Magico Giove 

Non ho voluto mai scrivere di questo argomento, nonostante tutti fossero a conoscenza dell’accaduto.

Sfogliando l’agenda 2014, il 10 luglio dedicato ai lavori dell’orto è stata l’ultima data in cui Giove condivideva lo spazio del giardino.

Il 14 luglio scrivo: “Non abbiamo visto Giove”. Il 16 luglio scrivo: “Giove è proprio sparito”.

Poi basta, il riferimento a Giove è completamente svanito, proprio com’era successo a Giove stesso.

Non che fosse scomparso dai miei pensieri, naturalmente.

Quell’estate così piovosa e fredda riapriva quotidianamente l’inquietante possibilità che, per difendersi, Giove si fosse sprofondato nella terra. Per sempre.

Ma poi sorgevano altri mille dubbi. Che fosse riuscito ancora una volta a sorpassare la barriera col giardino confinante e da lì ulteriormente migrato verso inesplorati territori?

Non saprei quantificare le volte che, appiattita al suolo, ho verificato la tenuta delle decine di metri di rete collocate da TartaRugoso: tutto a posto.

E se invece fosse riuscito a salire, grazie al muschio, il gradino più alto che conduce al corridoio di ingresso, dove sotto la siepe di lauroceraso non c’è alcuna protezione? Ho letteralmente nuotato fra le frasche del cespuglio per cercare di sporgermi sull’altro giardino sottostante e controllare se fosse lì. Niente.

Più il tempo passava, più diventava remota la speranza di rivederlo. E comunque, in agosto, quasi quotidianamente lo sguardo correva lungo la mulattiera che conduce al parcheggio, nella vana ipotesi che si fosse nascosto in qualche angolo boschivo o in qualche cespo di tarassaco. Macchè.

Certamente tutt’altro che rassegnata e con profonda tristezza mi sono preparata all’autunno sintonizzandomi su due possibilità:

  • una fuga andata a buon fine (qualcuno l’ha trovato nomade e se l’è portato nella sua casa, oppure da sé medesimo si è trovato un anfratto selvatico a lui confacente)
  • un sotterramento di riparo diventato tombale (tutte le ricerche fatte su Internet non mi hanno però mai permesso di verificare se a luglio una tartaruga si potesse interrare per un letargo anticipato).

Quest’anno sapevo che sarebbe stata una primavera diversa. Eppure dopo 18 anni, nelle miti domeniche di marzo con una temperatura ben al di sopra delle medie stagionali, non ho mai potuto rinunciare a guardare sotto il pino (suo luogo di letargo) o di sobbalzare a un fruscio di fuga di lucertola. Ogni anno Giove riappariva misteriosamente come quando si rifugiava nel suo letto invernale ed era sempre una gioia.

Scema, mi dicevo, non c’è. Non c’è più. Fattene una ragione.

Poi il 23 aprile 2015 mentre io e TartaRugoso siamo al computer, arriva il seguente messaggio via mail da M., mamma di D., che si è premurata immediatamente di riferire:

Trovata tartaruga nel giardino del vicino stop momentaneamente prigioniera in casa in attesa di essere liberata stop 

Se i liberatori volessero chiarimenti telefonare a D.

Nel giro di 10 minuti una serie di telefonate con D. (impagabile per la sua sensibilità e cortesia) e un appuntamento per le 18.30 con lo squisito ritrovatore di Giove, un geometra che del tutto casualmente quel pomeriggio aveva effettuato un sopralluogo nella “la casa dei francesi” e, aprendo la porta, si era ritrovato davanti proprio lui, Giove.

Mai tragitto fu più ambivalente: da un lato la straordinaria felicità per il miracoloso evento, dall’altro il timore di ritrovare Giove solo in tempo per assistere alla sua morte.

La “casa dei francesi”, infatti, è un luogo disabitato, con un angusto terrapieno dove di fatto non ci cresce proprio niente, se non edera e piccoli palmizi. Il fatto che il geometra l’avesse trovato dentro la casa diroccata, inoltre, mi faceva sospettare che Giove fosse in qualche modo sopravvissuto lì, senza mai poter né bere né mangiare.

