanto è bella e ambita la nostra città)

L’autore non manca di citare i “provocatori”:

hippies che rifiutano le regole; intellettuali critici nei confronti della società di massa; manifestazioni politiche; musicisti girovaghi. TartaRugoso, per esempio, ha stretto amicizia con il proprietario di due cani (Budino e Guapa), che ha scelto di vivere da barbone scrivendo poesie.

E, ancora, Nuvolati si sofferma su chi si trova a fare flanella per

motivi di lavoro:

poliziotti in perlustrazione di quartieri a rischio; detective sul luogo del delitto; giornalisti impegnati a raccogliere immagini e testimonianze; architetti che sovrintendono la trasformazione di un luogo.

Sicuramente la pratica che preferiamo, TartaRugoso ed io, è quella definita “camminare liberamente in città”, l’amare la città nel suo viverla quotidianamente, soprattutto in questo periodo estivo, quando le piazze (finalmente libere dalle auto) diventano teatri en plein air, stuzzicando la curiosità dell’approfondimento e regalando “quel sentirsi altrove” che corrisponde ai vari sentimenti espressi da film, musiche, mostre, rappresentazioni teatrali, giochi e mimi, monologhi …

La cinepresa in questo caso diventa lo strumento per catturare quei momenti magici e tentare di renderli eterni.

TartaRugoso, su stimolazione di Perec, ha anche tentato la pratica dell’”osservazione da postazione fissa” (in altre parole, tentativi di esaurimento di un luogo), stupendosi dell’effetto strabiliante che lo stesso spazio possa diventare, in diversi momenti della giornata, fonte di trasformazione sociale.

Per ottemperare alle istruzioni fornite da Nuvolati, ci manca solo lo “shadowing”, ovvero “il fare da ombra, il pedinare una persona prescelta lasciando che sia lei a guidarci nella città”, magari sostituendo il pedinato con un altro, in un punto particolare della camminata (shadowing incrociato).

Ma dubito molto che possa diventare un nostro atto sia pur sperimentale: da brava coppia tartarughesca, amiamo la solitudine e preferiamo lasciarci abbracciare dalle visioni dei nostri luoghi, apparentemente i soliti, ma suscitatori di sempre nuove percezioni.

 

CARATTERISTICHE MORFOLOGICHE DA CONSIDERARE PER CAPIRE SE LA NOSTRA È MASCHIO O FEMMINA, di EMANUELA ZERBINATTI

Trovo su “daebyday” questo articolo scritto dalla dott.ssa Emanuela Zerbinatti:

 

Caratteristiche morfologiche da considerare per capire se la nostra è maschio o femmina

  • La grandezza: è una delle differenze tra maschi e femmine più evidenti anche per l’occhio meno esperto. Le femmine sono infatti generalmente più grandi dei maschi. Tanto per intenderci, nelle Testudo hermanni (la specie terrestre più conosciuta), un maschio adulto misura dai 12 ai 16,5 centimetri, mentre la femmina può raggiungere i 20 centimetri. Questa è però la caratteristica che più di tutte risente della possibilità di fare un confronto.
  • Il piastrone: è la parte ventrale del guscio, quella che sta a contatto col terreno. Se la tartaruga è femmina questo sarà piatto, mentre se è maschio sarà concavo. In molte specie di tartarughe terrestri gli ultimi scuti del piastrone, gli scuti anali, formano una “V” più aperta nel maschio rispetto alla femmina.
  • La coda: nel maschio è grossa, robusta, più lunga e appuntita, e con uno sperone all’estremità, mentre quella della femmina è tendenzialmente più corta, piccola e senza particolari rilievi. Nel maschio, inoltre, la cloaca posta più distalmente (più lontana dalla base della coda).
  • Le unghie: il maschio ha le unghie delle zampe anteriori molto lunghe. Nella femmina sono invece più piccole.
  • Il muso: nel maschio è più allungato rispetto alla femmina che ha tratti più tondeggianti.

L’unico vero limite è l’età della vostra tartaruga.

Il piastrone concavo nei maschi di alcune specie, soprattutto di tartarughe terrestri, serve per adattarsi meglio alla forma convessa del carapace della femmina. Nella femmina un piastrone piatto permette di avere più spazio a disposizione per lo sviluppo delle uova. Ciò però significa che questo tipo di differenziazione si manifesta solo nei soggetti adulti, pertanto è impossibile determinare il sesso delle giovani tartarughe.

 

TartaRugosa ha letto e scritto di: Andrée Bella (2014), Socrate in giardino, Passeggiate filosofiche tra gli alberi, Ponte alle Grazie, Salani Editore, Milano

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Andrée Bella (2014)

Socrate in giardino

Passeggiate filosofiche tra gli alberi

Ponte alle Grazie, Salani Editore, Milano

Scheda dell’editore

Non è questione di amare o meno la natura.

La questione riguarda piuttosto l’interrogarsi, il soffermarsi, l’ascoltare e l’ascoltarsi.

Perché ci sono vicende in cui l’uso delle parole può rivelarsi insufficiente, se non inopportuno e inefficace.

Sono le vicende dell’umana sorte legate al mistero, all’insondabile, all’ineffabile che, nella loro presunta individualità, si dispiegano  ad accogliere l’universale e l’eterno.

In quel  vuoto che si forma dentro, nel tempo surreale che può perdere il suo senso,volgere lo sguardo alla natura che ci possiede,  prendersi per mano e accompagnarsi lungo la vita diventa la terapia più profonda per ritrovare se stessi.

Per lo meno, da tartaruga la vedo così, e così la vorrei vivere, nonostante l’obiettiva difficoltà.

Ho imparato due definizioni di vita:

Bios (da cui biografia), che designa la vita legata al nostro nome e alla nostra storia, il cui inizio è sancito dalla data di nascita e la cui fine dalla data di morte.

Zoé (da cui zoologia), che designa la vita universale che ciascuno di noi si porta dentro, intrecciata sì alla bios, ma ben più ampia, una vita senza nome e al di là del pensiero.

Andrée Bella suggerisce di connettere il microcosmo (il proprio agire e il proprio sentire) al macrocosmo (quel tutto senza il quale la vita umana non avrebbe potuto darsi): “A partire da questa prospettiva il senso dell’anima si trova nel mondo e quello del mondo può essere riconosciuto e celebrato nell’anima e i due poli risultano essere indissociabili”.

Perché quindi non ispirarsi agli esercizi dell’antica terapeutica filosofica, grazie ai quali si può tentare di trasformare i propri modi di sentire e pensare?

E’ intorno a questo tema che il sottotitolo del libro “Passeggiate filosofiche tra gli alberi” ci insegna ad essere “sereni e fermi anche di fronte alle avversità, comprese la vecchiaia, la malattia e la morte stessa”, nonché a “vivere concretamente cercando di non smarrirsi nei meandri quotidiani del piccolo, soffocati da abitudini inerti o doveri vuoti”.

La prima passeggiata propone l’esperienza filosofica dell’autunno e le riflessioni mito-botaniche sulla perdita e sulla morte.

Fra noccioli, edere, betulle, è l’incontro con un pino silvestre in difficoltà che maggiormente mi colpisce. Proprio lui, “emblema immaginario di una forza che non soccombe all’arrivo del freddo” è lì, malato e in sofferenza, eppure sa che deve in qualche modo resistere, imparare a sopportare. Il pino dolorante allora evoca questo esercizio “Mettere a fuoco la capacità di resistenza”. “La capacità di resistenza è una cosa diversa da una stanca rassegnazione o dall’atto di ribellione, pur potendo coincidere in parte con l’una o con l’altro. A volte siamo costretti a subire situazioni che non possiamo cambiare. Situazioni difficilissime, malattie gravi, proprie o altrui, licenziamenti ingiusti, incidenti, morti improvvise e premature, inganni e così via. Situazioni per le quali non si vive, ma si sopravvive. … La capacità di resistere, che può avere tratti eroici anche in certi gesti quotidiani, come alzarsi ogni mattina … implica costanza, volontà e fatica. … La fatica può essere foriera di grande felicità, Ma bisogna imparare a sopportarla … Ogni difficoltà superata significa apprendimento, cambiamento.”. Come si può imparare qualcosa se prima non si sperimenta un crollo?

Anche l’incontro con i pioppi neri fortifica l’esercizio,

Narra la leggenda che Fetonte, figlio del dio Sole, riuscì a farsi prestare dal padre il carro di fuoco per poter volare nel cielo, ma la sua incapacità di governare le briglie rischiò di fargli bruciare l’intera terra  e Zeus fu quindi costretto a intervenire e a fulminarlo. Le sorelle Eliadi, vedendo il corpo cadere nel fiume Eridano, iniziarono a piangere senza smettere mai e Zeus, impietosito, le trasformò in pioppi neri. La loro corteccia nera ci ricorda che “bisogna saper guidare il carro, non avvicinarsi troppo al sole e neppure alla terra, saper stare in equilibrio. Il tentativo di trasfigurare il dolore e la sofferenza, di trascendere e trasformare il negativo e di oltrepassare il limite e salire, deve accompagnarsi alla conoscenza permessa dal discendere e dal vedere il limite e la morte”.

La seconda passeggiata celebra le nozze tra acqua e terra, con la bella metafora del “lasciarsi accadere” come i salici disposti in riva al fiume: “Rami che sanno ondeggiare assieme alla corrente, senza spezzarsi, delicati e potenti nell’arginare i fiumi”.

L’esercizio è “Provare a stare con quello che c’è, dentro e fuori, ogni giorno”. “Accettare ciò che si è e si ha o non si ha più … La consapevolezza che è inutile inasprirsi, chiudersi, rifiutare ciò che accade. Inutile pensare che la propria sofferenza sia colpa degli altri o di qualcosa che ci manca”.

Ci vengono in aiuto gli stoici e la loro disciplina dell’assenso: vedere le cose così come sono, cercando di eliminare il giudizio e il pathos che le rende terribili e temibili per noi.

La forza acquatica, ricordiamolo, possiede le sue ombre e i suoi rischi. Possiamo infatti impantanarci nella palude: “quando il saper seguire e adattarsi alle situazioni diventa passività, fino a un’immobilità stagnante e mortifera. Una situazione psichica in cui tutto è annacquato e non ci si può appoggiare a nulla, i contorni si sciolgono e non permettono appigli”.

E’ l’ontano l’albero cui dobbiamo rivolgerci per arginare lo sprofondamento depressivo. Il legno di quest’albero, infatti, non marcisce (il ponte di Rialto poggia su pali di ontano, così come molteplici cattedrali medievali). “Dove l’acqua ristagna, ecco nascere gli ontani a fissare l’azoto dell’aria e a resistere. E’  una necessità di equilibrio e complementarietà, saper lasciare accadere e scegliere, accogliere e decidere, abbandonarsi e sforzarsi, ascoltare e prendere la parola, cedere e proporre, coltivare pace e saper combattere”.

Sempre dagli stoici un altro esercizio: “Inserire ogni oggetto nella catena delle cause”. Serve a ricordare che le cose non possono esistere da sole.

Ecco la quercia e la ghiandaia. La ghiandaia sputa nel terreno le ghiande che porta nel becco, le osserva e le ingoia di nuovo tutte, tranne una, che resta lì nel terreno, pronta a seguire il suo nuovo destino. Fa questa operazione più volte salvando se stessa e la quercia, che si propaga in continuazione. Gli stoici sostenevano che per un singolo fare il bene della comunità equivale anche a fare il proprio bene e invitavano quindi all’esercizio dell’azione al servizio degli altri.

Nella terza passeggiata, dedicata alle nozze tra terra e fuoco, l’esercizio proposto è “Attenzione alla sensazione e alla consapevolezza di essere vivi”. Ovunque. Persino in un parcheggio di città, dove il rapporto con la natura può essere solo immaginato. “L’accaparramento di suolo a fini commerciali, la parcellizzazione pianificata e la privatizzazione, l’aumento dei dispositivi di controllo e l’omogeneizzazione delle attività legate al consumo rendono più difficile abitare felicemente il territorio urbano. … Ma forse esiste, è esistito e sicuramente potrà sopravvivere un desiderio altrettanto intenso di liberarsi di tutto ciò. Un desiderio che mira a costruire vite, strade e case differenti. E’ il desiderio filosofico, un bisogno di trasformazione e miglioramento di sé e del mondo che con il possesso non ha nulla a che vedere”.

Guardiamo dunque quel fico che rompe il cemento e cresce nella crepa del muro. Il fico è il simbolo di illuminazione e conoscenza, della “forza misteriosa che si propaga e si espande. Oltre la morte. Instancabile. Eterna. E’ una volontà umana che cerca perseverante, nonostante il morire, il senso della vita”. Nella sua vitalità ci insegna che per alimentare la fiamma del mondo bisogna andare oltre ai propri interessi. Solo così, misteriosamente, potremo comprendere che soffiando sul fuoco del mondo si soffia su un fuoco che pure è nostro e ci è intimo.

Entusiasmarsi equivale ad avere un “soffio dentro”, cosa che accade ogni volta che respiriamo. Nella natura il respiro è dato dal vento e dal suono che produce soffiando fra gli alberi e “forse bisogna imparare dai pioppi tremuli, imparare a oscillare con il vento. Senza fermarlo, senza imprigionarlo, senza farsi sbatacchiare qua e là”. Ogni città dovrebbe possedere un luogo in cui fermarsi ad ascoltare il canto dei pioppi, un luogo dove “mettersi ad ascoltare la voce del vento. Per addolcire la scansione meccanica dei ritmi quotidiani e la visione ristretta del tempo rigidamente organizzato. Per rimettere  tutto questo nell’orizzonte terrestre, nel succedersi delle stagioni e delle ore geologiche”.

La quarta passeggiata, infine, propone riflessioni mito-botaniche sulla nascita e rinascita: “Essere o non essere. E’ come un glicine che si appoggia a un albero”. “Bisogna comprendere come esercitarsi a rinascere e a innamorarsi. Il memento mori, ricordati che devi morire, si trasforma in memento vivere, ricordati di vivere”.

E ricordarsi di vivere non è poi vicenda così scontata, in quanto l’abitudine può inibire l’esercizio della meraviglia e della sorpresa, precipitandoci nella noia, come già osservava Seneca “Il sole non ha spettatori se non durante le eclissi”. Orfeo, il mitico musico cantore, sceso vivo nell’Ade aveva saputo evocare con il suo canto cosmico la gratitudine per la bellezza di tutto ciò che vive ed è destinato a scomparire. E l’Amor fati di stoica memoria insegna proprio ad innamorarsi di ciò che naturalmente accade, così come enunciava Marco Aurelio: “Non devi cercare di ottenere che gli avvenimenti avvengano come tu vuoi, ma desiderare gli avvenimenti così come avvengono e sarai sereno”.

L’esercizio in questo caso, quindi, è quello di mantenere alta la consapevolezza che non tutto dipende da noiin ciò che ci accade nella vita. Ciò che invece è strettamente dipendente da noi è il nostro modo di vivere e percepire gli eventi che ci capitano. Se qualsiasi cosa ci capiti è consueta e ovvia, allora ricordiamo che amore del fato significa “Amore di una primavera capace di non dimenticare l’autunno. E viceversa di un autunno capace di non dimenticare la primavera … Camminiamo memori di queste alternanze, sereni come coloro che si esercitano a non avere paura di ciò che normalmente si considera negativo. … Stoicamente, camminiamo”.

Imparare pertanto a lasciarsi sbocciare in primavera. Così come il serpente, nella prima giornata di sole, esce dalla propria pelle, pronto per indossarne una nuova.

O, da tartaruga, rivedere l’azzurro del cielo dopo aver contemplato il buio della terra.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Paolo Legrenzi (2014), Frugalità, Il Mulino, Bologna

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Paolo Legrenzi (2014)
Frugalità

Il Mulino, Bologna

L’attenzione è stata attirata indubbiamente dal titolo.

Accade, fortunatamente non molto spesso, che nelle dinamiche decisionali che contraddistinguono ogni coppia coniugale quando si deve procedere ad un acquisto impegnativo, si sollevi un’affermazione poco simpatica nei miei confronti, ovvero che sono “avara”. La mia indole tartarughesca ha sempre un sussulto di fronte a questa sentenza. Perché se proprio proprio devo titolarmi di qualcosa, trovo più giusta la parola “frugale”.

Leggendo questo libro ho condiviso molte riflessioni e, a conferma del mio personale sentimento verso me stessa, ho scoperto nell’ultima pagina di aver già provveduto da sola ad applicare il consiglio suggerito, ossia “questa cosa mi serve proprio?”, domanda che previene la successiva “e se facessi a meno di questa cosa?”.

Entrando nel dettaglio di specificare il significato della frugalità, si parte dalla considerazione che un’idea certamente diffusa confonde la frugalità con la povertà, nel senso che sono solo i ricchi che possono rinunciare a qualcosa di superfluo, essendovi i poveri già costretti dalle circostanze. Se quindi essere frugali vuol dire rinunciare all’abbondanza, diventa sicuramente più facile dopo che si è ben sperimentato nell’arco dell’esistenza cosa significa “avere il superfluo”.

Invece, secondo l’autore, la vera sfida è affrontare la frugalità come una scelta a priori, non come un rifiuto di una possibile vita affluente e consumistica.

Elenca quindi una serie di osservazioni:

  1. Frugalità non è povertà. E’ una scelta, non una costrizione
  2. Frugalità non è avarizia. L’avarizia, come la povertà, non è una vera e propria scelta: alla povertà siamo costretti dalle circostanze esterne, all’avarizia dalle nostre ossessioni mentali
  3. Frugalità non è una decisione di risparmio: produce risparmio come effetto collaterale, poiché il rifiuto del superfluo e del consumo spinto favorisce la formazione di quel margine di manovra costituito da soldi non sprecati

Molto eloquente è, a supporto di queste affermazioni, l’esempio della valigia, del viaggio e dell’attrezzatura da portare con sé:

–         il povero ha una valigia piccola in cui sono stipate tutte le cose e dove non c’è spazio  di manovra: se si mette qualcosa di nuovo, bisogna rinunciare a qualcos’altro

–         il ricco ha una valigia grande e piena di cose per trovare sempre quelle giuste per ogni occasione, quindi priva di spazi per aggiungere ulteriori beni

–         il frugale ha una valigia media, ma è stato educato a mettere dentro poche cose, per cui se durante il viaggio trova qualcosa che gli piace può inserirlo senza fatica. La frugalità garantisce che la valigia non sia mai piena zeppa

Dal puto di vista della collocazione storica, la distruzione della frugalità ha avuto inizio nel corso del Novecento con un massiccio e ponderoso processo culturale che vede affermarsi e globalizzarsi la società dei consumi.

L’industria dei prodotti di massa per affermarsi dovette riuscire a imporre bisogni permanenti”, o meglio, seminare desideri irrinunciabili in modo democratico e quindi accessibili a tutti.

“Se si voleva distruggere la frugalità, la leva iniziale doveva consistere nella creazione di oggetti desiderabili, attraenti, di stile, ma soprattutto riconoscibili come prodotti di un’azienda diversa dalle altre … Si trattava poi di propagandarle con tecniche adeguate, così da poter colonizzare prima l’America e poi il mondo”.

Questo principio basato sulla notorietà ha subito dato i suoi frutti;   come non ricordare il predominio di alcune marche su altre ritenute invece insignificanti: Hoover per gli aspirapolveri, Gillette per le lamette dei rasoi, Singer per le macchine da cucire, Maggi per i dadi o Campari per l’aperitivo. (la memoria autobiografica mi rimanda agli anni Sessanta, quando mio padre ricordava a mia madre di comprare assolutamente le Gillette, perché tagliavano meglio; oppure i dadi Maggi che non avevano nulla a che vedere con quelli della Star, pensiero sostenuto anche a distanza di anni da mia suocera; impossibile poi pensare a una macchina da cucire che non fosse “La Singer” e idem per l’aspirapolvere, fino all’arrivo della Folletto).

Un’altra componente dell’antifrugalità riguarda l’aumento dell’offerta, che contribuisce a rendere estremamente labile il confine tra ciò che è frugale e ciò che non lo è.

Scegliere di essere frugali vuol dire oggi fare a meno di molte più cose rispetto a quelle di chi un tempo credeva di aver già scelto di essere frugale”.

I desideri sono realizzabili grazie alla loro commerciabilità attraverso la determinazione dei prezzi. I desideri si possono perciò comprare e vendere.

La frugalità consiste essenzialmente nel rifiutare la corruzione che dipende dal dare un prezzo a qualcosa … Infatti una volta insegnato l’uso della moneta e creato un mercato, l’incanto di una vita frugale scompare per sempre: i prezzi cancellano i sensi di colpa e legittimano quanto una volta era proibito, irrituale o inappropriato”.

Ognuno di noi pertanto può decidere se accedere agli innumerevoli mercati dei desideri e se soddisfare questi desideri in modo frugale oppure optare per il superfluo.

Nell’epoca moderna assistiamo inoltre a una importante svolta linguistica: “quelli che un tempo erano considerati vizi, oggi vengono riclassificati desideri”.

Ma esiste un modo per imparare la frugalità?

L’autore, psicologo, definisce quali siano le “precondizioni cognitive della frugalità”, ovvero: il desiderio di accumulare beni; la paura delle perdite; la capacità di controllare e posticipare i desideri; la capacità di valutare il futuro.

In particolare, sul controllo dei desideri, grande rilevanza assume il compito educativo genitoriale, poiché è da molto piccoli che si impara a controllare i propri desideri e a sfuggire alle tentazioni: “l’educazione alla frugalità è l’architrave di una buona educazione. I bambini più frugali, nel senso che resistono alla tentazione in attesa di ricompense maggiori, sono quelli più coscienziosi e diligenti. Sono proprio coloro che più probabilmente diventeranno adulti di successo”.

Sulla previsione del futuro, la frugalità è indubbiamente una strategia di prevenzione di molti mali, in quanto costituisce una sorta di assicurazione contro l’incertezza del domani e, spesso, diventa anche premessa per il nostro risparmio.

