TartaRugosa ha letto e scritto di: Giampaolo Nuvolati (2013) L’INTERPRETAZIONE DEI LUOGHI, Firenze, University Press

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Giampaolo Nuvolati  (2013)

L’interpretazione dei luoghi

Firenze, University Press

In questo periodo perseguo, con TartaRugoso, l’arte della flanerie come esperienza di vita (sottotitolo del volume in lettura).

Sono diversi ormai i testi che in questa rubrica si rincorrono su questo tema, nelle sue varianti dedicate al genius loci, ai giardini, alle derive …Così anche questo libro di Nuvolati giunge a proposito e contribuisce con maggior chiarezza a delineare e a modernizzare la figura del flaneur.

Annota l’autore che la parola flaneur ha varie origini e usi:

“Nata intorno alla metà dell’Ottocento per designare dandy, poeti e intellettuali che passeggiando tra la folla delle grandi città ne osservano criticamente i comportamenti, la nozione di flaneur sollecita oggi con forza l’interesse delle scienze sociali e della filosofia, ma anche della letteratura e del cinema, per la capacità di identificare una particolare pratica di viaggio e di esplorazione dei luoghi, di rapporto riflessivo con le persone e gli spazi.

La figura del flaneur può dunque essere considerata da diverse angolazioni: “incarna il desiderio di libertà errabonda dell’individuo imprigionato da vincoli territoriali, ideologici, professionali; la ribellione contro le pratiche consumistiche di massa, specie contro il turismo mordi e fuggi; l’aspirazione ad assaporare la vita secondo ritmi più meditati; il recupero della sensibilità come forma di conoscenza!”, ma sebbene si tenda ad associare tale figura a poeti, artisti e intellettuali, lo spazio urbano può essere abitato da molteplici figure affini. Prima di conoscerle più in dettaglio, mi soffermo su una considerazione interpretativa che Nuvolati espone attraverso l’espressione “flaneur ossimorico”, ovvero le opposte contraddizioni che l’esploratore può incarnare.

Per esempio, essere al contempo puer e senex. Perché nel puer è custodita l’ingenuità del flaneur, la sua voglia di scoprire lo sconosciuto, la voglia di abbandonarsi entusiasticamente al labirinto urbano e però, al contempo, anche quella certa consapevolezza che lo rende saggio nella sua scelta di cosa osservare, nel sapere quando e dove sostare.

Sempre in ambito ossimorico il flaneur è solitario e un po’ malinconico, ma nello stesso tempo cammina nella folla, sfidandola e talvolta sentendosi un po’ sopra di essa.

Qualcuno ritiene che il bighellonare richiami l’ozio? Può darsi, ma è anche vero che la pazienza della perlustrazione, qualche volta vicino alla noia, rappresenti una sospensione in attesa dell’atto creativo (Tacita Dean definisce questo atteggiamento indolenza creativa). La flanerie, infatti, non è solo una forma di contatto lento con la città veloce, ma in genere è seguita da un momento produttivo, di scrittura, di narrazione, di fotografia, “di collezionare pensieri che non sempre seguono una logica, che spaziano da una disciplina all’altra, ricorrendo a più strumenti narrativi, spiazzando il lettore”.

Per non parlare dell’aspetto sociale e sociologico del flaneur … Egli infatti è “colui che grazie alla propria arte guarda la città, ne rielabora i significati e la restituisce a un pubblico più ampio, ma anche agli specialisti che necessitano di uno sguardo diverso, seppur mai definitivo”.

Dunque piedi, occhi e cervello sono le parti maggiormente coinvolte nell’espletare la flanerie: “caratteristica è quella di muoversi a piedi, conciliando tre attività: il camminar lento, l’osservare e l’interpretare ciò che lo sguardo coglie … Camminare nella città rinvia a una condizione di solitudine e di libertà nel rifiutare la velocità e i percorsi imposti dal ritmo urbano e massificato, è la scelta di tempi e pause personali ma, contemporaneamente, rappresenta anche un’apertura verso gli altri”.

Implicitamente fare il flaneur comporta un atteggiamento di pazienza, lentezza e silenzio. E’ solo grazie a queste attitudini che si possono percepire i cinque sensi vissuti dalla città, nonostante il rumore e la frenesia. Nel suo silenzio interiore il flaneur scopre che il luogo non rappresenta più il fondale delle sue azioni, ma diviene esso stesso protagonista, rivelandosi inaspettatamente agli occhi del suo osservatore e svelando l’anima fino allora nascosta. Senza dover necessariamente andare lontano, perché “ognuno ha la propria Parigi o Londra in cui perdersi; sono le nostre città di tutti i giorni che nascondono il loro genius loci misterioso, tra realtà e finzione”.

E, sempre a proposito delle contraddizioni incarnate, la vera sorpresa sta fra le multiformi figure che possiamo declinare nell’essere flaneur, rovistando sia fra presenze “marginali”, sia fra presenze di “élite” o addirittura fra “professioni”.

Nuvolati esamina queste categorie portando alla luce tizi e tali noti agli occhi di tutti coloro che si soffermano a considerare il prossimo che incrociano nelle vie della loro città.