Vederlo col guscio e il muso chiazzato di bianco oscurava la gioia di tenerlo ancora fra le mani.

Decidiamo subito di non lasciarlo in giardino ma di portarlo in appartamento in città per un bagnetto caldo di reidratazione e per fissare un appuntamento col suo veterinario.

Venerdì 24 la rassicurazione che ci attendiamo: Giove sta bene e, del resto, come potrebbe essere altrimenti visto che le tartarughe sono fra i pochi animali arcaici che hanno saputo resistere nel corso di millenni? Sembra quasi che il veterinario desse per scontato il suo stato di salute: “E’ sufficiente che ci sia anche un solo filo di qualsiasi erba e le tartarughe ce la fanno”.

Sabato 25 Festa della Liberazione: Giove torna nel suo habitat e se ne rende immediatamente conto. Nonostante l’aspetto non propriamente ottimale, una lentezza esasperata e un digiuno ostinato nella casa di città, appena viene posato sulla terra si avventa su un pezzo di pomodoro e qualche buccia di mela ignorate il giorno prima.

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A questo punto riconsideriamo il terrazzamento da dove Giove per forza deve essere fuggito. La rete è a posto; non ci sono buchi. Il mio occhio vigile comunque nota che nell’angolo proprio al di sopra del terrapieno della casa dei francesi la rete è un po’ piegata all’ingiù, intrecciata a tralci di edera. La supposizione è quindi che Giove, in posizione verticale come spesso gli capita quando vuole scalare sassi e gradini bassi, si sia aggrappato al fusto dell’edera e da lì scavalcato la reticella, andando a scivolare al piano sottostante.

Prossimamente TartaRugoso interverrà ancora su quel punto. Il tempo freddo e piovoso di questi giorni ci lascia sperare che blocchi l’indomito rettile, anche se, a questo punto, sapremmo dove andare a guardare.

Che dire d’altro? Non so quale sarà il prossimo futuro di Giove. So solo che la coincidenza di casualità, sincronicità, gentilezza, empatia, solidarietà sono stati buoni ingredienti per compiere questo miracolo.

Bentornato Giove e, un po’ in ritardo, buon 2015!

la forza dei legami di vicinato di luogo: RITROVATO IL TARTARUGO GIOVE, scomparso dal luglio 2014 (10 mesi fa!), 23 aprile 2015

Coatesa sul Lario e dintorni

gentile *** , siamo appena tornati da nesso, dove con squisita cortesia il geom. *** ci ha portati nella casetta dei francesi.
ora il tartarugo giove è qui a como in appartamento. ci sembra piuttosto malconcio e domani, se il veterinario potrà riceverci, lo porteremo a una visita di controllo. E’ da luglio che era scomparso, per cui se si è sempre trovato là sotto, non c’è erba o altre cose a lui adatte. temiamo quindi che sia denutrito e disidratato.
volevamo ancora ringraziare lei e *** per la straordinaria tempestività con cui ci avete avvertito. qualunque sia il destino del tartarugo, per lo meno, se è destinato a morire, lo potrà fare con tutto il nostro amore e non abbandonato in quella casa, (era ulteriormente  scivolato nell’interno e quindi non più in grado di salire i gradini).
e’ il dono più bello che potevamo ricevere e ve ne siamo davvero grati. vi…

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CARATTERISTICHE MORFOLOGICHE DA CONSIDERARE PER CAPIRE SE LA NOSTRA È MASCHIO O FEMMINA, di EMANUELA ZERBINATTI

Trovo su “daebyday” questo articolo scritto dalla dott.ssa Emanuela Zerbinatti:

 

Caratteristiche morfologiche da considerare per capire se la nostra è maschio o femmina