A tal riguardo, riporta una ricerca che dimostra come le persone di mezza età guardino al passato con un misto di rimpianto e nostalgia, credendo di non cambiare più. “Questo errore è un grande freno alla scelta di una vita frugale. La frugalità, infatti, crea un cuscino di sicurezza, un margine di manovra che riteniamo inutile se, giunti alla mezz’età, pensiamo che il futuro sia una replica del passato. In realtà non ci sono mai repliche nella vita e questa è una trappola: il futuro riserva sovente belle sorprese, ma anche brutte”.

In un paese che invecchia non si può non tener conto delle “brutte sorprese”, connesse sempre più spesso alla perdita dell’autonomia. In tal senso la frugalità rende più forti, difendendoci dalla scarsità non solo di soldi, ma anche del tempo e della mancanze di idee.

Allerta infine l’autore che la frugalità non deve essere intesa come rinuncia di oggi in vista di futuri vantaggi domani. Alcuni dati, per esempio, stanno dimostrando che gli italiani sono tornati a risparmiare riducendo i consumi, osservazione questa ben diversa dal sostenere che i consumi calano perché gli italiani non hanno più soldi (“I consumi si sono ridotti di 2,7 miliardi e i risparmi sono aumentati di 4,4 miliardi”).

La domanda conclusiva è quella di interrogarsi se questa nascente frugalità sia solo temporanea, in attesa di una ripresa che scatenerà nuovamente il consumismo, o un segnale di cambiamento di scelta di vita.

Sostiene Legrenzi “la buona frugalità deve essere qualcosa di più di una rinuncia alle tentazioni. I piaceri derivanti da una vita consumistica devono essere sostituiti da altri piaceri. Questo non implica la decrescita economica, ma un nuovo indirizzo nell’uso dei soldi che raccogliamo con le tasse e con i nostri risparmi. In primis dobbiamo pagare i nostri debiti, invece di lasciarli alle prossime generazioni, poi dobbiamo cercare di contribuire al gusto per una vita di riflessione, di ricerca, migliorando i processi educativi e l’istruzione”.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Alberta Basaglia (2014) con Giulietta Raccanelli, Le nuvole di Picasso, Feltrinelli, Milano e “Manicomi” di Davide van de Sfroos

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Alberta Basaglia (2014)

con Giulietta Raccanelli

Le nuvole di Picasso

Feltrinelli, Milano

C’è un passato che ritorna, leggendo queste pagine.

Il fatto che Alberta abbia tre anni e una virgola più di me significa aver vissuto più o meno contemporaneamente eventi, cultura, musica, letture di quegli anni. Gli anni del baby-boom, della risalita economica, ma anche gli anni delle conquiste sociali, delle piccole-grandi rivoluzioni, delle contestazioni.

La differenza è che Alberta questo clima l’ha vissuto da protagonista, anziché da spettatrice.

E’ attraverso lo sguardo di una bambina affetta da coloboma che le sue parole scivolano libere, così come le nuvole vaganti nei cieli azzurri disegnate sulla carta da pacchi.

“Ma tu perché guardi con la testa storta?” “Perché guardo storto? Perché così ci vedo meglio”. Una risposta perfetta, positiva e soddisfacente per il pubblico, ma anche per la bambina curiosa, che dalla sua simile si aspettava solo una cosa semplice come le cinque parole ricevute…. Esistono anche modi semplici per comunicare.

Vedere di sghembo non è certo un impedimento: ho vissuto senza limitazioni. Sono stata lasciata libera di decidere il mio modo di vedere. …La vita dei due genitori che mi erano capitati in sorte era talmente identificata nella loro scelta che tutto rientrava nello stesso calderone: l’idea era che tutti, proprio tutti – maschi, femmine, matti, malati, bambini, bambini malati – dovevano avere una possibilità per poter vivere la loro vita. La malattia c’è, non la si nega, ma il fatto che ci sia non deve impedire alla persona in questione di poter vivere e agli altri intorno di poter stare con lei.

Il passo indietro negli anni è vivido. Ci sono i riferimenti a Pippi Calzelunghe (Pippi, Pippi, Pippi che nome, fa’ un po’ ridere,
ma voi riderete per quello che farò!), agli episodi della Freccia Nera (prime identificazioni adolescenziali nell’eroe Aldo Reggiani e la sua amata, l’esordiente Loretta Goggi), ai cartoni del Carosello (Pallina con la sua coda bionda ballare e lucidare i pavimenti con la cera Solex o per non poter sognare sulla vita sempre rosa con la brava Maria Rosa e sul gigante buono che a detta delle mie compagne pensava sempre lui a tutto), ma anche ai primi prodotti di “lusso” e alla prima versione del centro commerciale: la Standa.

Ma non bastava, per nutrire la mia cultura assetata di pop andavo anche alla Standa. Con l’Adriana e la Marisa giravo tra gli scaffali e ascoltavo il sottofondo sonoro, le canzoni “da Standa” appunto: Twist and shout, Nessuno mi può giudicare, E la pioggia che va, Ventinove settembre. Poi, finalmente, con i punti della Mira Lanza sono arrivati il mangiadischi portatile marrone e una radiolina.  … Nella rivoluzione normale di casa nostra si era così costruito uno spazio accogliente per molti generi diversi. Per Patty Pravo, per Mozart, per le canzoni partigiane, per i canti dei minatori del Sulcis. Lucio battisti invece era escluso dalla nostra familiare hit parade; era troppo alto il rischio di aprire l’inevitabile infinito dibattito su un quesito ai tempi fondamentale: “Ma Battisti è di destra o compagno?”.

Sì, c’è proprio tutto. Solo che per Alberta lo sfondo delle sue nuvole è di grande respiro:

Alla fine la casa si svuotava e iniziava il ticchettio della macchina da scrivere della mamma. Nella penombra sentivo il fumo di sigaretta che fluttuava da una camera all’altra, insieme alle parole di Franco e Franca. …Le loro voci in compagnia delle truppe intellettuali evocate: Marcuse, Sartre, Conolly, Goffmann,. Heidegger, Hegel, Marx, Gramsci. Arrivavano tutti puntuali a darmi la buonanotte. Era la mia ninna-nanna, che durava fino a tarda, tardissima ora… C’è quella teoria che dice che se di notte mentre dormi qualcuno ti legge delle cose, tu alla fine le impari, nel sonno, senza nemmeno rendertene conto. Credo che sia quello che è successo a me.

Scorrendo le pagine l’una dopo l’altra si riesce ad entrare in quelle giornate frenetiche, intense, con il kilt rosso e blu, l’infantile invidia per i vestiti a fiori della Rosa, i maglioni senza cuciture preparati dalla Franca con i gomitoli arrivati dalle matasse stese sulle braccia di Alberta: braccia ben dritte in avanti per tenere tesa la lana tra polso e gomito, movimento leggermente ondulatorio per permettere al filo di scorrere veloce e arrotolarsi per bene e con ritmo in mano alla mamma, davanti a me; io da una parte e lei dall’altra della stanza.

Scene di ordinaria quotidianità, come i viaggi in macchina da Gorizia a Venezia e le interminabili soste di Franco dal rigattiere: Franco si aggirava tra i vecchi mobili impolverati e le tante piccole cose di pessimo gusto che in genere affollano questi luoghi …  Tra tanta paccottiglia, annusato il pezzo che gli interessava, partiva con un lungo, lento, ragionato avvicinamento … sfide lanciate a se stesso per riuscire a portare dalla sua il robivecchi.

Lo stesso Franco che sulla spiaggia, dopo cinque brevi, contemplativi minuti, già scalpita e ridacchiando dice: “Bè, adesso andiamo?”. “Ma se siamo appena arrivati!” … A ripensarci, anche il tempo libero può essere noioso se non riesce a entusiasmarti quanto ti entusiasma il tuo mestiere. Beato lui che si è trovato un lavoro che gli è piaciuto così tanto.

E piano piano arrivano le personalità della Franca e del Franco dell’Alberta e dell’Enrico: Nessuno ci ha mai lasciato “di là” perché “non erano cose da bambini”. In quell’ultimo luminoso piano del palazzo della Provincia, le porte non si chiudevano, le parole ci raggiungevano sempre, da una stanza all’altra, insieme all’odore del fumo di sigaretta, al ticchettio della macchina da scrivere e agli squilli del telefono. Queste diverse presenze erano il mio quotidiano. Questa è stata per me la rivoluzione più normale del mondo.

C’è il caffè del Signor Toni, appuntamento irrinunciabile di ogni sabato:

Poi giù di corsa, perché il signor Toni stava aspettando Franco al bar del piano terra. Era il momento del loro caffè. Non c’era settimana che lo saltassero. … Appena ci vedeva ci salutava con un sorriso mesto e gli occhi tormentati di chi convive con la sofferenza mentale e con le sue numerose crisi. Quelle sedute al tavolino del bar evidentemente funzionavano e sono andate avanti per anni. E per anni lui è riuscito a non smarrirsi … Quelle conversazioni con Franco davanti a un caffè riuscivano a non farlo perdere nei suoi fantasmi … Il papà ci avrebbe raggiunto di lì a neanche un’ora.

C’è la Lettera 22 della Franca:

Un giorno capita che sulla libreria-scrivania della mamma, la sua Olivetti carta da zucchero abbia un foglio scritto quasi per intero che spunta fuori dal rullo gommoso … Riconosco nella storia appena letta tutto il lavorio, tutto il fermento che mi stava attorno. Riconosco i medici entusiasti dell’impresa, quelli che venivano a tavola con noi. … Eccolo qui il ribaltone in corso nelle mura dell’ospedale di papà. La mamma con queste sue righe me lo mostrava attraverso le sue parole … Nel 1982 il libro sarebbe uscito col titolo Manicomio, perché?

E intanto corre l’anno Sessantotto:

Sui muri appena fuori dalle aule comparivano scritte nuove “Voglio essere orfano”. I genitori erano diventati istituzioni da abbattere alla luce del sole. Ma papà mio malgrado, per quegli studenti non era da buttare, anzi. Era considerato uno di loro, perché lui dal ’68 stava a Gorizia a riorganizzare i seicento matti dell’ospedale psichiatrico, a smantellare la sua istituzione, mattone dopo mattone. …Contestarlo sarebbe diventato un lusso solo nostro, molto privato.

La storia che oggi noi conosciamo come Legge Basaglia, Alberta l’annuncia con la parole ascoltate in una mitica trasmissione di quei tempi, TV7, direttamente dalla voce di Sergio Zavoli:

Nel novembre del 1962 l’équipe psichiatrica diretta dal professor Franco Basaglia, apre il primo reparto dell’ospedale e inaugura, anche in Italia, la comunità terapeutica.

E lievi come le nuvole, ci sono anche loro, i matti. Le pareti arancioni e blu del signor Velio,  il signor Carletto in portineria e le signore brutte e grasse ma fresche di parrucchiere, fiere delle loro pettinature da casco e bigodino, la Desolina che ricamava immagini sacre, la Maria che stava silenziosa, quando era tranquilla, Ma anche la Romana di anni 11 e i tanti bambini dimenticati che Alberta troverà nel 1978, diventata grande e decisa, per la sua tesi di laurea, di setacciare cento anni di vita dell’ospedale, dal 1872 al 1972, per scoprire quanti bambini dimenticati in vita e in morte siano passati di lì, per farli uscire da quelle carte ammuffite e per leggere le loro storie. … Sempre invisibili, mischiati ai pazienti adulti. Ero decisa a farmi amici anche loro. Solo così avrei potuto controllare l’angoscia e guadagnarmi la forza di raccontarli.

Vedere di sghembo non è certo un impedimento, quando si decide di alzare i tappeti e mostrare la polvere che c’è sotto nascosta.

“Vede, la cosa importante è che abbiamo dimostrato che l’impossibile diventa possibile. Dieci, quindici, vent’anni fa era impensabile che un manicomio potesse essere distrutto. Magari i manicomi torneranno a essere chiusi e più chiusi di prima, io non lo so, ma a ogni modo noi abbiamo dimostrato che si può assistere la persona folle in un altro modo e la testimonianza è fondamentale. Non credo che il fatto che un’azione riesca a generalizzarsi voglia dire che si è vinto. Il punto importante è un altro, è che ora si sa cosa si può fare”. Avrebbe detto così mio papà, un anno prima di morire, durante il giro di conferenze in Brasile; era il 28 giugno 1979.

Oggi, 2014.

C’è un passato che ritorna, leggendo le pagine di Alberta. Il mio passato con i “miei” matti, in quel parco che ancora domina la città.

A loro, a Franco, alla Franca e ad Alberta dedico uno dei primi successi di Davide Van De Sfroos e una serie di fotografie in attesa della libertà.

Storia di un bicchiere di cristallo Racconto per bimbi dagli anni 4 agli anni 6 Riproduzione; 8-12-1965

TartaRugosa legge TartaRugosa

L’inverno è finito e l’aria tiepida di primavera stimola alla pulizia della tana.

Tutto intorno è ormai fiorito e anche Giove, appiattito fra i fusti dell’enorme cespuglio di margherite gialle, con il muso appena appena  affacciato e gli occhi vigili, segnala che è ora di darsi da fare.

Inauguro quindi oggi l’apertura dell’Argomento  “Pagine dal passato”.

Non so bene come sia giunta a questa idea. Forse una spintarella è arrivata anche dagli ultimi post di dodo e ale, ma a dire il vero è da un po’ che ci meditavo, nel buio della profondità invernale.

Uno dei tanti progetti che si accumulano nel campo delle intenzioni e lì restano, in attesa del tempo propizio.

E fra le varie intenzioni, scelgo quella più facile: rileggere e ricopiare antiche pagine che provengono dal passato. Di TartaRugosa.

Così, nel rispolvero della scrivania, spazzate le pile dei testi che si sono succedute in questi mesi secondo i ritmi di TartaRugoso, ora appare il raccoglitore di cartone rosso, sul cui dorso un’etichetta preparata con la dymo  annuncia “Scritti”.

Da parecchi lustri vengono lì gelosamente custoditi fogli, quaderni, cartellette, libricini prodotti da TartaRugosa, nel periodo compreso tra infanzia (aurea) e adolescenza (oscura).

E’ singolare rivisitare con gli occhi da adulti le premesse e le promesse embrionali. Sono infatti già presenti tutti quei segni che, se fossero stati colti a tempo debito, forse avrebbero determinato un altro destino. Sliding-doors? Serendipity? Mah!

Lascio per il momento da parte gli svolgimenti dei temi delle prime classi elementari (archiviati nel cubotto di legno in soggiorno) e inizio con il primo scritto “impegnativo” della seconda elementare.

A quel tempo vigeva ancora l’esame di passaggio alla terza e la prova di italiano rivestiva la sua importanza. I compiti a casa riguardavano esercizi di grammatica, di vocabolario, di prosa, di sintesi, di dettatura. A scuola ero incantata dalla bravura della mia maestra (più o meno cinquantenne) e dalla sua capacità di incantarci con storie e racconti.

Il testo di lettura mi pare fosse titolato “Ore liete” e raccoglieva brani antologici tratti  da libri per bambini, nonché storie, filastrocche stagionali, poesie, rime e giochi di parole in grado di arricchire fantasia e competenza linguistica  dei piccoli cervelli in fase evolutiva. Passione coltivata anche a casa: i miei amici preferiti erano i libri di fiabe che arrivavano in grande quantità sotto forma di regali o come prestito dalla biblioteca.

Del racconto che segue potrei ora riconoscere alcune “citazioni”: il cofanetto di tre volumi della Bibbia illustrata per i piccoli; le fiabe del  brutto anatroccolo, dei tre porcellini,  di pollicino e del soldatino di piombo; Gian Burrasca e i gendarmi di Pinocchio.

Della memoria autobiografica riconosco invece:  alcuni modi di dire dialettali (i miei genitori talvolta fra di loro conversavano in dialetto friulano e “buono come il pane” era una frase tipica); i cardellini dello zio Crippa; il servizio di tazzine per le bambole in una scatola dal coperchio trasparente; il criceto che mi sarebbe arrivato solo qualche anno dopo poiché mio padre destava i “topi” (e infatti fu poi dato via per i disastri combinati); i viaggi in treno verso Udine con cambio a Venezia ; l’antipatia per le vacanze fatte con le zie; le difficoltà di socializzazione all’inizio della scuola; il concetto del “perdono” che rendeva i bambini buoni e li preservava dall’odio (reminiscenze dell’asilo presso le suore che avevo voluto subito abbandonare, forse perché non trovavo coerenza fra l’insegnamento religioso e il comportamento delle donne velate).

Una certezza/incertezza: la data di stesura è quella indicata, ma la ricopiatura no. Le pagine utilizzate infatti sono quelle di quarta e quinta elementare.

In prima avevo una calligrafia pessima. Temo anche nelle classi successive.

Il doppio voto sul foglio di quinterno del compito in classe riguardava contenuto e calligrafia. Quest’ultimo era sempre una sofferenza e la maestra suggeriva esercizio, esercizio, esercizio.

Chissà. Forse la “rilegatura a libretto” corrisponde a un esercizio di “copiatura in bella”, derivata dall’abitudine di fare una prima stesura in brutta (su cui si poteva pasticciare) per poi ricopiare appunto in “bella”.

A quei tempi non avevo ancora scoperto le parole ristampa e nuova edizione ….perciò la data finale (e di eventuali correzioni) rimane un mistero.

Storia di un bicchiere di cristallo

Racconto per bimbi dagli anni 4 agli anni 6

Riproduzione; 8-12-1965

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Era un bicchiere come tanti altri, ma ebbe un passato burrascoso, che i suoi compagni stentavano a crederci, quando lo raccontava. Era appena costruito, che ebbe già un’avventura formidabile. Piccolo come era, si pensò di metterlo in un servizio di porcellana, ma dopo cambiarono idea e lo misero in uno di cristallo, dove fece molte conoscenze, non a tutti però era simpatico, e si assicurava ogni notte con Dio, di farlo volare nel regno dei Cieli, dove soltanto lì sarebbe stato felice. E una notte sognò …

Suoni e canti di angeli accoglievano il suo arrivo, cammina e cammina, si trovò d’innanzi al cospetto di Dio, e lo ringraziò di tanta felicità provata mai così.

Ma ad un certo punto si risvegliò e come al solito si trovò nella scatola buia dove non filtrava nemmeno un filino di luce. Ad un tratto Cristallino (nome del nostro amico) ebbe un’idea terribile: fuggire.

Con tutte le sue forze, aprì la scatola, un attimo di silenzio … era andata bene; si guardò intorno e visto che nessuno lo spiava, sgaiottolò  fuori, e si mise a correre a perdifiato.

Ma purtroppo c’era sì uno che lo spiava, ed era il suo peggior nemico: Porcellano, che svegliò tutti i suoi compagni, i quali si dettero subito all’inseguimento del povero Cristallino, che poteva considerarsi morto quando vide una casetta, subito s’intrufolò dentro lasciando ad un palmo di naso i suoi inseguitori. Ma i suoi guai non erano finiti, una vispa bambina di cinque anni lo prese di malumore e lo scaraventò nel laghetto che era poco distante dalla casetta. Povero Cristallino! Era tutto fradicio e tutto bagnato.

Fortunatamente era sicuro di non aver nessuno che lo seguiva.

Cristallino camminò cinque giorni e cinque notti, senza sapere dove metteva i piedi, finché non venne accolto da una bambina buona come il pane, che si chiamava Lori. Lori desiderava da tempo un bicchiere bello come Cristallino, perché lo voleva regalare per il compleanno della sua bambola. Così Cristallino fece conoscenza con una bella bambola, buona come Lori, e si chiamava Donatella.

Al primo sguardo si può notare che è una figura fragile e delicata, si può considerare sui due anni, un visino magro e lievemente sciupato alle gote, ornato di ciocche bionde lunghe fino alla vita. Eh! sì, per Cristallino era un onore far da servo alla leggiadra bambola.

Cristallino stava con Donatella, Donatella con Lori e così tutti e tre messi insieme formavano un trio inseparabile.

Passarono due anni, che Lori dovette partire per Venezia, chiamata da sua zia Elisa, e naturalmente portò con sé Donatella e Cristallino. Durante il viaggio, Cristallino fece conoscenza con due topolini bianchi e due cardellini.

Così Cristallino e i suoi amici ne combinarono una veramente grossa. Viaggiavano, appunto, in treno, quando videro una maniglia penzolare nel vuoto. Il primo impulso fu quello di tirare quella strana cosa, e, unite tutte le loro forze, la tirarono, ci fu un sobbalzo … il treno si era fermato.

Un tumulto salì nel cuore delle persone, che si erano fatte attorno ai carabinieri e all’infermiere giunti nel  frattempo. Per Lori e Donatella le cose si mettevano male, molto male. Le guardie, giunte nello scompartimento in cui era stato dato l’allarme, trovarono Lori molto spaventata: – Dunque – dissero con voce arcigna – sei tu che  ti diverti a dare l’allarme, eh!. – No – disse la povera Lori, stringendosi al cuore Donatella – non sono stata io, non è colpa mia, io non c’entro -. – Poche storie – ripresero le guardie – ti conviene confessare altrimenti saranno guai -.

– Aspettate qua, – intervenì Cristallino, rivolto ai suoi amici – vedrò io di sistemare ogni cosa -.Cristallino salì all’orecchio di Lori e, poiché ella comprendeva ogni cosa di quanto dicesse, le chiarì la faccenda. – Ecco, – si difese Lori – è stato il mio Cristallino con i suoi amici a tirare la maniglia. – Io non ci credo, – disse il primo carabiniere – ma, poiché ho il cuore tenero per questa volta la affido al vento, ma la prossima volta la pagherai cara -.

Così detto, le guardie e l’infermiere, ritornarono indietro, attendendo il prossimo segnale di allarme.

Lori, tanto buona, perdonò subito Cristallino e si diede la briga di consegnare gli animaletti ai legittimi proprietari.

Cristallino, poi, se ne resto mogio, mogio, fino a quando furono arrivati.

La zia Elisa raccolse molto volentieri Lori e Donatella, ma non così Cristallino, perché lo cacciò fuori malamente.

Povero bicchiere indifeso!

Cristallino vagabondò per giorni e giorni, e, proprio quando non ce la faceva più, incontrò un bicchiere, e, indovinate chi era?

Sì, avete indovinato, era proprio Porcellano, che anticamente era il suo peggior amico.