Con TartaRugoso, passeggiando fra i vari crocicchi della città murata, condividiamo l’elenco proposto dal’autore.

Marginalità

– senzatetto e mendicanti che girano per la città cercando giacigli, cibo, luoghi della questua (il censimento che tartarugando potremmo costruire all’interno delle nostre mura è assai variegato e spazia dal “Dio ti benedica, buona giornata”, a “50 centesimi per mangiare”, al semplice gesto del braccio per vendere qualcosa,  al suono di una fisarmonica accompagnato da uno o più languidi sguardi canini)

– pensionati che passeggiano e si appostano vicino a operai al lavoro per dare loro consigli (nel nostro caso l’esempio più evidente è in riva al lago per commentare manovre di imbarcazioni o raccolta di pesca, ma naturalmente non fanno difetto gli osservatori dei vari cantieri aperti)

– bighelloni frequentatori di bar e sale corse perennemente seduti ai tavoli (che suscitano sempre la nostra domanda “ma questi che fanno per vivere?”)

– matti del paese e balordi in perpetuo movimento alla ricerca di compagnia (“farò quella fine”, dice TartaRugoso, guardando all’affaccendato giornaliero trasportatore di libri che incrocia sempre davanti al teatro)

– alcolisti, tossicodipendenti che vanno a zonzo in città chiedendo la questua o alla ricerca di droga (il segreto è di evitarne lo sguardo)

– prostitute in attesa o a passeggio nelle zone di transito dei clienti (non siamo flaneur notturni per cui non ci è dato questo incontro)

– immigrati spaesati alla ricerca di conoscenti e di opportunità di lavoro in alcune zone della città (non nel nostro quartiere, dove invece sembrano abbastanza stabilizzati e abili conoscitori dei servizi sociali)

– studenti fuori sede che girovagano fra una lezione o l’altra nei periodi di pausa dello studio o nelle uscite serali (il lungolago ne è pieno, soprattutto nelle giornate di sole)

Elites

–  ceti particolarmente abbienti che possiedono case di valore in più città dove trascorrere brevi periodi all’anno praticando attività di esplorazione della città congiuntamente all’élite locale e internazionale (nella nostra flanerie lacustre l’attenzione si desta quando vediamo spalancate imposte di ville solitamente chiuse, che dopo qualche giorno tristemente ritornano allo stato silente)

– viaggiatori dei Grand Tour (non ci è dato di incrociarli, data la nostra inesistente passione per questo tipo di turismo)

– new dandies a passeggio per sfoggiare nuovi capi di abbigliamento (idem come sopra)

– turisti intellettualizzati che frequentano musei e mostre (e che ci dimostrano quanto è bella e ambita la nostra città)

L’autore non manca di citare i “provocatori”:

hippies che rifiutano le regole; intellettuali critici nei confronti della società di massa; manifestazioni politiche; musicisti girovaghi. TartaRugoso, per esempio, ha stretto amicizia con il proprietario di due cani (Budino e Guapa), che ha scelto di vivere da barbone scrivendo poesie.

E, ancora, Nuvolati si sofferma su chi si trova a fare flanella per

motivi di lavoro:

poliziotti in perlustrazione di quartieri a rischio; detective sul luogo del delitto; giornalisti impegnati a raccogliere immagini e testimonianze; architetti che sovrintendono la trasformazione di un luogo.

Sicuramente la pratica che preferiamo, TartaRugoso ed io, è quella definita “camminare liberamente in città”, l’amare la città nel suo viverla quotidianamente, soprattutto in questo periodo estivo, quando le piazze (finalmente libere dalle auto) diventano teatri en plein air, stuzzicando la curiosità dell’approfondimento e regalando “quel sentirsi altrove” che corrisponde ai vari sentimenti espressi da film, musiche, mostre, rappresentazioni teatrali, giochi e mimi, monologhi …

La cinepresa in questo caso diventa lo strumento per catturare quei momenti magici e tentare di renderli eterni.

TartaRugoso, su stimolazione di Perec, ha anche tentato la pratica dell’”osservazione da postazione fissa” (in altre parole, tentativi di esaurimento di un luogo), stupendosi dell’effetto strabiliante che lo stesso spazio possa diventare, in diversi momenti della giornata, fonte di trasformazione sociale.

Per ottemperare alle istruzioni fornite da Nuvolati, ci manca solo lo “shadowing”, ovvero “il fare da ombra, il pedinare una persona prescelta lasciando che sia lei a guidarci nella città”, magari sostituendo il pedinato con un altro, in un punto particolare della camminata (shadowing incrociato).

Ma dubito molto che possa diventare un nostro atto sia pur sperimentale: da brava coppia tartarughesca, amiamo la solitudine e preferiamo lasciarci abbracciare dalle visioni dei nostri luoghi, apparentemente i soliti, ma suscitatori di sempre nuove percezioni.

 

Categorie:Letture

4 replies

  1. L’arte della flanerie ha catturato l’interesse dei due Tarti ? è davvero una buona notizia. Mi ha fatto piacere riceverla e mi piace l’attività che scaturisce dalle vostre passeggiate creative. Grazie. Cari saluti, rosege

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