Ad uno, ad uno, ritrovò i suoi cattivi compagni, e, naturalmente, li perdonò tutti.

Insieme, trovarono una siepe e lì presero alloggio.

Erano grandi amici, ormai, e decisero di non separarsi mai più.

Cristallino, ogni tanto, pensava alla buona Lori e alla simpatica Donatella, e avrebbe voluto volentieri essere con loro, ma non voleva correre rischi, e grattacapi.

Passarono i giorni, i mesi, gli anni, Cristallino e i suoi amici non invecchiavano mai, infatti là nella siepe, stavano insieme, raccontandosi a turno le loro avventure.

Finalmente venne l’estate, la meravigliosa estate, e una sera Cristallino e i suoi amici si logorarono, e i mille cristalli che si innalzavano nel cielo, vi finiranno di raccontare le loro avventure passate.

Fine

Finito di stampare: 28-12-1965

 

TartaRugosa ha letto e scritto di: GASTON BACHELARD (1975) La poetica dello spazio, Traduzione di Ettore Catalano, Edizione Dedalo Bari

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Gaston Bachelard (1975)
La poetica dello spazio

Traduzione di Ettore Catalano

Edizione Dedalo Bari

bachelard

Il 2014 è anche la ricorrenza dei 130 anni dalla data di nascita di gaston Bachelard, a mio avviso il filosofo più affascinante e sorprendente del Novecento.

Ne parlo come ne fossi una grande esperta, in realtà non è così. Non ho mai affrontato i suoi testi scientifici che hanno caratterizzato la prima fase della sua vita (doppia laurea, prima in Matematica e poi in Filosofia), ma sono rimasta folgorata da quelli seguiti alla sua svolta di interesse, ovvero da quando ha iniziato a dedicarsi alla “poétique de la rèverie ”, intesa come situazione in cui l’individuo si abbandona alla propria immaginazione.
La rèverie (parola difficilmente traducibile nella lingua italiana: fantasticheria, sogno, immaginazione fantastica) si distingue dal sogno per il fatto che la coscienza dell’ io è attiva.

Le sue meditazioni coinvolgono i quattro elementi materiali fuoco, aria, acqua, terra, dalla cui concretezza possono derivare infinite immaginazioni oniriche e poetiche.

Bachelard diventa pertanto un simbolo della conciliazione fra ragione e immaginazione, fra scienza e poesia. Considerando l’immaginazione antecedente al pensiero, l’una è complementare all’altro e l’essere umano deva saperle distinguere e alternarle nel corso della propria vita, come si fa con il giorno (impegno diurno) e con la notte (l’intimo riposo del sognatore).

L’immagine poetica è sempre un po’ al di sopra del linguaggio significante. Il verso ha sempre un moto, è veicolo di espressioni di linguaggio, la parola parla. La poesia contiene una felicità qualunque sia  il dramma che deve illuminare. … Il poeta crea immagini non vissute. Con la poesia vivi il non-vissuto

Da brava TartaRugosa, non potevo certo restare indifferente all’elemento che più mi appartiene: la terra, lo spazio, il luogo.

Per Bachelard vivere lo spazio significa sentirsi parte di esso, sentire la sua voce, il suo “battito”, il suo respiro. Lo spazio colto dall’immaginazione non può restare spazio indifferente.

E da questa riflessione inizia il suo viaggio alla ricerca dell’intimità degli spazi felici, primo fra tutti la casa.

Ricordandoci delle case e delle camere noi impariamo a dimorare in noi stessi. … La casa è il nostro angolo di mondo. E’ uno dei più potenti elementi di integrazione per i pensieri, i ricordi e i sogni dell’uomo. … Quando si sogna la casa natale, si partecipa al calore primordiale, al paradiso materiale. … Per conoscere l’intimità dobbiamo darle una localizzazione spaziale

Ed ecco quindi che Bachelard si addentra nella casa: Più la casa è complicata (corridoi, soffitti, angoli) più i nostri ricordi hanno rifugi sempre meglio caratterizzati.

I valori del “riparo” sono così profondamente radicati nell’inconscio che li si ritrova semplicemente evocandoli, piuttosto che descrivendoli.

Quando parlo per esempio della casa della mia infanzia, mi pongo in un’immaginazione sognante in cui mi riposo nel mio passato. Solo io posso evocare l’odore dell’uva che secca sul graticcio, al di là di qualsiasi descrizione approfondita.

Ci sono quindi forti connessioni con la propria autobiografia, poiché è questo il compito del poeta:

Il lettore che ‘legge una casa’, dischiude una porta alla reverie, poiché a un certo punto non leggerà più quella casa, ma rivedrà la sua, l’angolo dei suoi ricordi più preziosi.

Il filosofo descrive la “verticalità” della casa, dove il tetto rappresenta la razionalità (vedo il chiaro del cielo, la geometria delle travi del tetto, domino dall’alto), mentre la cantina rappresenta l’irrazionalità (il buio, la potenza del sotterraneo, la paura  dell’oscurità).

Si inoltra poi all’interno della casa, soffermandosi in particolare su alcuni oggetti:

le cose che stanno nella casa, cassetti, armadi, cassapanche: quanta psicologia si cela dietro le loro serrature! Un cassetto chiuso non mostra immagini, può essere pensato: ma questo ci costringe a sua volta a creare immagini sul ‘pieno’ che crediamo di pensare.

Eccolo quindi paragonare a veri e propri organi della vita psicologica segreta: l’armadio con i ripiani, il secretaire con i cassetti, la cassapanca con il doppiofondo.

Nell’armadio vive un ordine che protegge tutta la casa da un disordine senza limiti.

Nel cofanetto si trovano le cose indimenticabili: la memoria dell’immemoriale.

Nei cassetti e nelle cassapanche si nascondono i segreti.

Prosegue poi con altre forme dell’abitare: il nido e il guscio: entrambi esigono che ci facciamo più piccoli, ma, in fondo, rannicchiarsi appartiene all’abitare intimo.

Il nido è l’immagine del riposo, della tranquillità. In genere si associa con la casa semplice.

Pur essendo precario, ci dà l’idea della sicurezza, perché è mimetizzato dal fogliame, non lo si vede a una prima occhiata, ben nascosto com’è fra il verde.

Così, contemplando il nido, giungiamo all’origine di una fiducia nel mondo, “un appello alla fiducia cosmica”.

La nostra casa, dice Bachelard, è un nido nel mondo.

L’esperienza dell’ostilità del mondo viene più tardi, quando usciamo dal nido.

Il guscio, invece racchiude sia la “durezza”, sia la “mollezza”.

L’immagine poetica è fortissima: “la vita inizia girandosi e non slanciandosi”. Il guscio viene formato a cerchi concentrici, se pensiamo a quello della chiocciola.

Inoltre, bisogna essere soli per poter abitare un guscio: si acconsente cioè alla solitudine.

Poteva mancare il guscio della tartaruga? Certo che no! Però in una chiave che ribalta completamente una certa visione del mondo, come è opportuno accada attraverso la reverie. Tutto parte da uno scritto di Giuseppe Ungaretti, che nelle pagine di un suo diario di viaggio commenta un’incisione vista nella casa del poeta Franz Hellens dove “un artista aveva espresso la rabbia del lupo che, gettatosi su una tartaruga ritrattasi nella sua corazza ossea, diventa pazzo per non poter saziare la propria fame”.

Non vorrei sembrare parziale o banale (Quelli che si abbandonano alla sonnolenza della funzione fabulatrice non sconvolgeranno il gioco delle vecchie immagini infantili, godranno senza dubbio del dispetto dell’animale malvagio e rideranno, di nascosto, con la tartaruga rientrata nel suo rifugio), ma in questo caso non ce la faccio proprio a condividere lo slancio dell’immaginazione prodotta nei pensieri di Bachelard. Nella sua costruzione fantasticata su questo episodio, infatti, propone questa immagine: Il lupo viene da lontano, è tutto magro e la lingua pende di rossa febbre. Improvvisamente esce da un cespuglio la tartaruga, pietanza ricercata da tutti i ghiottoni della terra. Con un balzo, il lupo è sulla preda, ma la tartaruga, cui la natura ha concesso una singolare velocità nel far rientrare nella sua casa testa, zampe e coda, è più svelta del lupo. Per l‘affamato lupo, essa è ormai solo una pietra sul sentiero.

Continua Bachelard, dopo  aver dichiarato che pur non piacendogli i lupi, forse, per una volta, la tartaruga avrebbe dovuto lasciarlo fare: è necessario che il fenomenologo si racconti da sé la favola del lupo e della tartaruga, è necessario che egli innalzi il dramma al livello cosmico e mediti sulla-fame-nel-mondo  … più semplicemente che il fenomenologo abbia, per un istante, viscere di lupo, davanti alla preda che diventa pietra.

Va poi oltre, Bachelarde dal guscio passa ad analizzare gli angoli, connotandoli alla caratteristica dell’immobilità (stare nell’angolo). Ma anche tale immagine può essere carica di poesia:

Leonardo da Vinci consigliava ai pittori in difetto di ispirazione, davanti alla natura, di guardare con occhio sognatore le fessure di un vecchio muro! Chi non ha visto la carta del nuovo continente in qualche linea che appare sul soffitto? Il poeta sa tutto questo, ma, per dire a suo modo che cosa sono questi universi creati dal caso, ai confini di un disegno e di una reverie, egli va ad abitarli trovando un angolo in cui fermarsi in quel mondo che è un soffitto screpolato.

Si sofferma poi sulla miniatura e sulla sua capacità di contenere in sé spazi sterminati. La rappresentazione miniaturizzata serve a comunicare agli altri le proprie immagini: io possiedo il mondo tanto meglio quanto più riesco a miniaturizzarlo. … Il grande viene fuori dal piccolo. La miniatura è una abitazione della grandezza.

Ma la reverie conduce anche all’immensità, ovvero fuori dal mondo circostante, nell’infinito, dove lo spazio si estende senza limite. Attraverso l’immensità i due spazi, quello dell’intimità e quello del mondo, diventano consonanti: Quando si approfondisce la grande solitudine dell’uomo, le due immensità si toccano e si confondono.
Naturalmente tutto quanto scritto è una visione parziale di ciò che mi ha affascinato e colpito.

La reverie poetica resta per me una grande creatrice di simboli, poiché partendo da immagini materiali arriva a  dilatarle a dismisura, caricandole non solo di valori soggettivi, ma anche di risonanze universali e archetipiche.

Rincorre infine la dialettica del fuori e del dentro e della fenomenologia del rotondo e io mi lascio prendere da questa doppia reverie sull’immagine della Porta che dal dentro porta al fuori, e viceversa:

La porta è tutto un cosmo del Socchiuso. E’ almeno un’immagine principe, l’origine stessa di una reverie in cui si accumulano desideri e tentazioni, la tentazione di aprire l’essere nel suo intimo, il desiderio di conquistare tutti gli esseri reticenti. La porta schematizza due possibilità notevoli, che classificano nettamente due tipi di reverse. A volte, eccola ben chiusa, sbarrata con il paletto o col catenaccio: a volte eccola aperta, cioè spalancata. Ma giungono le ore dell’immaginazione più sensibile. Nelle notti di maggio, quando tante porte sono chiuse, ve ne è una appena socchiusa. Sarà sufficiente spingere con molta dolcezza! I cardini sono ben oliati. Si disegna allora un destino.

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ALZHEIMER E CINEMA. TRE FILM PER SVILUPPARE RESILIENZA tratto da: Luciana Quaia (2012) Intime erranze Il familiare curante, l’Alzheimer, la resilienza autobiografica, Nodo Libri, Como

ALZHEIMER E CINEMA. TRE FILM PER SVILUPPARE RESILIENZA

tratto da: Luciana Quaia (2012) Intime erranze Il familiare curante, l’Alzheimer, la resilienza autobiografica, Nodo Libri, Como

Entrare in una sala cinematografica e lasciarsi immergere nel silenzio che scende quando le luci si spengono, mentre lo sguardo viene catturato dalle prime immagini in movimento e la potenza musicale avvolge l’udito, equivale ad entrare in un’altra dimensione.

In questo “andare altrove” offerto dal tempo della durata del film accadono delle cose: a fronte di esperienze artificiali (suoni, inquadrature, immagini, colori pensati e scelti dal regista) le immagini ci formano e ci trasformano perché esplorano, con storie verosimili e personaggi realistici,  la totalità dell’esperienza del vivente e della sua perenne ricerca del senso della vita.

Il film, dunque, non è solo visione di sequenze di fotogrammi, ma diretta esperienza del rapporto esistente tra la nostra storia personale e la storia che ci viene raccontata.

La proiezione sullo schermo incarna così la nostra stessa identità, suscita emozioni, produce reazioni, crea collegamenti tra immaginario e reale.

La fusione che avviene tra realtà dello spettatore e realtà filmica, può influenzare il modo di pensare e di sentire dello spettatore, inducendo anche all’adozione di nuovi modelli comportamentali e riformulazione dei propri schemi mentali.

[ …]  Il cinema ha attinto ampiamente praticamente da tutti gli aspetti possibili dell’esistenza. Non poteva quindi mancare l’appuntamento con la drammaticità della demenza, tema su cui la macchina narrativa sta producendo da anni parecchie opere.

Ho scelto questi tre film perché, a mio giudizio, possiedono notevole impatto emotivo e carattere formativo nel presentare personaggi e  vicende assai simili, per concretezza e talvolta crudezza, alle situazioni relative alla cura e gestione del malato.

In talune scene poetiche non si scade mai nel sentimentalismo: il dolore rimane dolore, la perdita rimane perdita, ma le tre pellicole insegnano come l’eroe di turno possa acquisire la piena consapevolezza di che cos’è la sua vita e accettare la necessità del cambiamento, subendo quindi una positiva trasformazione.

La strada per Galveston (p. 157-164) presenta il prendersi cura del malato all’interno del domicilio.

Lontano da lei (p. 165-170) testimonia la complicata e tormentata decisione di delegare il processo di cura all’istituzione.

Una sconfinata giovinezza (p. 171-178) vive la storia d’amore di una coppia in balia dei ritorni di un  passato che invalidano quelli del presente.

Il proponimento è, dopo la visione, staccarsi dall’influsso delle immagini in movimento per cercare le tracce affini alle storie degli spettatori, stimolandoli a uscire dal proprio nascondiglio e rivelare le assonanze scoperte con la loro storia attuale. Terminata l’oscillazione tra finzione e realtà, l’ancoraggio al gruppo per iniziare a raccontarsi ancora una volta produce scambio, crescita e sviluppo personale. Può essere la semplice verbalizzazione del ritorno sulle scene appena viste oppure un lavoro più accurato di scrittura per confrontare le prove affrontate sullo schermo con i propri comportamenti [… ]

TartaRugosa ha letto e scritto di: Graziella Bernabò (2012) Per troppa vita che ho nel sangue Antonia Pozzi e la sua poesia, Ancora Editrice, Milano

 TartaRugosa ha letto e scritto di: 

Graziella Bernabò (2012)

Per troppa vita che ho nel sangue

Antonia Pozzi e la sua poesia

Ancora Editrice, Milano 

E’ passato un anno e poco più dalla celebrazione del centenario della nascita di Antonia Pozzi (febbraio 1912). Questo libro giace sul mio tavolino dall’anno scorso, a conferma della proverbiale lentezza della mia specie.

Ma ora, in queste tetre e buie giornate invernali, è momento di riprenderlo in mano e rileggerlo con quel turbamento suscitato forse da un titolo così contradditorio “per troppa vita che ho nel sangue”, così lontano dall’idea che a soli 26 anni (3 dicembre 1938) Antonia abbia deciso di abbandonare la scena della vita.

D’altronde le biografie servono proprio a mettere in luce passaggi significativi per tentare di capire il mistero che ognuno di noi nasconde.

Spiegare le ragioni di un suicidio non è mai affare agevole. Scrive Bernabò: “Far dipendere la sua decisione finale semplicemente da una delusione amorosa significherebbe non capire la complessità e la profondità del suo dramma … Antonia avvertiva in sé una straordinaria energia vitale ed era portata ad esprimerla, nella vita come nell’arte, ma si accorgeva della difficoltà di viverla appieno in un universo raggelante”.

Per tentare di comprendere meglio occorre quindi contestualizzare l’epoca della sua esistenza e la cultura di quei tempi.

Antonia appartiene a una famiglia colta, raffinata e benestante: padre avvocato, madre contessa appassionata d’arte e di musica, nonno noto storico, nonna – nipote di Tommaso Grossi -vivace e sensibile, dai quali assorbe un appassionante e costante desiderio di apprendere. Accanto agli studi classici coltiva pertanto le sue passioni per la musica, il disegno, la scultura, le lingue straniere, gli sport del tennis, nuoto, equitazione, sci, alpinismo.

In particolare “l’amore per la montagna e le scalate non si risolse per Antonia in un semplice fatto sportivo, ma ebbe sempre un significato esistenziale profondo, fu cioè una ricerca, a volte anche ai limiti del sacrificio (aveva una debolezza congenita degli arti che le rendeva difficile arrampicarsi), di essenzialità, purezza e forza”.

Il suo luogo maggiormente amato è Pasturo, un piccolissimo paese ai piedi della Grigna “Quando dico che qui sono le mie radici non faccio solo un’immagine poetica. Perchè ad ogni ritorno fra questi muri, fra queste cose fedeli e uguali, di volta in volta ho deposto e chiarificato a me stessa i miei pensieri, i miei sentimenti più veri”. (Ed è proprio ai piedi delle sue mamme montagne che Antonia oggi riposa, secondo la sua volontà).

Apparentemente dunque la sua infanzia, costellata da figure parentali positive, è colorata di rosa. Ma Antonia ha troppa vita nel sangue e un padre che, pur agevolando ogni sua passione e aspirando a una sua emancipazione, resta controllore e censore di entusiasmi troppo accesi, “col comprensibile desiderio di proteggere dalla tempeste della vita una creatura tanto sensibile e vibrante qual era la figlia”.

La sua presenza decisionista si rivela in modo emblematico in occasione del giovanile innamoramento di Antonia verso Antonio Maria Cervi. Siamo nel 1927. Antonia frequenta la prima liceo e inizia a dedicarsi con assiduità alla poesia: “La poesia ha questo compito sublime di prendere tutto il dolore che ci spumeggia e ci romba nell’anima e di placarlo, di trasfigurarlo nella suprema calma dell’arte, così come sfociano i fiumi nella vastità celeste del mare. La poesia è una catarsi del dolore, così come l’immensità della morte è una catarsi della vita”.

Rimane affascinata dal professore di greco e latino e dalla passione con cui trasmette i suoi saperi ai giovani allievi, curandosi della loro formazione e approfondendo la loro cultura persino con regali di libri di alto contenuto a chi raggiungeva risultati brillanti. La sua natura evidentemente ha molte affinità con quella di Antonia (amore per la conoscenza, la poesia, l’arte, il bene, il bello). Questo fascino diventa presto amore, fortemente ostacolato dal padre “un uomo ambizioso come lui non avrebbe potuto aderire facilmente a un matrimonio non particolarmente prestigioso dell’unica figlia … le ragioni della sua opposizione erano prima di tutto la forte differenza di età e il fatto che Antonio Maria Cervi era meridionale e in quanto tale poco accetto alla buona società milanese degli anni Trenta”.

Il professor Cervi, di alta integrità morale, fu sempre estremamente corretto nei rapporti che ebbe con le sue allieve e anche quando si legò maggiormente ad Antonia, il suo sentimento rimase in gran parte quello di fratello maggiore, piuttosto che di amante. “Forse, a causa delle notevole differenza di età e di educazione, il suo affetto per lei acquistava alcune connotazioni paterne e tradizionaliste, che lo spingevano a trascurare il valore della passionalità e, più in generale, dell’emozionalità femminile di lei”.

Nel 1930 Antonia frequenta presso la Regia Università di Milano la facoltà di lettere e filosofia dove incontra maestri illustri e frequenta nuove importanti amicizie, fra cui Remo Cantoni, Dino Formaggio, Vittorio Sereni. Di questo periodo sono numerose le poesie dove Antonia racconta la sua travagliata storia d’amore che esplode drammaticamente nel 1931. In quell’estate infatti Antonia viene mandata dal padre in Inghilterra con la scusa di migliorare la conoscenza della lingua inglese, ma in realtà per essere allontanata dal professor Cervi che, offeso dal comportamento dimostrato nei suoi confronti, non incoraggia certamente la prosecuzione di quel rapporto. “Entrambi gli uomini della vita di Antonia, il padre e l’amato, rientravano in fondo in uno stesso sistema rigidamente patriarcale (tipico dell’Italia dell’epoca) che voleva ricondurla a una sorta di ordine: quello della figlia emancipata, ma ligia ai doveri del suo rango sociale, nel caso del padre; quello della sposa-madre portatrice di valori tradizionali nel caso di Cervi, con l’aggiunta, oltre tutto, dell’idea di una maternità di Antonia che gli restituisse il fratello morto Annunzio….Antonia andò incontro a una terribile crisi pur di non venir meno ai doveri verso di loro e per cercare di conciliarli, con il risultato di scontentare entrambi e di esaurire le proprie energie. … Ecco che allora i suoi veri e complessi desideri, le sue autentiche parole erano destinate a restare soffocate, e si delineava in lei l’idea della morte come restitutrice di serenità. Soltanto nella poesia poteva esplodere il suo desiderio di autenticità e di una libera ricerca di sé”.

Gli anni 1934 e 1935 sono riempiti da viaggi (Sicilia, Grecia, Africa mediterranea, Austria, Germania) e dalla scrittura della tesi su Flaubert.

La relazione con Cervi è definitivamente tramontata, pur lasciando ampia traccia nel poetare di Antonia.

Il lavoro sulla tesi e l’influenza di Banfi spingono Antonia ad accarezzare il progetto di passare dalla poesia alla prosa: “L’idea di per sé non sarebbe stata strana, conteneva anzi una progettualità interessante che avrebbe fatto capolino nelle ultime composizioni di Antonia, decisamente aperte al sociale; ma diventava negativa in quanto l’autrice, a causa dei giudizi negativi sui suoi versi ricevuti da Banfi e da Paci, viveva la sua vocazione poetica con una sorta di senso di colpa e si sentiva quasi delegittimata nel coltivarla … Tuttavia continuava a perdere energia, illudendosi di potersi volgere disinvoltamente alla prosa realistica, il che non le era molto congeniale e, forse, contribuì a deprimerla. Certo era ben lontana dal sospettare di essere giunta nella poesia a esiti di grande originalità. Solo molto più tardi tali risultati sarebbero stati valorizzati fino in fondo come fervida testimonianza di un momento particolarmente inquieto della cultura italiana ed europea e, nello stesso tempo, di un’autonoma voce di donna in un contesto intellettuale per il resto sostanzialmente maschile”.

Le sue poesie del 1935 mostrano una nuova illusione amorosa con Remo Cantoni e il mancato riconoscimento della sua poesia da parte dell’ambiente banfiano.

Forse per questo motivo nell’anno successivo, 1936, la produzione poetica cala e Antonia cerca una nuova ricostruzione di sé dedicandosi con intensità allo studio, allo sport, ai viaggi. Diventa anche più sistematico il gusto per la fotografia che “la porta a ricercare una solidità dell’esistente, e a ricercarla in un mondo semplice, contadino o montano che sia; essa diventa una forma di relazione affettiva col mondo nella quale Antonia esprime insieme l’angoscia-fascino della morte e l’amore per la vita”.

Il 1937 vede l’affacciarsi di una nuova amicizia con Dino Formaggio, grazie al quale Antonia scopre il quartiere operaio di Piazzale Corvetto. La sua poesia attraversa una nuova stagione “più complessa e originale, con una più ampia apertura alla realtà storica e sociale del suo tempo … un’apertura per lei dolorosa, a causa del contatto con un mondo di grande miseria e desolazione, ma in parte anche vitale, perché consona al suo essere più profondo, proteso fervidamente verso gli altri e verso una concreta realizzazione di sé nella vita pratica”.

E questa vitalità sembra accompagnarla nella progettazione dei nuovi impegni: ottiene una cattedra per l’insegnamento di materie letterarie presso l’Istituto Tecnico Schiaparelli, intraprende azioni di impegno sociale a favore dei poveri in compagnia dell’amica Lucia, intensifica la sua attività fotografica che andava di pari passo con la sua nuova ispirazione realistica.

Ma sono di quei tempi anche il progredire della violenza razzista di Mussolini e del regime fascista oramai allineati sulle posizioni della Germania nazista. Nel novembre 1938 circa cento professori ebrei furono allontanati dalle università italiane.

Antonia doveva sentirsi sempre più estranea all’ambiente familiare e, nello stesso tempo poco capita, per la sua collocazione sociale, dai compagni. Si affezionò ancora più a Dino. Scambiò forse l’estroversione e la cordialità dell’amico per qualcosa di più intenso, e ricominciò a sognare un avvenire di sposa e di madre”. Desiderio anche questa volta disatteso da Dino, il quale accettava null’altro che un forte rapporto di amicizia.

Questo è il quadro di quei tempi: lo scandire del trascorrere degli anni e la storia del primo Novecento è significativo per allargare lo sguardo sui disagi esistenziali di una donna e di un’epoca.
Sintetizza Bernabò a proposito della personalità di Antonia: “Certo una forte inquietudine, congiunta con un senso di insicurezza e, a volte, di inferiorità rispetto alla disinvoltura, reale o apparente, da lei percepita negli altri; un evidente desiderio di conferme affettive esterne, che la portava a caricare i rapporti privilegiati di forti aspettative, con una conseguente facilità alle delusioni e a uno spiccato senso di abbandono, una frequente tendenza al sogno; una sensibilità fuori del comune, che la spingeva ad assorbire la sofferenza umana e a farsene carico, vivendola frequentemente con un senso di colpa per la propria appartenenza sociale elevata. … La sensibilissima Antonia doveva sentirsi stretta tra l’aspirazione a un protagonismo culturale e letterario e il desiderio, invece, di una vita più semplice, all’insegna di quel sogno di felicità domestica che in quell’epoca pareva inevitabilmente connessa con il destino femminile…. Aspirava a esistere intera in un mondo che invece la voleva restringere nel ruolo tradizionale della ragazza della buona società … oppure la accettava solo in quanto mera ripetitrice di una cultura che, per quanto aperta e moderna rispetto ai tempi, le precludeva un’autentica emozionalità di donna e una vera espressione personale”.

Per troppa vita che ho nel sangue

tremo

nel vasto inverno

La potenzialità umana e artistica di Antonia, di straordinaria intensità, non trovando al suo manifestarsi un adeguato riconoscimento diventa probabilmente una delle cause della sua tragedia esistenziale, come se quella troppa vita implodesse dentro di lei, svuotandola e portandola a cercare nel vasto inverno un’altra felicità. 

Giovanni Starace (2013) Gli oggetti e la vita, Donzelli Editore. Presentazione di TartaRugosa

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Giovanni Starace (2013), Gli oggetti e la vita, Donzelli Editore

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Che io ami la casa è superfluo ricordarlo, giacché me la porto sempre appresso. In questo periodo dell’anno, quando il silenzio attorno si fa greve, è piacevole fare l’inventario delle cose che riempiono la mia dimora.

Amo gli oggetti, amo la casa. Istintivamente questi “esterni” li ho sempre percepiti in perfetta continuità con il mio “interno”, scoprendo molto tempo dopo che “nel percorso evolutivo, gli oggetti svolgono un ruolo primario e disegnano una fenomenologia dell’età con la loro presenza nella vita della persona. Oggetti significanti lungo tutto il percorso di vita sono parte integrante della strutturazione del sé e del mantenimento di un suo assetto sano”.

Nella memoria gli oggetti si fissano non tanto per ciò che sono, quanto per ciò che rappresentano, o hanno rappresentato, in un momento particolare della vita.

Se rispolvero i primi ricordi ci trovo sicuramente pezzi che ora sono scomparsi, come per esempio l’orso bianco e nero che in alcune foto appare alto quanto me (a un anno è facile stabilire queste proporzioni) e del quale a un certo punto si è smarrita la traccia, probabilmente a causa di un intervento sleale di mamma e papà. Ha resistito invece un altro orsacchiottino, Gigetto, che sta nel palmo di una mano e risale ad un acquisto fatto alla fiera degli Obei Obei in una fase dolorosa della vita. A scoppio ritardato, come la psicologia insegna, può ricomparire l’oggetto transazionale: “E’ così quando il bambino sceglie un oggetto specifico per averlo sempre con sé, per raggiungere l’illusione di una presenza materna continuativa. Questi oggetti, definiti da Winnicott transizionali, sono generalmente morbidi e piccoli come un peluche, una copertina, un fazzoletto… Si collocano all’interno di quella esperienza di illusione creativa che rende possibile l’accettazione progressiva della realtà nei suoi caratteri specifici”.

Non è detto che la funzione transizionale si esaurisca esclusivamente con un oggetto specifico. Talvolta anche la manipolazione della materia ottiene lo stesso effetto riparativo del Sé: creare dal nulla un manufatto con le proprie mani o prendersi cura in modo esorbitante di un dato oggetto possono lenire una psiche dolorante: “la cura di essi si sostituisce alla cura di un sé precario e ferito con un beneficio inusitato: si evita un contatto diretto con il dolore mediante un’azione lieve e costruttiva … il contatto con parti meno evolute del sé, incontrate nell’oggetto su cui sono state proiettate, possono essere elaborate con maggiore facilità, poiché in questa trasformazione hanno perso i loro aspetti più aspri”.

Ma gli oggetti sono anche altro: una certezza di continuità dell’esperienza in uno spazio che improvvisamente deve mutare; un segnale che evidenzia il passaggio da un’età all’altra; un racconto della relazione fra lo spazio occupato e chi li possiede: “alcuni passaggi della vita hanno bisogno di essere accompagnati da una nuova disposizione dei luoghi in cui si abita. Sembra difficile poter raggiungere il cambiamento senza aver creato contemporaneamente un habitat che rispecchi lo stato emotivo del momento, i sentimenti prevalenti di quella fase della vita”.

E’ forse questo il motivo per cui è sempre così difficile liberarsi dalle cose quando si cambia luogo di vita. E’ come gettare via una parte di sé, è come ricostruire un’identità nuova e non è casuale che molti disturbi psicopatologici emergano proprio in occasione di un trasloco.
Così come nel caso di elaborazione del lutto. Accade talvolta che chi rimane non riesca a svuotare la casa rimasta priva del suo abitante e, contemporaneamente, desideri che gli oggetti ivi contenuti permangano nello stesso ordine in cui il residente li aveva disposti. In questo caso si parla di lutto complicato, come se il sopravvissuto cercasse di “mantenere in vita il legame con una persona cara, per proteggere l’integrità della memoria, forse anche mantenere vivi frammenti della persona scomparsa. … La conservazione irrinunciabile della totalità degli oggetti nasconde una fragilità oltre che un rapporto irrisolto con la persona cara che è morta. Una relazione che appare imbalsamata insieme alle cose, incapace di svincolarsi da un contatto costante con esse. In questi casi il rapporto con gli oggetti assume il tono dell’immutabilità, dell’inamovibilità; segno di un’identità ancorata a quelle cose e mai distaccata da loro. Gli oggetti appaiono come frammenti sparsi di un sé che cerca strenuamente di restare integro e sempre uguale a se stesso”.

Considerando la permanenza di certi oggetti nella propria abitazione, possiamo affermare che è proprio l’esperienza del lutto a dare parola alle cose, a stimolare una loro venerazione, a conservarle senza una ragione apparente, come se chi, ritrovandosi a contatto con un bene ereditato, dovesse entrare nello spazio di colui che un tempo ne era proprietario e lentamente lo assumesse come proprio. Con la convinzione, però, che proprio quegli oggetti entrati improvvisamente nella nostra vita, siano liberi di costruirsi una nuova storia: “le cose sono lì, ci guardano e ci dicono che sono, indipendentemente da noi, vivono di per sé. E’ vero, le possiamo manipolare, nascondere, rompere, abbellire, ma loro sono altro da quello che vogliamo da loro stesse. Sono la testimonianza più evidente della limitatezza umana, attaccano la nostra onnipotenza”.

Su questo tema, oggetto con identità propria, Starace approfondisce con un ragionamento sociologico relativo al clima culturale della modernità, mettendo in risalto il rischio che un oggetto diventi un’entità priva di coerenza a causa del fenomeno consumistico. “La produzione di massa ha reciso il legame tra gli oggetti e la loro singolarità, in quanto oggetti unici. Sono diventati tutte copie e l’originale si è disperso in esse.  … Se durante i secoli passati le generazioni si succedevano in un ambiente statico di oggetti che sopravvivevano loro, oggi sono le generazioni di oggetti che succedono a un ritmo accelerato nell’ambito di una stessa esistenza individuale. Sono posseduti prima di essere guadagnati, precedono la somma di sforzi e di lavoro necessari al loro uso: secondo una stringente logica consumistica, il godimento anticipa la produzione delle risorse necessarie alla sua realizzazione”.

Ecco quindi che gli oggetti, dotati di una vita propria, usano l’individuo per moltiplicarsi e diffondersi, privando il soggetto di entrare in relazione con i propri effettivi bisogni e costringendolo a consumare a velocità vertiginosa. Si viene quindi a perdere la loro capacità di essere integrati nell’attività psicologica: “gli oggetti transizionali perdono il loro significato profondo per diventare degli oggetti-cose che vivono in nome della loro semplice materialità e sono avulsi da un contatto significativo con la persona”.

Non è facile resistere ad una cultura dominante che propone un sistema di “merci a perdere” da consumare velocemente, dove “il valore dell’oggetto segue le oscillazioni dell’autostima della persona: oggetti potenti soggetti potenti, oggetti svalutati persone svalutate, sempre secondo una logica dell’apparenza e della finzione”.

Forse quello che potrebbe venirci in aiuto per ripristinare un rapporto affettivo con le cose è il sentimento della nostalgia per quella “materia significativa portatrice di reverie: forme che ci fanno toccare il passato, momenti particolari della vita, eventi esclusivi, luoghi domestici, quotidiani, sensazioni irrepetibili … possibilità di vagare nella mente, nella memoria e nel tempo senza necessità alcuna, nel piacere di un ricordo e nel vissuto di qualcosa che è andato, ma che è ancora possibile condividere con altri. Racconto e memoria che si fanno profumo e odore, che entrano nel corpo nel momento in cui l’oggetto viene nominato”.

Guardo l’interno della mia calda tana e sono contenta dell’inverno che sta per arrivare.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Stephen Emmott (2013), Feltrinelli Dieci miliardi. Il mondo dei nostri figli Traduzione di Bruno Amato

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Stephen Emmott (2013), Feltrinelli

Dieci miliardi. Il mondo dei nostri figli

Traduzione di Bruno Amato

In fondo si potrebbe dire che è solo una questione di numeri.

Tanti: nel titolo, nelle date, nelle fotografie, nei grafici.

Emmott sa come gestirli: è uno scienziato che dirige il dipartimento di Scienze computazionali alla Microsoft e insegna la stessa disciplina all’Università di Oxford. Conduce ricerche su sistema complessi, clima ed ecosistemi, e sull’impatto esercitato dagli umani sul proprio suolo.

Nel 2012 il suo monologo teatrale 10 Billions riscuote un successo enorme. Da lì nasce questo libro.

Per chi come me si appresta al riposo invernale, direi che è una lettura che non concilia affatto il sonno, ma lo turba, lo disturba, lo ritarda.

Parla della razza umana, del suo sviluppo e della sua casa, la Terra.

Nel grafico Popolazione mondiale, una curva mostra la crescita dal 10.000 a.C. al 2010: “Appena diecimila anni fa eravamo solo un milione. Nel 1800, poco più di duecento anni fa, eravamo un miliardo. Nel 1960, cinquant’anni fa, eravamo tre miliardi. Oggi siamo sette miliardi. Nel 2050, i vostri figli e i figli dei vostri figli vivranno su un pianeta con almeno nove miliardi di altre persone. E, verso la fine di questo secolo, saremo almeno dieci miliardi. Forse di più”.

Emmott spiega gli eventi che hanno aiutato ad arrivare al punto in cui siamo:

  • la rivoluzione agricola (quattro per l’esattezza, la prima con l’addomesticamento degli animali, la seconda con la selezione di piante e specie vegetali, la terza con la meccanizzazione della produzione alimentare, la quarta, odierna, con la rivoluzione verde);
  • la rivoluzione industriale grazie alla quale il mondo veniva trasformato dalla pratica manifatturiera, dall’innovazione tecnologica, da nuovi processi industriali, dai mezzi di trasporto e la dipendenza da carbone, petroli e gas come principali fonti di energia;
  • la rivoluzione alimentare determinata da un aumento sempre maggiore della popolazione che dal 1960 ha avviato la rivoluzione verde.

I mezzi per avere più cibo che sono stati intrapresi nel corso del tempo:

l’uso su scala industriale di pesticidi, erbicidi e fertilizzanti chimici

– un’espansione senza precedenti nello sfruttamento del suolo

– l’industrializzazione totale dell’intero sistema di produzione alimentare

I risultati derivati all’ambiente:

perdita di habitat naturali

– inquinamento

– sfruttamento intensivo della pesca

– rapida estinzione di moltissime specie

– degrado di interi ecosistemi

– scarsità dell’acqua

Dà spazio anche a qualche numero a proposito di trasporto, utilizzato per spostare avanti e indietro per il mondo tutto ciò che compriamo, mangiamo, le materie prime e le risorse necessarie a fare ogni cosa:

nel 1960 circolavano 100 milioni di automobili sulle strade del mondo – nel 1980 erano 300 milioni. Nel 1960 si muovevano 100 miliardi di passeggeri per chilometro. Nel 1980 erano 1000 miliardi.

Il numero totale dei veicoli prodotti supererà i 2 miliardi nel 2013.

Quest’anno voleremo per 6000 miliardi di chilometri e saranno spediti in giro per il mondo qualcosa come 500 milioni di container di roba che consumeremo noi. Mediamente un volo sulla lunga distanza impiega circa cento tonnellate di carburante.
Non sorprenderà il fatto che la produzione automobilistica globale, il traffico aereo e il movimento merci siano tutti destinati a crescere in misura consistente nel corso di questo secolo. Le autovetture saranno almeno il triplo di quelle prodotte nel secolo scorso e i settori del trasporto merci e delle linee aeree sono destinati a espandersi.

La crescita a ritmo sbalorditivo della popolazione umana e di tutti i sistemi di interconnessione legati a questo fenomeno stanno provocando un’emergenza planetaria senza precedenti.

Esaminiamo solo alcuni aspetti che già da soli sarebbero più che sufficienti a far scattare qualcosa di più che una riflessione.

Scrive Emmott che “oggi il 40 percento dell’intera superficie del pianeta è utilizzato per l’agricoltura. La restante superficie comprende l’Artide e l’Antartide; il Sahara e vasti tratti dell’Australia non utilizzabili per l’agricoltura, così come la Siberia e altre zone di tundra; i luoghi in cui viviamo; aree protette; giacimenti utilizzati per l’estrazione delle risorse finite della Terra; foreste utilizzate per la produzione di legname. Attenzione: la domanda di cibo e quindi di terra coltivabile è destinata almeno a raddoppiare entro il 2050. Che sia questo uno dei motivi dell’accaparramento di terreni da parte di governi, grandi imprese, hedge fund e istituzioni dai confini spesso poco chiari?”

Ma andiamo oltre.

Sfruttamento del suolo ed emissioni inquinanti stanno provocando una significativa perdita di popolazione tra le specie: l’attività umana sta provocando la più grande estinzione di massa sulla Terra dopo l’evento che 65 milioni di anni fa spazzò via i dinosauri.

Ma la perdita più importante è quella della biodiversità e, di conseguenza, l’alterazione del funzionamento dell’ecosistema e di molte funzioni vitali del pianeta. In breve, con l’aumento della popolazione e con la crescita delle economie lo stress sull’intero sistema si aggrava nettamente. E’ questo il punto in cui ci troviamo adesso”.

Acqua:

La siccità del 2008 in Australia, quelle della Russia e dell’Europa orientale del 2010 e quella del 2012 negli Stati Uniti, hanno causato perdite tra il 20 e il 40 percento dell’intero raccolto di grano e mais.

Una percentuale incredibile – il 70 percento – dell’acqua dolce disponibile sulla Terra viene oggi utilizzata per l’irrigazione agricola.

Più di un miliardo di persone vive in condizioni di estrema scarsità d’acqua.

Suolo:

La domanda di terra per uso alimentare è destinata a triplicare entro la fine del secolo.

Ciò vuol dire che le spinte ad abbattere molte delle rimanenti foreste tropicali – le foreste pluviali – per assoggettarle all’uso umano si intensificheranno di decennio in decennio.

Nel 2050 il 70 percento di noi vivrà in città. Vale la pena di ricordare che delle 19 città brasiliane che negli ultimi dieci anni hanno raddoppiato la loro popolazione, dice si trovano in Amazzonia.

Ne consegue che la produttività alimentare è destinata a  declinare, per via del mutamento climatico (già ci sono insolite ondate di caldo, siccità, inondazioni), del degrado del suolo, della desertificazione, dello stress idrico.

Ricorda Emmott: “nel corso dell’ondata di caldo verificatasi nel 2010 in Russia, il governo del paese aveva bloccato le esportazioni di grano, provocando il caos nei mercati delle derrate, un’impennata senza precedenti nei prezzi dei beni alimentari e, di conseguenza, diffusi tumulti per il cibo in Asia e in Africa, tumulti che sfociavano nella violenza di quella che oggi chiamiamo “Primavera araba”. 

Milioni di persone provenienti da paesi non più abitabili, o che non dispongono di acqua e cibo sufficienti, o che sono teatro di conflitti per il possesso di risorse naturali sempre più preziose origineranno stati militarizzati.

Chiunque non si accorga che questo scenario globale ha tutte le carte in regola per scatenare un conflitto civile internazionale si sta illudendo. Non è un caso che tutti i convegni scientifici sul cambiamento climatico cui partecipo hanno di fatto un nuovo tipo di platea: i militari”.

E come non essere quindi d’accordo con la sua affermazione:

Comunque lo si guardi, un pianeta di dieci miliardi di abitanti è uno scenario da incubo”.

Emmott non ha alcuna fiducia sull’ottimista razionale, ovvero colui che sostiene che le previsioni catastrofiche del passato si sono rivelate errate e che la nostra creatività e intelligenza ha sempre permesso di tecnologizzare una via d’uscita dal problema. E non tanto perché le ipotesi percorribili siano totalmente impraticabili, quanto perché nessuno ci si sta impegnando in un momento in cui è già troppo tardi:

Certo l’ottica dell’ottimista razionale è che siamo così intelligenti e inventivi da poterci permettere di non preoccuparci: inventeremo di sicuro un modo per cavarci dalla brutta situazione in cui ci troviamo adesso. E – io stesso devo confessarlo – è fortissima la tentazione di credere in un’idea così attraente. Ma è un enorme salto nel buio della fantasia.”

E quindi? Quindi modificare il comportamento, cosa apparentemente semplice ma che nessuno ha voglia di fare, a partire dalla contraccezione.

Potremmo cambiare la situazione in cui ci troviamo. Probabilmente non è possibile farlo tecnologizzando la via d’uscita, ma solo trasformando radicalmente il nostro comportamento. Nulla però indica che questo stia accadendo, o che stia per accadere. Penso che le cose andranno avanti come se nulla fosse.

Abbiamo un urgente bisogno di fare – e voglio dire fare concretamente – qualcosa di radicale per sventare una catastrofe globale. Ma non penso che lo faremo.
Quello che penso è che siamo fottuti
”.

Fra pochi giorni è il 2 novembre. Spero di risvegliarmi nella prossima primavera.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Franco Arminio (2011), Terracarne Mondadori, Milano

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Franco Arminio (2011)

Terracarne

Mondadori, Milano

I miei giri diventano sempre più circoscritti.

La zona della tana è già stata individuata e non mi fido a lasciare incustodito per troppo tempo quell’invitante giaciglio intiepidito dai raggi pomeridiani di un settembre generoso di luce e calore.

Nonostante la mitezza della temperatura e l’abbondante vegetazione colorata dai frutti maturi, sento l’avvicinarsi del tempo del silenzio e del riposo. Cerco le parole custodi del mio scivolare nel sonno in una scrittura densa, struggente, nostalgica, così vicina allo stato d’animo scatenato dal necessario temporaneo congedo dal luogo che amo.

Terracarne  è già un titolo che fa intuire la comunione totale del corpo con la terra, e questo annuncio solletica l’attesa del lungo abbraccio che mi cullerà nei prossimi mesi. Nell’imminente immobilità causata dal freddo del Nord,  un libro che parla di spostamenti intorno ai paesi  invisibili e ai paesi giganti del Sud dell’Italia è una tentazione cui non so resistere, pungolata dalla visione della mappatura geografica che orienta il mio andare e dalla certezza che questo viaggio sia in realtà perno su cui avvolgere pensieri e riflessioni sulla ricerca proprio di quei luoghi che sempre inseguono i nostri sogni infranti.

Franco Arminio cerca di tratteggiare lo spirito del suo vagare con lo splendido termine di paesologo, una professione conosciuta a ben pochi e che trova nelle sue pagine sfumature di definizioni appena delineate: “La paesologia è semplicemente la scrittura che viene dopo aver bagnato il corpo nella luce di un luogo … Il paesologo va nei paesi a pescare lo sconforto e si ritrova tra le mani un poco di beatitudine: può essere uno scalino, una casa nuova o antica, può essere la visione di un castello o di un albero di noci, può essere una piazza vuota o un vicolo col ronzio di un televisore. Si va nei luoghi più sperduti e affranti e si trova qualcosa, ci si riempie perché il mondo ha più senso dov’è più vuoto, il mondo è sopportabile solo nelle sue fessure, negli spazi trascurati, nei luoghi dove il rullo del consumare e del produrre ha trovato qualche sasso che non si lascia sbriciolare … non basta attraversare un luogo, ci vuole che il luogo ti attraversi”.

Che cosa cerca Arminio in questo suo interminabile transitare tra i paesi del Sud?  Un Sud che scopriamo a intermittenza congelato tra il ricordo di una geografia originaria disegnata dal moto perpetuo  e lo scontro con l’insulto di un divenire ributtante, perché di quella terra nulla rispetta. Il ritratto paesaggistico del Mezzogiorno d’Italia è di un realismo spietato, ma la voce narrante è quella di un poeta che sa come guidarci fra terre ancora intatte nella loro primigenia bellezza per poi scaraventarci analogamente negli scempi della cosiddetta modernità, basata sul più bieco sfruttamento della cultura locale.

Non esistono mezzi termini nel suo citare Salvemini: “Cento anni fa Gaetano Salvemini scriveva: Nel Mezzogiorno d’Italia la potenza sociale, politica, morale della piccola borghesia intellettuale è assai più grande e più malefica che nel Nord. … Essi non vedono nella vita se non un gioco di protezioni, uno scontrarsi di influenze più o meno efficaci, un prevalere di simpatie o antipatie capricciose. Per essi non esiste alcuna scala di valori morali obiettivi. Il merito consiste nell’avere un protettore potente. Sarebbero capaci di presentarsi innanzi a un possibile patrono in ginocchio, strisciando la lingua per terra”.

E allora dove si spinge la ricerca, se poi alla fine non è la politica, il progresso, la ricostruzione, ma la gente stessa artefice delle proprie rovine? “L’Irpinia che è venuta dopo il terremoto, quella che c’è adesso, è una terra stuprata in molti punti, una terra che a viverci dentro ogni giorno ti dà tanto dolore, ma pure un soffio incerto di lietezza. Non starò a dire ancora una volta degli errori e degli orrori della ricostruzione, del grande abbaglio di portare le industrie in montagna, dell’illusione che fare tante case avrebbe dato più vita ai paesi. …Le colpe delle classi dirigenti di allora, che poi sono le stesse di adesso, sono evidenti. Non si possono tacere, tuttavia, anche le colpe di gran parte della popolazione, che fu tanto ansiosa allora di partecipare alla spartizione del bottino. … Nuovi sono gli intonaci, le vernici, ma il malanimo di questa terra è ancora qui, la diffidenza e il rancore restano il nostro marchio di fabbrica, unitamente al vittimismo e all’accidia.”

Arminio sa qual è l’affanno della sua rincorsa: “Il Sud che cerco è annidato nei paesi più sperduti, il Sud che resiste dove c’è poca gente, dove ci sono alberi, erbacce, cardi, il Sud che vive ancora solo dove è più dimesso, il Sud che non crede alla pagliacciata del progresso, il Sud dei cani randagi, dei vecchi seduti sulle scale, delle case di pietra incollate in lunghe fila che si attorcigliano.   Il Sud che amo ha più di ottant’anni e rughe non lisciate, è una tribù di reumi e bastoni, è ugualmente lontano dall’Europa e dall’Africa, è una terra di magie arrangiate, di cimiteri sempre ampliati, di piazze livide e rancorose. Io voglio frugare tutta la vita in questo Sud fino a quando scompare, voglio restare tutta la vita dentro i suoi paesi rotti e malandati. Sono un guardiano della più solitaria disperazione. Sono vivo nei paesi invernali quando passa un funerale, sono vivo quando nevica e nei giorni più ventosi, nelle case dove i ragni fanno i nidi nelle damigiane, nel bar degli scapoli…. L’Italia che amo è quella che non sa niente di sé, che non si sente ricca né povera, che non si vanta e non si lamenta, un’Italia che appare a lampi su strade periferiche, un’Italia rimasta viva per sbaglio, per le amnesie della politica, per i mancamenti del progresso”.

E’ l’affanno di svelare un genius loci imbavagliato, impaurito, offuscato da strati di finta civilizzazione: “Mi sembra che il mondo lo abbiamo svuotato a furia di riempirlo. Mi sembra che le nostre giornate siano una trafila affannosa nella scontentezza. Siamo scontenti nel tempo libero e quando lavoriamo, siamo scontenti quando il nostro amore è corrisposto e anche quando non lo è. Siamo scontenti quando gli altri ci ignorano e quando si occupano di noi. Forse il problema sta nel fatto che siamo troppi. Forse la vita ha un suo tetto di intensità prestabilito. La felicità che si poteva spartire un milione di uomini è la stessa che adesso si debbono spartire un miliardo di uomini. Il nostro sfiatamento sta tutto nell’aver invaso il pianeta con la nostra presenza”.

Mentre leggo tremo e scavo. Esagerato dire che lo faccio per orgoglio, per rivoluzione,  per utopia o, forse, per paura. Semplicemente scavo per sentire la terra che diventa parte di me ed io parte di lei, condividendone, per il periodo del sonno, lo spazio dello stesso punto di vista di un paesaggio perduto.

La società è basata su un diluvio di bugie, si rimane insieme per diplomazia. I luoghi non ci corrispondono e noi non corrispondiamo ai luoghi, le vicinanze sono sempre precarie, un colpo di vento le fa saltare. Si parla tanto di comunità, ma a malapena riusciamo a contenerci in noi stessi. … Solo quando il filo si spezza ci accorgiamo che in fondo qualcosa di quello che stiamo facendo ha un senso. Ci accorgiamo che il segreto è il semplice stare da qualche parte, con quello che c’è, perché è sempre tanto, una collina, un albero. Tendiamo a posare su tutto i teloni dell’abitudine, però un colpo secco a volte viene da sotto e ci scompiglia, e allora vediamo che tutto è appoggiato provvisoriamente sulla tavola del mondo. …Bisogna soffiare nelle nostre visioni come se fossero piume. E così pure nella nostra carne. Io vivo così, a metà tra me stesso e il paesaggio, vivo nel mio respiro e nel respiro della terra.”

 

GIOVE E L’ERBA DEL VICINO

 

TARTSSALE

La prima volta non me n’ero nemmeno accorta.

La segnalazione di una tartaruga alle prese con l’inferriata di un cancello è avvenuta per interposta persona. Ma il fatto più sorprendente era che il cancello in questione non era del mio giardino, bensì quello del vicino.

Come ogni buon investigatore ho tentato di ragionare sugli indizi disponibili, in questo caso il luogo.

Se non fosse per un muretto che ne delimita il confine, uno dei sentieri che si snoda nel mio giardino (quello chiamato via dell’orto), sarebbe in perfetta continuità con quello dell’altro proprietario. Entrambi condividono la caratteristica di terminare con alcuni gradini: il mio ne conta nove per scendere al sentiero sottostante e Giove, abbastanza regolarmente, li percorre per incamminarsi come sempre verso nord ed arrestarsi di fronte a un’inferriata che abbiamo posto a difesa di altri gradini che costituiscono l’ingresso secondario della nostra casa.

Questa volta però qualcosa di nuovo era successo, visto che Giove anziché decidere di compiere l’usuale traiettoria aveva stabilito di perlustrare la continuità della via dell’orto.

Questo era il dilemma: come diavolo aveva potuto superare il muretto di confine, arrivare alla fine del sentiero (sempre comunque seguendo la direzione nord) e finalmente arrestarsi davanti all’altrui cancello, fortunoso limite di altri gradini che lo stolto avrebbe sicuramente disceso per proseguire la sua passeggiata perdendosi per sempre?

Chi lo aveva notato ne aveva descritto il nervosismo e le bizzarre impennate per scavalcare quelle sbarre. Grazie a quello sguardo casuale, una mano fortunosa si era intrufolata attraverso le sbarre, aveva recuperato il vagabondo e riconsegnato alla legittima proprietà.

Era circa metà agosto e le ipotesi sull’evento si sprecavano.

L’attento sopralluogo sulla zona di confine non mostrava segni particolari di possibilità di fuga, così come il centinaio di metri protetto dalla rete metallica posta da TartaRugoso dopo un’altra evasione di Giove di qualche anno fa (si era lanciato da tre metri di altezza rompendosi il piastrone) appariva indiscutibilmente invalicabile.

Insomma, pareva impossibile una fuga condotta in autonomia.

Da qui, con poco senso investigativo, partivano altre supposizioni basate su indizi pregiudiziali, come di solito accade in ogni paese quando si parla dei vicini.

E l’idea maggiormente suffragata riguardava un rapimento a tempo determinato per intrattenere un bambino troppo curioso e vivace.

Esaurito il passatempo, sulla strada del ritorno l’”onesto” trafugatore avrebbe restituito l’animale, sbagliando però cancello.

Il furto quindi non sarebbe stato compiuto in malafede, ma esclusivamente per soddisfare una richiesta infantile. In paese, poi, è notorio che le voci si allarghino. Qualche altro furtarello in bottega, un comportamento un po’ bizzarro, l’ignoranza e la malaeducacion costituivano elementi inconfutabili per sostenere questa convinzione sul colpevole.

Come TartaRugosa però rimanevo piuttosto scettica su questo verdetto di appropriazione indebita.

La seconda volta è accaduta il 24 agosto. O meglio, la certezza che Giove non era più in giardino l’ho avuta il 26. Il 25 infatti pioveva e in questa circostanza il tartarugo se ne sta tranquillo e riparato.

Il 26 invece era una giornata splendida e calda. Secondo le sue tradizionali abitudini Giove avrebbe dovuto godersi il tepore dei raggi solari. Invece nulla.

In diversi momenti della giornata continuavo a scendere e salire i suoi piani preferiti, a cercare sotto i cespugli dei rosmarini e sotto i teli dell’orto. Nulla.

Percepivo nettamente la sua mancanza e poco mi consolavano le parole dei vicini che attribuivano al calo della temperatura il suo nascondimento.

Ero certissima che Giove non fosse più lì e con queste parole avevo liquidato anche il commento di TartaRugoso sulla sua probabile ricerca della tana invernale.

Dopo una ferrea ricerca a due, l’ennesima a vuoto, esprimo il mio senso investigativo.

Tra il nostro sentiero e quello del vicino è posto come divisorio un muretto sormontato da una rete a losanghe abbastanza fitte, tali da non consentire il passaggio della tartaruga. A ridosso del muretto c’è il cumulo di una delle nostre compostiere, anch’essa circondata da una rete.

Già dalla prima sparizione mi ero soffermata a lungo in quel punto. La rete infatti presentava una specie di tasca tra muro e cumulo e, a mio parere, il manigoldo avrebbe potuto intrufolarsi in quella zona lasca e sorretto proprio dalla rete metallica si sarebbe dato da fare per raggiungere la sommità del muro e lasciarsi cadere nella proprietà del vicino.

E’ assolutamente impossibile” ri-decretava il consorte, come già aveva fatto la volta precedente.

La paranoia è un brutto affare: se non esistevano vie di fuga, qualcun altro ne doveva essere responsabile. Varie imprecazioni quindi verso colui che misteriosamente ritornava sulla scena, anche se a me continuava a sembrare decisamente anomalo.

Troppe volte avevo osservato l’ostinato Giove mentre tentava di salire gradini, cumuli di terra, piani inclinati senza arrendersi di fronte agli scivolamenti, anzi ancor più caparbiamente riprovare l’impresa nonostante l’innegabile difficoltà.

Continuavo perciò a pensare che quella rete lasca potesse essere l’unica complice della nuova scomparsa.

Meno male che siamo in due, in forme diverse, ad essere ostinati quasi quanto Giove.

Ognuno in preda alla sua malinconia, io e marito ci siamo separati inseguendo le proprie strategie di ricerca.

Dopo circa 15 minuti, la voce maschile mi raggiunge con un “L’ho trovato!” e all’orizzonte compare un braccio alzato e una mano che stringe lo zampettante Giove.

Era nuovamente nel giardino del vicino.

Giove ha un’inconfondibile caratteristica: quando sente il passo di qualcuno, sbuca dal suo nascondiglio e si avvicina. Sono anni ormai che questa sua socievolezza comporta un premietto alimentare ed evidentemente, come Pavlov insegna, il condizionamento dà i suoi frutti.

TartaRugoso, profittando di un disagevole pertugio ai piani alti, era riuscito ad introdursi oltre il confine e a scandagliare il territorio.

Stavo tornando indietro dopo aver guardato in ogni direzione, quando improvvisamente me lo sono visto davanti, con la testa alzata a guardarmi”.

Deposto sulla terra, Giove sembrava un po’ disorientato e incerto sulla direzione da prendere. Ma solo qualche attimo di esitazione e poi eccolo di nuovo a riprendere il cammino lungo il sentiero verso l’albero del fico.

Io potevo riprendere a lavare i piatti e TartaRugoso, sotto un sole cocente, a fissare la rete della compostiera contro il muro di separazione.

Da quel giorno Giove non è più fuggito, ma proprio oggi, 4 settembre, anche mio marito accetta l’idea che l’animale se ne sia andato entrambe le volte con mezzi propri.

Infatti: “E’ da mezz’ora che lo guardo. Continua a risalire il cumulo della compostiera e ad andare su e giù alla ricerca di qualcosa che è già chiaramente inscritto nel suo ricordo”, mi racconta.

Corro a prendere la cinepresa, arrivo un po’ in ritardo, ma in tempo per immortalare qualche passo perpendicolare che probabilmente nel recente passato gli aveva consentito di raggiungere la vetta del muro e darsi all’arte esploratoria di un nuovo ambiente.

Evidentemente, come per gli umani, anche per le tartarughe l’erba del vicino è sempre più verde.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Silvia Bonino (2012) Il mio giardino semplice, De Vecchi Editore

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Silvia Bonino, 2012

Il mio giardino semplice

De Vecchi Editore

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Noi tartarughe siamo semplici e ostinate. Sarà forse dovuto al fatto che metà del nostro tempo lo trascorriamo in ozio meditativo, riportando alla memoria quanto osservato nella vita trascorsa sopra, anziché sotto, le radici. E quest’anno molti sono stati gli accadimenti da ri-analizzare: ci vogliono anche gli strumenti appositi e sicuramente la visione del giardino fornita dagli occhi di una psicologa aiuta a districarsi nel corso degli stravolgimenti atmosferici.

Che come tartaruga potrei avere molto da raccontare a livello autobiografico, risalendo alla storia dei miei avi vissuti in epocali ere geologiche … ma il tempo a disposizione è quello che è, per cui diventa molto più interessante assistere alle manovre difensive dei miei amici umani e immagazzinare i consigli di Silvia Bonino.

Il suo libro, infatti, è stato pensato e realizzato per il pubblico infantile, quindi non solo i suggerimenti sono lineari e abbordabili anche dal mio rudimentale cervello, ma ciò che accompagna l’intera spiegazione è l’intenzione educativa che dovrebbe giungere all’essere umano sin dalla più tenera età grazie al rapporto con i vegetali.

Le mie conoscenze di psicologia infantile unite alla personale esperienza di giardinaggio mi hanno convinta della necessità di coinvolgere direttamente bambini e adolescenti nella coltivazione delle piante. Si tratta infatti non solo di accostare i soggetti più giovani alla natura, di ampliare la loro conoscenza scientifica del mondo vegetale, di aiutarli ad apprezzarne la bellezza e il valore, di educare cittadini più rispettosi dell’ambiente e della sua storia. Si tratta, in modo molto più profondo, di educare il bambino attraverso la coltivazione delle piante. … i numerosi insegnamenti non riguardano solo i diversi rapporti con l’ambiente, ma anche altri aspetti più profondi della personalità stessa dell’individuo, del suo modo di pensare e di entrare in relazione con gli altri … di porsi di fronte alla realtà, modi che partono dal mondo vegetale ma al tempo stesso lo travalicano”.

Dunque apprendimenti che tramite l’arte del “giardinaggio casalingo” diventano palestra di vita e insostituibile formazione anche dal punto di vista intellettuale.

Gli obiettivi che il testo si pone sono affascinanti:

  • comprendere l’unità della vita
  • conoscere e accettare il ciclo della vita
  • conoscere e accettare il ciclo delle stagioni
  • imparare a prendersi cura di un essere vivente
  • imparare il senso di responsabilità
  • imparare a tollerare la frustrazione e a pazientare
  • imparare a pensare
  • imparare ad accettare i limiti
  • confrontarsi con la vita reale
  • imparare l’armonia

Le modalità con cui tali obiettivi vengono perseguiti consistono nella presentazione di un tragitto avente come base pochi ma efficaci assunti: che cos’è il giardino semplice; che cosa serve per il giardino semplice; che cosa evitare nel giardino semplice; che cosa fare nel giardino semplice.

L’autrice non trascura il fatto che non tutti possono avere la fortuna di possedere un giardino: i consigli infatti possono essere applicati, con le dovute proporzioni, anche ad appezzamenti minori, dal terrazzo, al balcone, al davanzale di una finestra.

Ciò che è oltremodo incoraggiante riguarda proprio l’aggettivo “semplice”, assolutamente non proposto in forma riduttiva, ma inteso come avvio di comportamenti virtuosi e di pensiero.

Sottolinea Bonino che oggigiorno siamo tutti un po’ vittime di innamoramenti artificiali della natura: è sufficiente recarsi da un florovivaista per poter ammirare innumerevoli varietà di piante e fiori messi in bell’ordine, come se quel risultato fosse la normalità, esattamente riproducibile anche nei propri luoghi abitativi, senza tener conto delle differenze vincolate ad elementi quali l’umidità, l’esposizione alla luce, la composizione del terreno, la temperatura.

La pianta e il suo ambiente costituiscono un sistema complesso, la cui comprensione richiede di tenere conto non solo di una pluralità di elementi, ma anche del fatto che le relazioni tra questi elementi non sono mai determinabili e prevedibili in modo certo, ma solo con un certo grado di approssimazione. Per questo il giardinaggio costituisce un’ottima educazione al pensiero complesso, al ragionamento probabilistico e alla capacità di considerare contemporaneamente diverse variabili”.

In un giardino la cosa più importante è imparare ad OSSERVARE. Addirittura prima di impiantarlo. Accade spesso infatti che tale compito venga delegato all’architetto giardiniere, più propenso a “piazzare” i propri prodotti che a rispettare le caratteristiche dell’ambiente.

Nell’esperienza mia e di TartaRugoso, imparare ad osservare è scaturito dai molti errori commessi quando, assolutamente principianti, ci facevamo catturare dalla beltà dei cespugli fotografati sui libri e ci precipitavamo ad acquistarli. Alcuni arbusti ce l’hanno fatta, altri invece sono diventati parte integrante della terra che non ha saputo, per causa nostra, onorare le loro esigenze.

Abbiamo imparato a scegliere piante che si adattassero alla totale ombra, e ora sappiamo anche che cosa resiste all’impavido sole.

Bonino parla di come sia importante sviluppare la capacità di anticipare, azione che comporta la possibilità di immaginare possibili e diversi scenari futuri. Sostiene giustamente che se si fallisce in questa operazione, gli errori non possono essere riparati in tempi brevi.

Dedicarsi al giardinaggio implica inoltre l’acquisizione del significato del termine”probabilità”, concetto che si applica ben al di là del giardino di casa: “Se si tiene conto che tutta la scienza moderna è di tipo probabilistico, si comprende l’importanza di saper ragionare in termini di probabilità e, soprattutto, di accettare l’insicurezza che ne deriva”.

Questa accettazione è basilare se si vuole imparare ad accettare la frustrazione di variabili insospettate e, soprattutto, a diventare pazienti.

Il luglio del 2013 in questo caso è stato un ottimo maestro. E’ infatti successo ciò che, in un quarto di secolo, avevamo solo sentito narrare: “Non bisogna poi dimenticare le avversità atmosferiche, fra cui la più terribile è la grandine: se talvolta si limita a bucherellare le foglie, altre volte le lacera fino alla completa distruzione, danneggiando anche i rami. Una rovinosa grandinata può compromettere tutta la fioritura e il raccolto non solo di quell’anno, ma anche la fioritura della primavera seguente e la conseguente fruttificazione. … Il giardiniere paziente, allora, ricomincia da capo, trae insegnamento dagli eventuali errori commessi e cerca di non ripeterli, accetta gli eventi sui quali non ha alcun controllo e guarda al futuro con fattivo ottimismo”.

Per dirla ancora con le parole di Bonino, dal punto di vista psicologico “la frustrazione è strettamente connessa alla pazienza: bisogna infatti saper aspettare che un obiettivo si realizzi, dopo aver fatto tutto ciò che era necessario per il successo della propria iniziativa. La pazienza è una virtù fuori moda. Oggi tutti, adulti e bambini, vogliono avere subito tutto, di qualunque cosa si tratti. E poiché questo non possibile, se non in casi molto rari, la depressione e l’infelicità dilagano. Nel caso di un giardino, bisogna imparare a rispettare i ritmi della vita vegetale, che sono lenti e richiedono sovente di pazientare non solo settimane e mesi, ma addirittura anni. … Questa pazienza non è però inerte attesa; è certamente un atto di fede nel futuro, che si sostanzia tuttavia di un lavoro costante e di cure assidue”.

E così è stato anche nel nostro caso. Dopo lo sbigottimento e la rabbia causati dalla grandinata nefasta, è arrivata la voglia della ricostruzione e dello sviluppo del pensiero su come agire e reagire : ”dopo un momento iniziale di irritazione o di sconforto, il fallimento è infatti di stimolo a trovare soluzioni migliori e più creative”.

Le indicazioni e i consigli che Bonino fornisce nel suo libro per mettere chiunque in grado di cimentarsi con la cure del verde sono veramente innumerevoli, comprese numerose schede relative a piante atte ad essere coltivate in climi e spazi difficili lungo tutto l’arco dell’anno.

Il concetto più profondo che trasmette per far sì che il rapporto con il giardino diventi intimo e reciproco (nello scambio del dare e del ricevere) è quello di empatia: “Prendersi cura di un essere vivente – vegetale, animale o umano che sia – significa anzitutto riconoscere e rispondere alle sue esigenze, anche se questo ci costa impegno e fatica. … Per empatia si intende la capacità di comprendere e condividere le emozioni di un altro essere vivente: essa può basarsi sia su segnali esterni sia sulla rappresentazione astratta delle esigenze altrui. La cura delle piante aiuta proprio a sviluppare questo secondo tipo, più evoluto, di condivisione emotiva, basato sulla rappresentazione mentale del vissuto altrui, in questo caso le necessità delle piante”.

Bando quindi alle chiacchiere tipiche dei novelli orticoltori, ognuno così certo delle proprie tecniche: così come non esistono individui ripetibili, altrettanto si può affermare per l’orto-giardino semplice.

Occorre camminare, sostare, guardare, ascoltare, toccare, per capire i reali bisogni del nostro giardino.

Nell’imprevedibilità dei fenomeni, per il momento la natura ancora resiste e ha molto da insegnare a chi la vuole amare, ponendoci “di fronte all’evidenza che la nostra azione sul mondo biologico, del quale siamo parte, non è onnipotente e infinita, ma anzi sottoposta a molti vincoli … avere cura delle piante significa scoprire come, all’interno di certi limiti, ci sia grande spazio al nostro agire, se basato su conoscenze appropriate e su buone pratiche”.

La tartaruga e Giove, di Trilussa

L’AMICIZIA

La tartaruga aveva chiesto a Giove:

vojo una casa piccola, in maniera che c’entri solo quarche amica  vera, che sia sincera e me ne dia le prove

Te lo prometto e basta la parola – rispose Giove – ma sarai costretta a vive in una casa così stretta che c’entrerai tu sola.

(Trilussa)

TartaRugosa ha letto e scritto di: Luisa Carrada (2012), Lavoro, dunque scrivo!, Zanichelli, 2013

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Luisa Carrada (2012)

Lavoro,  dunque scrivo!

Zanichelli

E’ fine luglio, tempo di vacanze.

Le usuali notizie metereologiche: a metà mese una violenta grandinata ha messo a repentaglio il mio carapace. Nascosta sotto il telo di copertura dei pomodori, percepivo il cupo tonfo dei chicchi gelati sopra e intorno me. Dalle 4 alle 4.30. Poi  il silenzio.

Quando mi sono decisa a sporgere il capo, i pomodori non c’erano più e ampie chiazze di ghiaccio riempivano i solchi di quello che fino al giorno prima sembrava essere il risveglio delle ritardatarie coltivazioni.

Ma io sono forte e la natura pure. Così in questi giorni, a 38 gradi e una siccità preoccupante, tutti ci stiamo dando da fare per costruire la nostra resilienza.

E anche se il pensiero va all’imminente agosto, la sensazione della parola “lavoro” va oltre l’immaginazione. Si sta lavorando davvero!

Poi c’è TartaRugoso in preda agli incubi del foglio bianco e quindi dedico a lui questa lettura, perché “quando il testo è più complesso e dedicato alla stampa, gli si chiede ancora di più un pensiero ispiratore, una struttura coerente e armonica, uno stile, una voce inconfondibile. Cose che scaturiscono da un lavoro minuzioso, quasi sempre anche lungo”.

Molti insegnamenti di questo libro arrivano dritti dritti anche a me, visto e considerato che Carrada approfondisce con esercizi di scrittura gli stili e le modalità più adatte alle nuove forme di comunicazione di  intranet, siti web e social media, sostenendo che “siamo diventati tutti un po’ scrittori ed editor … per tutti, mantenere e far crescere le relazioni dipende quindi anche dalla capacità di esprimersi attraverso testi chiari ed efficaci”.

Senza poi parlare degli innumerevoli esempi di quanto poco gradevoli siano modelli comunicativi improntati su linguaggi burocratesi che conferiscono al testo significati difficili da decodificare, soprattutto oggi che ci troviamo nella necessità di concentrare i nostri messaggi non più su pagine ma su schermi, cioè su finestre che mostrano solo una porzione di testo alla volta.

Per Carrada l’accesso alle tante informazioni che ormai costellano la nostra sete di conoscenza è positivo:”non spaventi l’abbondanza, anzi. E’ sempre meglio avere a disposizione più materiale di quanto poi effettivamente utilizzeremo. … Copiate e tagliate pure, ma annotate rigorosamente autore e fonte di ogni cosa, anche minima. … Il testo migliore non è frutto di un collage,ma di una scelta”.

E’ questa la fase del pre-writing, si raccoglie e contemporaneamente si progetta. Nella testa di chi scrive, lentamente quanto misteriosamente, carta, bit, informazioni, notizie, materiali raccolti iniziano ad intrecciarsi e a formare le prime mappe, scalette e  organizzazioni testuali.

Chi deve scrivere per pubblicare saggi ben conosce questo momento, la cui durata può anche essere molto lunga.

E ora, dopo il processo della raccolta, la “corsa alla redazione”, la parte che più affligge TartaRugoso.

A lui le parole di Carrada: “Siamo alla redazione, la fase più temuta e procrastinata. Una paura che si smorzerà assai se abbiamo ben  lavorato prima. Il segreto è infatti non arrivarci con il foglio bianco, ma con molti fogli già ben riempiti con molte parole che ci aspettano: le mappe, gli appunti, la scaletta. Tutto è pronto per la fase di redazione, che in genere scatta quando:

– i materiali raccolti sono talmente tanti che”chiedono” di prendere forma in una prima stesura

– siamo talmente coinvolti e convinti del nostro lavoro che desideriamo condividerlo al più presto

– la scadenza per la consegna si avvicina pericolosamente”.

Per abbassare l’ansia, quindi, è fondamentale non perdere tempo nel cercare le giuste parole dell’avvio, quanto invece correre, ovvero “accettare di scrivere la prima bozza anche “così così”, senza fermarsi a rifinire…. Non fermiamoci a controllare un dato, ad arrovellarci su una singola parola, a limare un periodo…. Quello che man mano ci viene in mente, scriviamolo in rosso per ricordarcene dopo. Ora, meglio inseguire la suggestione di una parola, di una nuova idea e fissarle subito prima che svaniscano. Per verificare coerenza e tenuta del testo, fare i controlli, sintonizzare lo stile, per fortuna c’è la revisione. Se ci si mette a correre, inoltre, la paura passa”.

E’ dunque nella fase di revisione che si deve rallentare per: controllare contenuti e loro organizzazione, eseguire il controllo grammaticale, migliorare lo stile, verificare le  fonti, definire la formattazione.

Nel suo tirare le fila, l’autrice ricorda a chiunque si senta intimorito dalla scrittura:

–          è meglio organizzarsi che aspettare l’ispirazione

–          se crediamo che l’ispirazione ci visiti all’improvviso è perché nasce dal materiale accumulato

–          non colpevolizzarsi se non si sta incollati al computer: si scrive anche quando non si scrive

Passata questa introduzione, si entra nel cuore degli argomenti classici delle scuole di scrittura, con un occhio particolare alla struttura del testo sulla pagina web.

TartaRugosa, notoriamente arcaica e ostile a queste innovazioni, ha finalmente imparato perché quando scriveva articoli sul blogzine, puntualmente riceveva dalla redazione il suggerimento di capovolgere il testo. Infatti: “Il modello retorico classico comincia con l’introduzione (esordio, narrazione, argomentazione, epilogo), quello giornalistico con la notizia e la conclusione. … In una pagina web la notizia deve stare necessariamente sopra lo scroll, poiché è sulla prima schermata che i lettori si soffermano per l’80% del tempo…. La piramide rovesciata deve perciò anticipare la conclusione, facendo seguire la notizia o le informazioni più importanti”.

Provvidenziali i suggerimenti forniti per la cura della sintassi: le riflessioni sull’utilizzo della forma attiva, del congiuntivo, del gerundio, del lessico specialistico accompagnate dal confronto tra un testo “macchinoso” e l’immediata traduzione dello stesso con una sintassi semplificata aiutano senz’altro a migliorare il proprio stile e facilitare la comprensione di ciò che si scrive.

Particolarmente affascinante per me il capitolo sul “Cercare la parola giusta senza essere Flaubert”.

Un esercizio che aiuta è soffermarsi su una parola, capire come è nata e si è trasformata, guardarne la forma, pronunciarla per ascoltarne il suono. Improvvisamente, è come se si aprisse un sipario e le parole raccontassero un’intera storia”.

Nel mondo del lavoro, questa attitudine evidentemente non è molto seguita e me ne sono resa conto nel leggere gli esempi che Carrada porta a supporto dei gerghi inutili, che contribuiscono a distrarre il lettore, a deviare l’informazione, a confondere l’attenzione.

Errori in cui molte volte io stessa sono caduta, nella falsa convinzione che la scelta di alcuni verbi, aggettivi, locuzioni fossero più autorevoli proprio per la pomposità di cui amano circondarsi le organizzazioni. La lista è sconfortante, a proposito dei verbi così distinti:

–          i paternalistici: consentire, mettere in grado, permettere

–          i velleitari: volere, intendere

–          gli antiquati: provvedere, procedere, trasmettere

–          i visionari: vedere, prevedere

–          i buoni-a-tutto: effettuare, sviluppare, realizzare, usare, utilizzare

–          i pomposi: rappresentare, costituire, figurare, risultare

Impietosi, ma d’un vero che più vero non si può: provvedere al pagamento, anziché pagare, per esempio, oppure procedere all’avvio del progetto, anziché avviare il progetto, e via elencando.

Sembra davvero che  la scrittura professionale avversi radicalmente preposizioni semplici, preferendo loro parole ed espressioni lunghe. I consigli in questo caso riguardano:

–          è sempre possibile spiegare con parole semplici quelle più difficili

–          i vocabolari sono i nostri amici, anche quello etimologico

–          per scegliere la parola giusta bisogna conoscerne tante

–          usiamo senza problemi le parole straniere solo quando non hanno una buona e dignitosa alternativa in italiano; in tutti gli altri casi pensiamoci su

Se poi ci soffermiamo sulla lunghezza del testo, è essenziale ricordare che i nuovi media esigono la capacità di saper potare e tagliare: “Togliere le parole che non servono è come passare un panno su un vetro appannato e veder emergere più nitido il paesaggio che sta dall’altra parte”. Naturalmente la gentilezza della sfrondatura non significa che  bisogna trasformare la parola intera in abbreviazione (p.v.; u.s.; gg.; prof.ssa; gent.le). Ci sono poi cose che non andrebbero mai tagliate, per esempio il nome di battesimo che, se indicato solo con l’iniziale, impedisce il riconoscimento del sesso.

Un altro accorgimento è di evitare verbi che comunichino nostre intenzioni, in quanto appesantiscono il messaggio, rendendolo appunto più appannato. Espressioni come: ricordiamo, precisiamo, aggiungiamo, rammentiamo, è  interessante notare che, scriviamo per ricordare che … sono spesso del tutto superflue. Per esempio la frase: La informiamo che i ns uffici saranno chiusi fino al 18 agosto diventa molto più efficace con: I nostri uffici saranno chiusi fino al 18 agosto.

La coppia vincente sulla pagina web, indica l’autrice, è rappresentata da titolo e sotto-titolo, in quanto possono racchiudere sia l’oggetto, sia il tema dell’articolo. L’oculata scelta della loro costruzione, inoltre, consente un buon posizionamento sui motori di ricerca, orientando e incuriosendo il lettore con sole poche battute di lettura veloce.

La necessità di accontentare un pubblico ormai incapace di sostare sui caratteri di stampa prevede l’apprendimento di tanti piccoli accorgimenti che Carrada offre in abbondanza ai suoi lettori (utilizzo di liste, spaziature, colonne, font, numerazioni, ridondanze, ripetizioni, formule di cortesia, e tante altre cose ancora): è sufficiente darsi la briga di leggere il suo libro e mettere in pratica gli esercizi proposti.

I risultati non mancheranno, parola di TartaRugosa che si è cimentata con successo in una delicata lettera di risposta ad un cliente deluso!

I Pittipotti e la tartarugosa, di Lorenzo Mattotti, Jerry Kramsky

I Pittipotti e la tartarugosa

Lorenzo Mattotti, Jerry Kramsky
Orecchio Acerbo, 2004. Condizione libro: New. Language: italian. Barbaverde e i Pittipotti sono ben decisi a tenere pulita la loro isola da tutte le schifezze che gettiamo in mare. Eh sì, spesso facciamo di tutto per rendere la vita più brutta e difficile. Ma anche la natura a volte non scherza! I vulcani per esempio. Certo sarebbe meglio non viverci sotto. Ma la tartaruga e i suoi amici – granchi, lucertole, leprotti – sotto il vulcano ci sono nati. E quando “vecchia stufa”, come lo chiamano loro, comincia a gettare tizzoni ardenti, si sentono perduti. Come un sol uomo, Capitan Barbaverde, i Pittipotti e Pinguino Pasticcione, organizzano una missione di soccorso

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Descrizione libro: Orecchio Acerbo, 2004. Condizione libro: New. Language: italian. Barbaverde e i Pittipotti sono ben decisi a tenere pulita la loro isola da tutte le schifezze che gettiamo in mare. Eh sì, spesso facciamo di tutto per rendere la vita più brutta e difficile. Ma anche la natura a volte non scherza! I vulcani per esempio. Certo sarebbe meglio non viverci sotto. Ma la tartaruga e i suoi amici – granchi, lucertole, leprotti – sotto il vulcano ci sono nati. E quando “vecchia stufa”, come lo chiamano loro, comincia a gettare tizzoni ardenti, si sentono perduti. Come un sol uomo, Capitan Barbaverde, i Pittipotti e Pinguino Pasticcione, organizzano una missione di soccorso

TartaRugosa ha letto e scritto di: Matteo Sturani, curatore (2013) Pietre, piume e insetti. L’arte di raccontare la natura Einaudi

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Matteo Sturani, curatore (2013)

Pietre, piume e insetti. L’arte di raccontare la natura

Einaudi

E’ arrivata nuovamente l’estate. Con incedere incerto, quest’anno.

Maggio freddissimo e bagnato non ha agevolato il passaggio di testimone al fratello successivo che, titubante, ha cercato di recuperare con un paio di giorni a 38 gradi, per precipitare subito dopo, a cavallo di folate di vento impetuoso, a temperature di minima fino a 12 gradi.

Ben l’hanno capito le povere piantine dell’orto, irrigidite e bloccate nella crescita, ma smaniose di rispondere al richiamo della loro natura, con il risultato di piccoli fiori adagiati su esili steli allungati a cercare la luce. Acqua in quantità, ma sono luminosità e calore che fanno difetto!

Pure io me ne sono accorta nelle mie passeggiate lungo i sentieri, sempre pronta ad interrarmi di nuovo, cercando riparo e calore fra le viscere del sottosuolo.

E nel breve tempo del solstizio di giugno, di conforto alle mie memorie è arrivato il libro di Matteo Sturani, con le sue memorabili pagine di letteratura dedicate all’arte di osservare e raccontare i fenomeni della natura.

Un’antologia di poco più di una ventina di autori che riescono a pennellare con le parole autentici quadri naturali di intensa vita vegetale e animale.

Che sia questione di occhio, Sturani lo rivela subito citando Leonardo: “or non vedi tu che l’occhio abbraccia la bellezza de tutt’il mondo? Lui è capo dell’astrologia, lui fa la cosmografia, lui tutte le humane arti consiglia e corregge. … Cos’è ciò che ti risveglia, o uomo, ad abbandonare le tue case cittadine, a lasciare parenti e amici e andare nei campi tra i monti e valli, se non la bellezza naturale del mondo, di cui, se ben ci rifletti, ti delizi col senso del vedere?”.

Che sia questione d’epoca, lo si scopre nei tratti biografici degli autori, laddove “in un mondo privo di computer, televisori e altre forme di distrazione da camera, in strade dove passava una macchina ogni mezz’ora, il baricentro della vita ludica si spostava per forza di cose al di fuori delle mura di casa … Il giardino, l’orto, il bosco divenivano allora il campo di gioco privilegiato, teatro di inesauribili esplorazioni .. interi mondi che promettevano avventure senza fine”.

E in me, TartaRugosa, l’eco di quelle esperienze recupera i ricordi d’infanzia, nostalgico periodo di reminescenze di come lo sguardo si apriva stupito di fronte alle meraviglie degli abitanti non umani di questo pianeta.

Per dirla con Primo Levi: “Verso metà giugno mia madre metteva mano ai bagagli. … Contenevano tutto: biancheria, pentole giocattoli, libri, scorte, abiti leggeri e pesanti, scarpe, medicine, attrezzi, come se si partisse per l’Atlantide. … I tre mesi scorrevano lenti, sereni e noiosi, punteggiati dall’abominio sadico dei Compiti per le Vacanze. Comportavano sempre un nuovo contatto con la natura: modeste erbe e fiori di cui era gradevole imparare il nome, uccelli dalle varie voci, insetti, ragni. … Nel giardino-cortile si affaccendavano ordinate tribù di formiche, di cui ero affascinante studiare le astuzie e le ottusità”.

Quelle stesse formiche che attiravano pure la mia curiosità (probabilmente supportata dalla fiaba di La Fontaine): minuti e minuti di osservazione delle lunghe file dei minuscoli insetti che molto si davano da fare intorno ad una briciola di pane o un avanzo di frutta o, più macabramente, un residuo di cadavere animale. Osservazioni non esenti da rudimentali e sadiche sperimentazioni di vivisezione, che però a quei tempi venivano annoverate come veri e propri apprendistati chirurgici (amputazioni di una parte del corpo con lo stecchino del ghiacciolo) dettati da una precoce quanto infondata passione per la medicina. Nonostante l’identico, miserevole esito, quegli episodi però non coincidevano con forme di violenza gratuita che altri coetanei esercitavano sui laboriosi insetti (dare loro fuoco, per esempio).

Piero Calamandrei nel capitolo “Inventario della casa di campagna” considera “Innata genialità dei ragazzi nell’inventar modi sempre nuovi per tormentare le creature vive! Si direbbe che i loro giuochi non abbian gusto se non si lasciano dietro, in quel mondo di popoli minimi dei quali essi sono i dittatori, una scia di mutilazioni e di stragi: e gli accorgimenti per infliggerle sono così estrosi, che figurerebbero bene in una speciale sezione del museo degli strumenti di tortura che si ammira in Norimberga”.

Ma “se da un lato la natura pagava un prezzo sotto i colpi di un banditismo brufoloso armato di fionde, alcool e cerini, dall’altro il contatto diretto con tale natura era in grado di promuovere una conoscenza della stessa e dei suoi meccanismi che nessuna aula o laboratorio scolastico avrebbe in seguito fornito”.

La natura quindi anche come gioco di formazione, le cui scoperte non erano esenti da sacrifici.

Italo Calvino rispolvera i miei giorni d’infanzia in campagna, quando in “Un pomeriggio, Adamo” scrive: “Libereso schiuse le sue mani e la lasciò guardare dentro. Aveva le mani piene di cetonie: cetonie di tutti i colori. Le più belle erano le verdi, poi ce n’erano di rossicce e di nere, e una anche turchina. E ronzavano, scivolavano una sulla corazza dell’altra e ruotavano le zampine in aria”. La stessa esperienza da me condotta con i maggiolini, catturati in un bicchiere e poi versati sul dorso della mano, per guardarli correre e dischiudere la corazza da cui improvvisamente spuntavano le punte delle ali. Che sorpresa ogni volta vederli spiccare il volo come piccoli elicotteri!

Molte sono le pagine del testo che invitano all’atteggiamento contemplativo, ma altrettante le storie avventurose di chi la natura la vive come esperienza diretta: “Il naturalista all’opera”; “Emozioni caccia e pesca”; “Le disavventure del naturalista” raccolgono testimonianze e descrizioni di grande efficacia identificativa, soprattutto in coloro che, come me, amano essere spettatori piuttosto che attori.

Dalla Dalmazia all’Amazzonia, dalla Provenza alla taigà, dal collezionismo di farfalle di Nabokov, dell’erbario di Calamandrei e dei coleotteri di Gadda, ai suoni di Thoureau e alle tavole a tempera di Mario Sturani, nonno del curatore Matteo, i viaggi si susseguono negli habitat talora sconosciuti del pianeta, portandoli più vicini e meno ostili, quando mediati dall’osservazione e dall’amore del luogo.

Fuori del tempo eppure dentro l’immutabilità delle cose, perché, come stimolano le parole di Calamandrei, esistono luoghi in cui “il periodico rispuntare degli stessi teneri germogli in cima agli stessi rami, non è un susseguirsi di generazioni … ma è un periodico riaffermarsi di una presenza eterna, sottratta alle discendenze e ai declini”.

TARTARUGOSA HA LETTO E SCRITTO DI: REMO CESERANI, DANILO MAINARDI (2013) L’UOMO, I LIBRI E ALTRI ANIMALI IL MULINO, BOLOGNA

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Remo Ceserani, Danilo Mainardi (2013)

L’uomo, i libri e altri animali

Il Mulino, Bologna

cover

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Tutto è partito da una lettura casuale a me riferita: “I rettili erano comparsi da poco quando in alcuni s’andò sviluppando la novità evolutiva di una corazza insieme cornea e ossea. Un notevole avanzamento di carattere difensivo, avvenuto ben più di duecento milioni di anni fa. Una volta rinchiusesi lì dentro, però, queste primitive tartarughe divennero conservatrici e, praticamente, smisero di evolversi. Loro (a differenza di altri animali) tartarughe erano e tartarughe sono rimaste”.

Sob, sono da un’eternità vittima di una stasi evolutiva: “La loro stirpe, in definitiva, s’è specializzata troppo e ciò adesso le impedirebbe di sviluppare quelle soluzioni adattative che forse le sarebbero utili per continuare a sopravvivere”.

Liquidata così dal mio mitico, amato Danilo Mainardi?

Stasi per stasi, (che sia stato quello sforzo primordiale a costringermi a dormire per metà della vita?), la lettura è piacevolmente proseguita con il dibattito-epistolario fra due ex compagni di scuola – Remo Ceserani e Danilo Mainardi – che hanno intrapreso strade diseguali, ma conservato la  stessa abitudine di essere curiosi verso il sapere e la conoscenza. Anche in questo volume, dove si interseca lo sguardo di due apparenti differenze: “Io perennemente con l’etologia in testa, lui con in testa la letteratura. Passioni contrapposte? Si vedrà.”

Il gioco è proprio questo: cimentarsi in un viaggio tra letteratura ed etologia per trovare analogie e contrasti (ma pure possibili convergenze) tra i rispettivi campi di ricerca ed interessi, affidandosi a parole appartenenti ad entrambi i mondi letterario ed etologico.

Ecco emergere quindi temi come la comunicazione, i personaggi romanzeschi e l’antromorfizzazione di alcuni animali, la cultura e  l’evoluzione biologica, il linguaggio, l’aggressività, i sogni, il sesso, la paura.

Da un lato le posizioni di Mainardi che si fondano sulla globalità delle forme di vita, senza soffermarsi unicamente su quella umana, dal cui aspetto culturale è invece attratto il letterato Ceserani. E mentre Ceserani mette a fuoco solo la storia culturale della nostra specie, Mainardi adotta l’ottica del paleontologo, ovvero: “Mi viene da ragionare in termini di milioni, talora addirittura di miliardi di anni. Per me Homo sapiens è una specie giovanissima, sempre sotto il collaudo della selezione naturale, e ti assicuro che è una specie a rischio. Mi viene dunque da sorridere quando la Chiesa cattolica si vanta di durare ormai da duemila anni. E che saranno mai duemila anni, anche per la nostra giovanissima specie, nell’ottica del paleontologo?

La discussione sulla cultura diventa particolarmente feconda grazie all’analisi condotta da Bauman, sociologo citato da Ceserani, per evidenziare il passaggio dalla modernità alla postmodernità. Bauman così sintetizza le sue riflessioni sulla concezione di modernità solida e liquida: “da una parte le nazioni e le istituzioni sociali, familiari e individuali forti, l’egemonia del centro sulla periferia, gli equilibri di potere, i conflitti e le guerre, la ricerca di identità, i problemi della sicurezza, le pratiche di esclusione e sospetto verso gli altri,le forme di assimilazione forzata; dall’altra il sistema decentralizzato, la multidimensionalità e fluidità dei rapporti, l’ibridazione, gli spostamenti massicci di popolazioni, l’aspirazione alla libertà, l’uso della rete nei sistemi della comunicazione”.

Tale citazione serve a Ceserani per dimostrare come, nella specie umana, il sistema culturale si fondi su aspetti politici, etici e morali di possibile evoluzione in tempi brevi: “Se le analisi di Bauman sono vere, tu e io, nati nella prima metà del Novecento, avremmo vissuto in due sistemi sociali e culturali nettamente diversi: un’infanzia, adolescenza e giovinezza solide e una maturità liquida”.

Mainardi conferma: “occorre rilevare che l’evoluzione culturale è straordinariamente più rapida di quella biologica. Il cambiamento evolutivo culturale può infatti determinarsi all’interno di una popolazione in brevissimo tempo, senza attendere ricambi generazionali.” Pur tuttavia non può non considerare l’aspetto della selezione naturale “un comportamento, indipendentemente dal fatto che sia trasmesso per via genetica o apprendimento sociale, se mal adattativo viene comunque penalizzato dalla selezione naturale”, quindi un tipo di evoluzione che si sviluppa in un movimento lungo e interrotto, tendenzialmente lento, contrario alla visione di Ceserani che percepisce l’evoluzione culturale “come un movimento più agitato e drammatico, fatto di salti e di conflitti.”

Ed è qui che l’occhio del paleontologo riesce a coniugare ciò che le teorie dividono:”la vita non è che un unico, seppur lungo, episodio. Gli studiosi della biologia sono innanzitutto degli storici, studiosi di una storia naturale che non potrebbe mai ripetersi uguale a come è stata, con le stesse specie, i suoi rigogli, le sue crisi, i suoi equilibri e squilibri, estinzioni e nuove comparse, mescolamenti”. E aggiunge Mainardi “Dovendo però anche confrontarmi con la vita di tutti i giorni … è come se possedessi due distinte consapevolezze. Una lente che mi consentisse di guardare questo modesto spazio temporale amplificato, dove io sono ben più partecipe, e un’altra che se risale all’età dei dinosauri, diventa come un film accelerato. La progressiva scomparsa di quei rettiloni, della conseguente comparsa dei loro nipoti uccelli, della trasformazione di qualche dinosauro in coccodrillo o caimano o alligatore, della subdola apparizione dei primi piccoli mammiferi”. La vita è tutta vita, ma è come se l’uomo la volesse interpretare come leggenda, teso com’è ad anteporre innanzi tutto se stesso.

Certo l’uomo appare come l’animale culturale per eccellenza, ma è pur vero che anche altre specie animali sono in grado di produrre e trasferire fra loro soluzioni di problemi, linguaggi e innovazioni. ”All’interno dei sistemi comunicativi delle specie animali, quanto ai contenuti, si va da informazioni fondamentali per la sopravvivenza, come la specie e il sesso d’appartenenza, a segnali che possono essere ritenuti analoghi a vere e proprie parole create ad hoc per indicare qualcosa che proprio in quel momento sta avvenendo”.

Le storie di animali che corroborano la discussione sono numerose e gustosissime (sia viste con l’occhio dello scienziato che attraverso le opere di famosi scrittori) e sollevano curiosità e risposte che ben evidenziano quanti misteri ancora debbano essere svelati sulle convergenze tra la specie umana e le altre abitatrici del nostro pianeta.

Nello scenario della trattazione di temi sulla consapevolezza, la morte, l’aggressività, la violenza, la paura, Mainardi rilancia e pone in primo piano una sgradita specificità tipica dell’essere umano: “noi esseri umani siamo una specie molto diversa da tutte le altre soprattutto perché abbiamo sviluppato una straordinaria e unica capacità di evoluzione culturale.. Ciò ci è costato, in termini evolutivi, la perdita quasi totale delle istruzioni genetiche per stare al mondo (i cosiddetti istinti tanto per intenderci), ed è proprio per questo che abbiamo una sete di conoscenza sempre impellente, indispensabile per la nostra stessa sopravvivenza di animali culturali. Ecco allora che noi animali onnivori (dunque parzialmente carnivori), certe altre specie dobbiamo ‘consumarle’, in quanto culturali, non solo mangiandole, ma anche in altri modi, e cioè per il nostro insaziabile bisogno di conoscenza. E’ all’interno di questo bisogno che, tra le curiosità in qualche caso giustificabili, si localizza la sperimentazione sugli animali”.

Riconosce, Mainardi, un fenomeno etologico che riguarda solo la nostra specie: la pseudospeciazione, e di essa ne parla per affrontare il tema della violenza e dell’aggressività, spiegando che “sono rari i casi naturali in cui le interazioni aggressive intraspecifiche sfociano nella morte. Le due possibili soluzioni naturali degli scontri aggressivi fra animali non portano mai all’uccisione dello sconfitto, ma, in alternativa, o all’interazione sociale o a una spaziatura fra gli individui”.

Il termine pseudospeciazione viene citato da uno studio di Konrad Lorenz: “Ogni gruppo culturale sufficientemente circoscritto tende a considerarsi una specie a sé e a non ritenere come veri e propri uomini i membri di altre unità analoghe … poiché i nemici non sono considerati veri uomini, si può infierire su di loro tranquillamente”.

Secondo questa definizione, Mainardi afferma che è la cultura (o certi tipi di cultura) a rendere l’uomo crudele. Per natura, infatti, l’essere umano dovrebbe essere altruista ed empatico; razzismo, fanatismo, olocausto, santa inquisizione, torture vengono riservati, secondo la pseudospeciazione, ad esseri in vario modo classificati, ma sempre in senso fortemente negativo, come ‘diversi’. “La pseudospeciazione, i riti di guerra, la disciplina assoluta e acritica richiesta ai soldati, la propaganda che racconta l’avversario come perennemente aggressivo, l’obliterazione dei segnali etologici di paura e resa, utili in natura per smorzare gli attacchi, fanno slittare la sana e adattativa aggressività animale in qualcosa di ben più atroce. E tutto ciò non per natura ma per cultura. Certo è che in nessun’altra specie, tranne che nell’umana, gli individui risultano così disinvoltamente, e consapevolmente, sacrificabili”.

Anche di se stessi, verrebbe da aggiungere, leggendo queste parole sull’evoluzione della vita sulla Terra: “Nella storia della vita sulla Terra si sono già verificati, e superati, cinque periodi di grave crisi. Non per nulla quella che stiamo vivendo viene dai paleontologi definita la ‘sesta estinzione’. Le precedenti crisi non furono comunque mai definitive. Altrimenti non saremmo qui. E, occorre rilevare, al loro termine seguì sempre un periodo di rigoglio evolutivo. Rimane però istruttivo il fatto che, a decretarne la fine fu, come del resto è logico, la scomparsa della causa stessa che le aveva prodotte. Ebbene, è fondamentale allora ricordarci che la sesta estinzione, quella che stiamo vivendo, l’abbiamo fabbricata soltanto noi. Sarebbe dunque essenziale che comprendessimo, ma sul serio, che è solo salvando le altre specie, soprattutto salvando gli equilibri naturali, che potremmo salvare noi stessi. Altrimenti sarebbe come se stessimo allegramente organizzando, col nostro comportamento intelligente, il nostro suicidio.

Beninteso a tutto vantaggio del mondo postumano!

TartaRugosa ha letto e scritto di: Georges Perec (1989), Pensare/Classificare, Rizzoli, Milano, Traduzione di Sergio Pautasso

 TartaRugosa ha letto e scritto di: 

Georges Perec (1989)

Pensare/Classificare

Rizzoli, Milano

Traduzione di Sergio Pautasso 

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Così come l’introduzione del concetto di “ limite” libera la creatività nella psiche umana, altrettanto si può affermare che, nella scrittura, la costrizione induce alla produzione di fantasia.

E’ questo il primo pensiero che mi è sopraggiunto quando, uscita dal letargo, mi sono finalmente decisa di approfondire la conoscenza dell’Ou-Li-Po Ouvroir de littérature potentielle (“Opificio di letteratura potenziale”), gruppo francese fondato da Queneau e a cui aderirono, fra altri, Georges Perec e Italo Calvino.

Perec mi “intriga” molto ed è ritornato fra le mie mani grazie all’ossessione classificatoria di TartaRugoso , così lontana dalle mie modalità che seguono altre linee di pensiero e, nonostante ciò, degne di esistere, come fra poco vedremo direttamente dalle parole di Perec.

Tornando all’Ou-Li-Po, ciò che rende affascinante l’approccio di questo opificio è lo sforzo di proporre a chi scrive nuove strutture di natura matematica o l’invenzione di procedimenti che, in virtù di regole date (appunto le costrizioni) consente il raggiungimento di soluzioni originali e bizzarre.

Calvino, parlando di Perec, affermava che ”la costrizione allarga le potenzialità visionarie e risveglia i demoni poetici più inaspettati e segreti” e la metafora dell’oulipiano simile al corridore nella corsa ad ostacoli è molto efficace: “per arrivare a scegliere quello che vuole, comincia mettendo un certo numero di ostacoli sul cammino che lo conduce a ciò che cerca, e questi ostacoli si chiamano costrizioni, regole».

Nel capitolo Brevi note sull’arte e il modo di sistemare i propri libri, è geniale il modo utilizzato da Perec per ragionare sull’ampliamento dello spazio di una biblioteca. Parte da una formula matematica che fissa il totale di opere da non superare nel numero 361: K+X >361>K-Z (se K è uguale a 361 e inteso come numero giusto per una biblioteca, se entra un’opera nuova X occorre eliminarne un’altra Z, in modo che K rimanga costante).

Ma la razionalità apparentemente semplice della formula si scontra con gli ostacoli della realtà libraria: per esempio che “un volume contasse per un (1) libro, anche se riuniva (3) romanzi (o raccolte di poesie o di saggi, ecc.) … non alterava affatto il progetto iniziale, semplicemente invece di parlare di 361 opere, si decise che la biblioteca essenziale avrebbe dovuto comporsi idealmente di 361 autori”.  Tutto ciò avrebbe potuto funzionare, ma … per le opere che vengono scritte o riscritte da più autori? “certe opere, poniamo  i romanzi del ciclo cavalleresco, non avevano autore o ne avevano più d’uno e ceri autori, i dadaisti, per esempio, non potevano essere separati gli uni dagli altri senza perdere automaticamente dall’80 al 90% del loro interesse precipuo: si giunse così all’idea di una biblioteca limitata a 361 temi”.

Di fatto “uno dei principali problemi per l’uomo che conserva i libri che ha letto o che si ripromette di leggere, è dunque quello dell’accrescimento della propria biblioteca”.

Ed è sulla base di questa osservazione che Perec dà inizio  ai diversi modi di scegliere ed organizzare gli spazi per ordinare i libri di cui si è in possesso, con lo stile dei tentativi di esaurimento di un luogo: “nell’ingresso, nel soggiorno, nella o nelle camere, nel cesso … sulle mensole dei caminetti o dei radiatori (pur considerando che, alla lunga, il calore può risultare nocivo), tra due finestre, nella strombatura di una porta chiusa, sugli scalini di uno sgabello di biblioteca, rendendolo così inutilizzabile (molto chic, vedi Renan), sotto una finestra, in un mobile disposto obliquamente e che ne pari il vano fra i due (molto chic, fa ancora più effetto con qualche pianta verde)”. Quanto al modo di sistemare i libri, elenca: “ordine alfabetico, ordine per continente o paesi, ordine per colore, ordine in base alla data di acquisto, ordine secondo la data di pubblicazione, ordine per formati, ordine per generi, ordine seguendo i grandi periodi letterari, ordine per lingua, ordine per priorità di lettura, ordine per rilegature, ordine per collane”.

Specifica inoltre che “conviene distinguere le classificazioni stabili da quelle provvisorie .. queste ultime destinate a durare appena qualche giorno in attesa che il libro trovi, o ritrovi, il suo posto definitivo”, e questa precisazione porta alla mia memoria i grandi trasferimenti che ogni tanto in casa sconvolgono la mia ricerca di testi che credevo in un posto e invece sono stati spostati in un altro, problema evidentemente non solo mio, visto che Perec conclude: “aspettando l’ordine, li trasporto da una stanza all’altra, da uno scaffale all’altro, da un mucchio all’altro, e mi capita di passare tre ore a cercare un libro senza trovarlo, ma con la soddisfazione, a voltre, di scoprirne altri sei o sette che mi vanno bene lo stesso”.

L’intero testo rispecchia lo stile di Perec: guardare il quotidiano attraverso la memoria autobiografica e il gusto ludico sollecitato dall’Ou-Li-Po nella creazione di contrasti e virtuosismi di prodezze.

Come nel capitolo Considerazioni sugli occhiali, vero esercizio per cimentarsi con l’arte dello scrivere, partendo proprio da questo spunto: A proposito di quanto sia difficile parlare di occhiali in generale e nel mio caso in particolare. L’autore dedica ben quindici pagine a descrivere l’oggetto in sé nelle sue particolarità e nei diversi periodi storici e al rapporto con il soggetto che li indossa.

Specificità d’uso: certuni portano gli occhiali per tutto il giorno, altri in qualche occasione ben precisa, per esempio per guidare o per leggere … Posto degli occhiali: alcune persone tengono gli occhiali anche quando non li usano; li spostano sulla fronte o decisamente tra i capelli: altre, che devono avere una costante paura di perderli, li lasciano penzolare attorno al collo servendosi di una catenella; altre ancora li sistemano in una particolare custodia .. altre invece li posano sempre e rigorosamente allo stesso posto, in un cassetto del comò, sulla mensola del lavabo o di fianco al posto per vedere la televisione. Pulire gli occhiali: so che esiste una carta speciale che certi ottici danno in omaggio … molte persone invece …usano comunemente tutto ciò che capita loro a portata di mano: fazzoletto, Kleenex, tovagliolo, angolo di tovaglia, ecc. Gesti con gli occhiali: poiché si ritiene che gli occhiali conferiscano un’aria severa a chi li porta, alcune persone se li tolgono in segno di benevolenza … grattarsi la fronte con gli occhiali o mordicchiare le stanghette sono segni di profonda riflessione”.

Emblematico il capitolo che dà il titolo al testo Pensare/classificare: “E’ talmente forte la tentazione di distribuire il mondo intero secondo un unico codice! Una legge universale reggerebbe l’insieme dei fenomeni: due emisferi, cinque continenti, maschile e femminile, animale e vegetale, singolare, plurale, destra sinistra, quattro stagioni, cinque sensi, cinque vocali, sette giorni, dodici mesi, ventisei lettere. .. Con le mie classificazioni ho sempre un problema: non durano … il gran numero delle cose da mettere a posto, la sensazione che sia quasi impossibile distribuirle secondo criteri veramente soddisfacenti, fanno sì che non ci riesca mai e che mi fermi a sistemazioni provvisorie e vaghe.. Il risultato finale è dato da categorie che, quanto meno, sono strane; per esempio una cartellina piena di scartoffie varie sulla quale si trova scritto “Da classificare” o un cassetto con l’etichetta “urgente 1” che non contiene nulla (nel cassetto” urgente 2” c’è qualche vecchia fotografia, in quello “urgente 3” alcuni quaderni nuovi”). Insomma, me la cavo”.

Anche in queste parole c’è un vago rispecchiamento di ciò che accade nella nostra casa e nei nostri contenitori, visto che entrambi, nelle reciproche diversità, godiamo del furor classificatorio.

Godibilissima la lettura di queste pagine in cui troviamo inserite considerazioni anche intorno ai temi delle case abitate, di schede di cucina, di stanze di analisi, di scrivanie, di città ideali, di moda … una vera immersione nell’arte dello scrivere senza frontiere.

Le tartarughe di IVAN THEIMER

Ivan Theimer di origine slava centro-europea, parigino di adozione, con una base a Monteggiori, vicino alle fonderie di Pietrasanta, formatosi nei numerosissimi viaggi in Europa e in Oriente, tra India, Tibet e paesi mediterranei, si esprime sempre con la stessa geniale naturalezza di reminiscenza dell’arte antica sia nella scultura che nella pittura e nell’incisione.

Un’arte contemporanea figurativa che, anche se lontana dai messaggi talvolta oscuri del concettualismo, libera la sua espressività nell’elaborazione di temi ricorrenti, ma sempre variati, che sono comunque essi stessi simbolici e concettuali, rielaborati come appaiono da mondi lontani nel tempo e nello spazio.

E così ad esempio la dominanza della tartaruga, spesso base di appoggio di obelischi, soggetto molto presente dall’arte classica a quella rinascimentale, ma che Theimer assimila dai templi buddisti e – come lui stesso racconta – dall’incontro folgorante con il Nano Morgante del giardino di Boboli.

La tartaruga come segno del trascorrere del tempo, di longevità, ma anche di forza nella sua corazza indistruttibile, contrapposta alla mollezza del corpo: corpo piatto come la terra, sormontata dalla cupola del cielo rappresentata dalla corazza. E l’uso frequentissimo di obelischi e alte stele, decorati con metope, dove talvolta si esprime in una tecnica particolare, anch’essa ripresa dal mondo classico, quella del bronzo dipinto.

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TartaRugosa ha letto e scritto di: Jorn De Précy (2012) E il giardino creò l’uomo Traduzione di Laura De Tomasi Ponte alle Grazie, Adriano Salani Editore

TartaRugosa ha letto e scritto di:

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Jorn De Précy (2012)

E il giardino creò l’uomo

Traduzione di Laura De Tomasi

Ponte alle Grazie, Adriano Salani Editore

 

 

E’ quasi l’ora del risveglio e il movimento del giardino inizia ad essere percepibile.

Quale migliore lettura di un testo che grazie alla perizia dello storico di giardini Marco Martella è stato riportato alla luce e reso in Italia accessibile attraverso la sua traduzione?

Parlo di “E il giardino creò l’uomo” il cui titolo non rende onore al ben più affascinante “The lost garden” dell’edizione originale.

E’ stata una vera sorpresa scoprire pagina dopo pagina la strabiliante attualità  di questo breve trattato scritto nel primo decennio del Novecento. Come sempre, se la Storia non cadesse nell’oblio collettivo, molte sorprese del presente non ci apparirebbero più tali.

L’autore infatti intreccia concetti evidentemente arcaici con sentimenti misantropici tuttora in auge e alla cui difesa si ergono molti movimenti d’azione e di pensiero.

Così viene definito Jorn De Précy dal curatore del libro Marco Martella:

“Un uomo distaccato, timido e orgoglioso allo stesso tempo. … Giardiniere-filosofo amava prendersi gioco dei pensatori di professione, diffidava delle teorie e dei sistemi filosofici e si limitava a manifestare le proprie idee senza cercare di approfondirle né di argomentarle … più che pensare da filosofo, viveva da filosofo. … Alcune delle idee contenute nel Lost Garden fanno ormai parte della nostra visione del mondo; in piena era positivista, però, suonavano assai all’avanguardia: la solitudine dell’uomo-massa, la proliferazione di quegli spazi che Marc Augé chiama non-luoghi della surmodernità, il nomadismo dell’individuo moderno”.

Greystone è il nome del giardino perduto.

La preoccupazione di De Précy che dopo la sua morte il destino della sua “creatura” fosse incerta si dimostrò fondata. Infatti, dopo la sua scomparsa e quella del giardiniere Samuel cui aveva lasciato in eredità Greystone, il giardino si trasformò in una giungla e nel 1956 la proprietà fu trasformata in un hotel di lusso. “Oggi dell’antico giardino non resta nulla, tranne qualche vecchio cedro e il tracciato dei sentieri principali, ormai asfaltati e bordati di begonie, fiori che De Précy detestava sopra ogni cosa”.

Ma che cos’era il giardino per De Précy? Così spiega Jorn: “Questo libro non è l’ennesimo trattato che ha per oggetto regole compositive, ma piuttosto una meditazione su quell’arte dei giardini che è molto più di un’arte…. Il giardinaggio, caro lettore, non è che un dialogo ininterrotto con la terra”.

E da qui si parte a ritroso fino ad incontrare la potenza del Genius Loci e alla necessità dell’uomo di venire a patti con lo spirito del luogo: “…capitava  di incontrare dei simulacri, mezzo nascosti dalla vegetazione e l’edera dove spuntavano cespugli di alloro. Al centro delle radure si ergevano altari dedicati a dèi spesso di origine etrusca, talvolta anonimi. Là, immersi nella natura e nel mistero del sacro, gli uomini si sovvenivano della propria origine. Il patto con la terra si rinnovava”.

Rimpiange De Précy l’idea pagana e la visione animistica del mondo. Non si preoccupa di esternare il suo dissenso verso la società civilizzata e il primato della ragione:”Niente più dèi per noi, dunque. Tutt’al più abbiamo il diritto di credere nel Dio delle religioni monoteiste, il quale, ritiratosi nel suo cielo astratto, separato dal mondo degli uomini, ha sgombrato il campo dalle divinità puerili, e dall’identità spesso confusa, dei politeisti. … La terra continua ad esprimersi … Ma poiché non è più guidato dagli dèi, e ha voltato la schiena alla natura, l’uomo non ascolta più” e al tempo stesso si consola ricordando che tuttavia la divinità dei luoghi è ancora altamente considerata in Giappone, in certe popolazioni africane, nell’Indiano d’America o nell’Aborigeno australiano, reputati da tutti civiltà primitive e quindi inferiori.

Nostalgico? Certamente sì.

Pessimista? Proviamo a leggere queste parole senza farle risalire ai primi del Novecento: “Da più di un secolo, a seguito dell’industrializzazione e del processo di urbanizzazione, la città si è gradualmente affrancata dal suo territorio fino a diventare un mondo a sé…Non è costituita che di spazi freddi, inospitali, tutti simili fra loro … Questi luoghi anonimi, insulsi, fatti per le masse e non per l’individuo, sono unicamente dei sostituti di ciò che un tempo erano i luoghi della vita umana. Sono l’espressione di un’idea astratta, e quindi disumanizzante, dell’uomo” e vi troveremo la forza antesignana delle parole dell’antropologo Marc Augé.

Ancora: “Non sono mai riuscito a superare la mia allergia per la tecnologia moderna .. Per qualche ragione questi apparecchi sono sempre brutti, producono suoni sgraziati e, soprattutto, impoveriscono il mondo”. L’apparente facoltà della tecnologia di liberare l’uomo dalla fatica del lavoro, in realtà è solo l’anticipazione della sua alienazione.

E’ sempre più complesso per l’autore riuscire a trovare i luoghi fantasma, quei luoghi cioè dove “lo spazio è come carico di una strana densità, di una profondità insondabile, come se qualcosa della vita degli uomini e delle donne che lì hanno pregato, amato, sofferto e sognato” o perché distrutti  o perché resi monumenti per attirare la fame di distratti visitatori. Si interroga De Précy: “che cosa accadrà quando tutti disporranno dei mezzi per concedersi questo surrogato del viaggiare che è il turismo?”. Un secolo dopo solo noi riusciamo a dare una risposta.

Ma cosa fa di De Précy un giardiniere filosofo? Il fatto che ritenga il giardino come ultimo rifugio degli dèi e degli uomini. Nel giardino “non ci si spinge in avanti, come il tempo meccanico che ormai governa le nostre esistenze … Non vi sono scopi da ottenere, né obiettivi da raggiungere, perché la vita ha un solo fine: se stessa… Ritrovare questa vita, la vera vita, e questo tempo della natura che è anche il nostro vero tempo … ecco che cosa ci spinge ad aprire il cancello di un giardino e a entrarvi”.

Il vero giardiniere “sa benissimo che non otterrà alcun risultato se si affiderà esclusivamente alla proprie capacità e alla propria tecnica .. gli dèi talvolta sono ostili” … Il giardiniere ha uno sguardo da filosofo quando scruta il cielo e il passaggio delle nuvole. Con la passione del poeta interroga il mondo che lo ospita e che è infinitamente più grande di lui”.

Lavorare la terra richiede che ci si metta in ginocchio e si rispetti la sua sacralità. Il giardiniere-filosofo sa che la sua opera è effimera perché la natura è indomabile e la tavolozza dei colori è destinata a sbiadire per cedere il posto ad altre combinazioni e altre gradazioni dettate dal giro delle stagioni. Ma di questo non si dispera perché curando la terra, si prende cura della vita e la interroga, accordando i propri desideri con quelli del luogo.

C’è un unico modo per entrare in comunione con la natura e questo farà scuotere la testa a molti che inseguono la voglia del controllo e della composizione artificiale finalizzati ai “bei quadretti”. Occorre infatti saper ascoltare il giardino e restituirgli la sua selvatichezza.

In termini pratici “bandire dal giardino i fiori annuali esotici, le loro forme artificiali e i loro colori chiassosi … le serre e soprattutto le orribili aiuole fiorite a favore delle piante semplici, umili e colme di magia delle foreste e delle campagne.. Nel suo libero svilupparsi, la natura, appena guidata dalla mano del giardiniere, deve poter dialogare con la dimora; lo spazio vegetale deve mescolarsi a quello dell’uomo, fino a confondersi con esso”.

E’ questo il principio che guida la mano del nostro giardiniere-filosofo e lo ritroviamo nella descrizione del suo amato Greystone: “il visitatore che ama i giardini convenzionali rimarrà un poco sconcertato, In questa mescolanza di costruito e vegetale vedrà solo l’eterna lotta che oppone l’uomo alla natura, con un netto e inquietante vantaggio a favore della seconda. Ma che noia, questa vecchia lotta, che in realtà esiste solo nella mente degli esseri umani! No, nell’architettura vegetale della mia casa vi invito a leggere piuttosto un accordo, un’alleanza, la forma visibile di un ritrovato amore fraterno”.

Le dieci pagine dedicate al giardino di Greystone ci conducono in uno scenario poetico di foglie, fiori, alberi, arbusti, pietre, viti, verdure e molto altro ancora, fino a far immaginare persino la casa dello scrittore una prosecuzione del giardino.

La passione di De Précy ulteriormente traspare nella preoccupazione dell’approssimarsi della fine della propria vita e del destino del suo giardino, e non solo. Del destino di tutti i giardini, poiché “interrogarsi sul giardino significa interrogarsi sull’umanità”.

E ora che Greystone non esiste più, rimangono i suggerimenti di chi l’ha molto amato:
Fate giardini! Tracciate il vostro disegna sulla faccia della Terra, che si presta sempre volentieri ai sogni dell’uomo, piantate un giardino e prendetevene cura. … Lavorate con i poeti, i maghi, i danzatori e tutti gli altri artigiani dell’invisibile per rimettere al suo posto il mistero del mondo. .. Non avrete il desiderio assurdo di cambiare il mondo: farete solo un piccolo spazio alla vita. … Gli dèi sono dalla vostra parte. Stanno aspettando gli uomini, sorridendo dei loro errori e delle loro speranze, dietro il cancello aperto del giardino”.

L’uomo tartaruga di Zàachila, Macario Matus, in Poesia n. 279, febbraio 2013

Zàachila fu la seconda dimora

degli zapotechi, dopo Teotitlan

del Valle. Si sapeva che sotto il paese

c’erano quattro ramarri che reggevano il mondo.

Ma in una delle tombe trovate

apparve l’uomo tartaruga, con la testa

coperta con pelliccia di ozelot. Nelle mani

portava una daga di ossidiana, frecce

e guaine di corteccia vegetale come scudi.

Disgraziatamente fu abbattuto a tradimento.

Di fronte è impossibile dominarla,

con le sue fauci e la lingua potente

strappa dita e mani nemiche.

In pericolo mette la testa sotto il carapace,

scende nel fiume, rotola sulla sabbia del mare

e scappa fra le onde bianche di schiuma.

Sgravatasi, cova i suoi figli sulla tiepida spiaggia.

Dopo qualche tempo ritorna solo per guardare

la prole alzarsi, scomparire

davanti all’oceano, alla terra e agli uomini.

(Macario Matus)

TartaRugosa ha letto e scritto di: Keisuke Matsumoto (2012) Manuale di pulizie di un monaco buddhista Spazziamo via la polvere e le nubi dell’anima Antonio Vallardi Editore, Milano (traduzione di Ramona Ponzini)

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Keisuke Matsumoto (2012)

Manuale di pulizie di un monaco buddhista

Spazziamo via la polvere e le nubi dell’anima

Antonio Vallardi Editore, Milano

(traduzione di Ramona Ponzini)

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Leggendo questo libro ho scoperto qualche mio tratto buddista. Forse.

Non sono una maniaca delle pulizie, però ho ben chiari certi miei comportamenti rispetto ad esse, le cause che li scatenano e gli effetti che ne derivano. Sicuramente Matsumoto mi ha fatto più volte rispecchiare in alcune affermazioni.

Purtroppo sono ancora ben distante dallo Zengosaidan, ovvero “non pentirti di ciò che hai fatto in passato, non preoccuparti per il futuro e dedicati con tutte le tue forze a non avere mai rimpianti”.

Mi riconosco abbastanza in ciò che invece lo scostamento da questa filosofia comporta, come spiega l’autore: “Credo che le persone che vivono nella società contemporanea, sempre così indaffarate, arrivino a casa stanche, lascino i piatti sporchi nel lavandino, i vestiti nel cesto del bucato e poi si addormentino. La mattina seguente, però, si sveglieranno freschi e riposati? Non è più probabile che si sveglino tristi perché salutano il nuovo giorno circondati da tutte le cose lasciate in disordine la sera prima?”

Mmmh …

La casa in disordine effettivamente mi inquieta e la tendenza a non trascurare almeno bagno e cucina con annessi e connessi, più il rifacimento del letto prima di uscire sono senz’altro attività che mi fanno guardare alla giornata con un senso di maggior leggerezza.

Non c’è luogo come il bagno che sveli il vero volto di una casa. … L’acqua è il fondamento della vita. In una casa normale l’acqua si trova in cucina e in bagno. L’acqua entra nel nostro corpo, circola e poi viene espulsa, ritornando alla natura. Le pulizie di cucina e bagno sono basilari nelle pratiche religiose proprio perché siamo coscienti del fatto che sono i luoghi dove scorre l’acqua…. In qualsiasi tempio buddhista il bagno è sempre pulitissimo e davanti alla porta si troveranno le calzature sistemate con cura. Anche il gabinetto trasmette un senso di pulito e questo fa sì che vi si possano espletare le correlate funzioni con animo sereno. Sicchè, chi ha finito di utilizzarlo, dovendo fare in modo di non turbare tale atmosfera a scapito di chi vi entrerà in seguito, si preoccuperà di lasciare tutto pulito e in ordine. 

Ho inoltre dato una spiegazione al perché i vetri sporchi mi turbano e mi danno la sensazione di essere immersa nello sporco:

Il vetro è simbolo di trasparenza e di non attaccamento alle cose terrene. Se nei giorni nuvolosi i vetri delle finestre sono coperti di ditate, anche la nostra anima si rannuvolerà. Nel buddhismo la cosiddetta “giusta visione”, ossia il vedere attraverso il filtro di noi stessi, il nostro io, sconfigge ogni nube e permette di comprendere la vera essenza delle cose. … Le finestre sono, dunque, in qualche modo legate alla giusta visione delle cose e pulirle fino a farle sembrare trasparenti, fino, cioè, a farci dimenticare della loro esistenza, ci permette di vedere dall’altra parte senza renderci conto che c’è qualcosa che ci separa. Puliamole, dunque, fino a far sparire ogni ombra.

Vorrei essere un po’ più monaca, a questo riguardo, e utilizzare le raccomandazioni  sul come effettuare le pulizie del vetro: è essenziale la carta del giornale. Bisogna utilizzare carta di grandezza commisurata a quella del vetro da pulire, imbevuta della giusta quantità di acqua e detergente, e lucidare a fondo. .. Bisogna prima togliere le macchie più evidenti con movimenti verticali e orizzontale, fino a finire la miscela di acqua e detergente .. suggerisco di mescolare aceto e acqua insaponata. 

Nel testo sono parecchie le indicazioni date sia sul come eseguire le pulizie, sia su quali strumenti utilizzare. Sui pavimenti ho ancora molto da imparare:

I pavimenti vengono puliti ogni giorno, indipendentemente dal fatto che siano sporchi. Grazie a questo tipo di pulizie anche il nostro spirito si manterrà lucente…. Lucidare i pavimenti tutti i giorni vi permette di capire cosa significa realmente pulire la vostra anima. Una stanza sporca e in disordine è segno che anche il vostro spirito è sporco e in disordine.

Però mi consola verificare che sul “come lucidare i pavimenti” sono abbastanza a buon punto:

Per prima cosa bisogna passare la scopa e togliere la polvere, poi si prendono un secchio colmo d’acqua, uno straccio ben strizzato e si pulisce a fondo. Non sono necessari detergenti né stracci per asciugare. Poiché uno straccio ben strizzato trattiene l’acqua, una volta passato sul pavimento quest’ultimo si asciugherà da sé. .. Quando lucidiamo un pavimento non distraiamoci e concentriamoci su ciò che stiamo facendo, con naturalezza ci troveremo faccia a faccia con la nostra anima.

Ecco, guardando anche l’illustrazione dove si vede il monaco diligentemente a carponi che strofina il pavimento, debbo dire che io pure assumo quella posa, a dispetto di tutti gli elettrodomestici in commercio da me giudicati non all’altezza dell’antico olio di gomito, accompagnato dalla modernità di un panno in microfibre che un’amica mi ha suggerito e che, immerso e strizzato nell’acqua bollente, effettivamente ti fa rispecchiare nelle piastrelle.

Comunque l’insegnamento è impari: i monaci vivono nel tempio e non hanno tre gatti che girano per casa, oltre a TartaRugoso.

Sullo stirare temo non ci siano possibilità di recupero:

Anche noi monaci indossiamo l’abito monacale dopo averlo stirato. Così facendo il nostro spirito sarà ben curato e in armonia con il nostro vestiario. Le grinze, inoltre, rimandano la mente alla vecchiaia, sebbene ci siano monaci che continuano a svolgere in maniera ineccepibile le proprie attività anche a ottanta o novant’anni, in perfetta salute. … Stirare è l’attività ideale per chi vuole mantenere giovane il proprio spirito.

Si sente che l’autore è ancora nell’età in cui si pensa che le grinze possano essere ripassate facilmente come con il ferro da stiro!

Molti sono i suggerimenti pratici per chi si voglia avvicinare a meditazioni filosofiche e spirituali attraverso il fare le pulizie.

Chissà se riuscirò prima o poi ad arrivare alla seguente conquista:

Ogni cosa sta dove deve stare. Può sembrare ovvio, ma se si applica concretamente questo principio, non si correrà più il rischio di imbattersi in qualcosa fuori posto. Quando dobbiamo utilizzare un oggetto lo prendiamo dal luogo dove è collocato, ma una volta usato lo rimettiamo dov’era. … Sentire la voce delle cose. Lo spirito non va mai tenuto in una condizione di trascuratezza. Se usate le cose con cura, inizierete a sentire bisbigli all’orecchio dello spirito e sarete in grado di udire la loro stessa voce. Al contempo, è necessario conoscere a fondo lo spazio di sistemazione, ossia la stanza va percepita come se fosse una parte del nostro corpo e va pulita ripetutamente giorno dopo giorno. Capire l’essenza degli oggetti e avere dimestichezza con lo spazio in cui si trovano, ci permetterà di capire dove gli stessi oggetti vogliano essere riposti. E non dimenticate che tutti possono raggiungere questo stato mentale.

Nel mio spazio di solito i bisbigli non sono quelli delle cose, anzi sarebbe più corretto non definire bisbigli le esclamazioni ad alta voce su dove esse dovrebbero trovarsi  e su dove diavolo siano invece sparite.

Tuttavia lo spazio di sistemazione lo conosco proprio bene, considerato che anche nel disordine la maggior parte delle volte alla fine le cose si trovano!

In ogni caso nulla da obiettare sulla serenità dell’ordine. Non so se corrisponda a un ordine spirituale. Per quello che mi conosco, il mettere ordine è un esercizio che svolgo quando ho finalmente terminato qualche compito gravoso che teneva impegnata la mente. Una volta finito l’onere mentale, è quasi automatico che segua analogamente un’operazione di riordino dello spazio fisico.

Temo però che questo sia il processo inverso di ciò che predica la filosofia buddista.

Che gatti

Un nuovo anno pare sia arrivato. Me ne sono accorta dall’eco lontano dei botti, quegli stessi che rompono il caldo dell’aria nella notte di san Lorenzo, turbando il mio sonno.

Almeno qui, sotto il protettivo strato di terra, questi fragori servono da calendario rassicurante: siamo in inverno e ancora molto ha da passare prima ch’io possa risalire di nuovo verso l’alto scoperto.

Che, a dirla tutta, questo sopra che giace a coprirmi  mai come quest’anno è desolante.

E’ vero che noi tartarughe siamo piuttosto introspettive e deliziate dalla solitudine, ma ormai mi ero abituata a un rumore ben più dolce dei botti: quello di altrui zampe che scavano nel cumulo delle foglie secche per formare un caldo giaciglio.

Papà pino, infatti, affonda le sue radici nel punto più caldo del sentiero e, nelle giornate buone, i corti raggi solari non solo riparano la mia nicchia nascosta, ma offrono un buon punto di siesta anche per gli amici a quattro zampe.

Dicevo che quest’anno è desolante: giusto il primo gennaio di un anno fa sentivo le voci dei due umani che chiamavano – invano – la gatta bianca Noelle. So per certo che non è mai stata trovata.

Ma il 2013 annuncia un altro evento: per la prima volta non si ode più il passo vellutato degli abitatori felini di questo mio stesso luogo. Sono tutti migrati verso mete più adatte alla loro salute. Uno, Silvestro, invece non ce l’ha fatta e non tornerà più a dormire sul cuscino degli aghi del pino.

E mentre attendo il nuovo solstizio e la fine dello svernamento degli inquilini estivi, mi godo le pagine di Che gatti, consolando il ricordo un po’ triste con le storie di Bice e Nino, i due gatti di Alessandra e Paolo cui, alla prima, devo alcune bellissime fotografie che mi hanno consegnato all’eternità fra le mani e il sorriso di Luciana.

Non sono gelosa dei gatti, so che possono dare soddisfazioni maggiori di noi tartarughe e sono quindi felice quando ascolto le storie di chi condivide la sua vita con queste imprevedibili bestiole: “voglio arruffianarmeli il più possibile perché continuino a sceglierci come loro compari a due zampe”, afferma Alessandra.

E come non crederle? Curiosando nel suo quadrotto fotografico che ancora reca con sé l’acceso rosso natalizio, ingentilito dalle orme simili a grandi fiocchi di neve intorno ai musetti sognanti di Bice e Nino, assistiamo alla scansione del giorno dei due amati quattrozampe.

In punta di piedi, fra le oniriche visioni di ciò che si annunciava come presentimento, conosciamo l’ingresso non già del primo gatto, ma della seconda creatura in casa di Ale e Paolo e la sua diffidenza sconfitta a poco a poco grazie alla giocosa e  infantile cavalleria di Nino “nonostante la stazza non indifferente e la pelliccia leonina color caffellatte, rassomiglia a quegli adulti di cui si dice che non sono mai cresciuti, quelli sempre pronti a giocare…”

E in effetti, i cambiamenti della crescita si notano pagina dopo pagina, cadenzati dai mutamenti del trascorrere delle ore. Le lunghe ore dedicate agli appostamentiprima la caccia, poi la filosofia”, ai sonnellini goduti negli anfratti più originali, alle conservatrici abitudini così scarsamente comprese, a volte, dagli umani, agli irresistibili teppismi che strappano risa (e talvolta sgridate senza successo)  per l’inesatto paragone tra oggetti di casa ed elementi della natura, all’intersezione fra mani e zampe, entrambi mezzi vitali per il benessere reciproco di bipedi e quadrupedi.

Così racconta Alessandra fra scatti e parole il suo amore per i gatti. E convince!

Nell’intimità del calore della casa e negli abitudinari gesti del quotidiano questi gomitoli di pelo sostano, dormono, girovagano, saltano, giocano, amano. E scatenano voglia di coccole.

Se avete voglia di conoscerli potete richiedere Che gatti direttamente ad Alessandra: alessandracicalini@gmail.com

E chissà che insieme al quadrotto non arrivi anche una dedica personalizzata dell’autrice e, perché no, un ‘impronta autografica direttamente dai cuscinetti delle zampe dei due protagonisti!