  • La grandezza: è una delle differenze tra maschi e femmine più evidenti anche per l’occhio meno esperto. Le femmine sono infatti generalmente più grandi dei maschi. Tanto per intenderci, nelle Testudo hermanni (la specie terrestre più conosciuta), un maschio adulto misura dai 12 ai 16,5 centimetri, mentre la femmina può raggiungere i 20 centimetri. Questa è però la caratteristica che più di tutte risente della possibilità di fare un confronto.
  • Il piastrone: è la parte ventrale del guscio, quella che sta a contatto col terreno. Se la tartaruga è femmina questo sarà piatto, mentre se è maschio sarà concavo. In molte specie di tartarughe terrestri gli ultimi scuti del piastrone, gli scuti anali, formano una “V” più aperta nel maschio rispetto alla femmina.
  • La coda: nel maschio è grossa, robusta, più lunga e appuntita, e con uno sperone all’estremità, mentre quella della femmina è tendenzialmente più corta, piccola e senza particolari rilievi. Nel maschio, inoltre, la cloaca posta più distalmente (più lontana dalla base della coda).
  • Le unghie: il maschio ha le unghie delle zampe anteriori molto lunghe. Nella femmina sono invece più piccole.
  • Il muso: nel maschio è più allungato rispetto alla femmina che ha tratti più tondeggianti.

L’unico vero limite è l’età della vostra tartaruga.

Il piastrone concavo nei maschi di alcune specie, soprattutto di tartarughe terrestri, serve per adattarsi meglio alla forma convessa del carapace della femmina. Nella femmina un piastrone piatto permette di avere più spazio a disposizione per lo sviluppo delle uova. Ciò però significa che questo tipo di differenziazione si manifesta solo nei soggetti adulti, pertanto è impossibile determinare il sesso delle giovani tartarughe.

 

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GIOVE E L’ERBA DEL VICINO

 

TARTSSALE

La prima volta non me n’ero nemmeno accorta.

La segnalazione di una tartaruga alle prese con l’inferriata di un cancello è avvenuta per interposta persona. Ma il fatto più sorprendente era che il cancello in questione non era del mio giardino, bensì quello del vicino.

Come ogni buon investigatore ho tentato di ragionare sugli indizi disponibili, in questo caso il luogo.

Se non fosse per un muretto che ne delimita il confine, uno dei sentieri che si snoda nel mio giardino (quello chiamato via dell’orto), sarebbe in perfetta continuità con quello dell’altro proprietario. Entrambi condividono la caratteristica di terminare con alcuni gradini: il mio ne conta nove per scendere al sentiero sottostante e Giove, abbastanza regolarmente, li percorre per incamminarsi come sempre verso nord ed arrestarsi di fronte a un’inferriata che abbiamo posto a difesa di altri gradini che costituiscono l’ingresso secondario della nostra casa.

Questa volta però qualcosa di nuovo era successo, visto che Giove anziché decidere di compiere l’usuale traiettoria aveva stabilito di perlustrare la continuità della via dell’orto.

Questo era il dilemma: come diavolo aveva potuto superare il muretto di confine, arrivare alla fine del sentiero (sempre comunque seguendo la direzione nord) e finalmente arrestarsi davanti all’altrui cancello, fortunoso limite di altri gradini che lo stolto avrebbe sicuramente disceso per proseguire la sua passeggiata perdendosi per sempre?

Chi lo aveva notato ne aveva descritto il nervosismo e le bizzarre impennate per scavalcare quelle sbarre. Grazie a quello sguardo casuale, una mano fortunosa si era intrufolata attraverso le sbarre, aveva recuperato il vagabondo e riconsegnato alla legittima proprietà.

Era circa metà agosto e le ipotesi sull’evento si sprecavano.

L’attento sopralluogo sulla zona di confine non mostrava segni particolari di possibilità di fuga, così come il centinaio di metri protetto dalla rete metallica posta da TartaRugoso dopo un’altra evasione di Giove di qualche anno fa (si era lanciato da tre metri di altezza rompendosi il piastrone) appariva indiscutibilmente invalicabile.

Insomma, pareva impossibile una fuga condotta in autonomia.

Da qui, con poco senso investigativo, partivano altre supposizioni basate su indizi pregiudiziali, come di solito accade in ogni paese quando si parla dei vicini.

E l’idea maggiormente suffragata riguardava un rapimento a tempo determinato per intrattenere un bambino troppo curioso e vivace.

Esaurito il passatempo, sulla strada del ritorno l’”onesto” trafugatore avrebbe restituito l’animale, sbagliando però cancello.

Il furto quindi non sarebbe stato compiuto in malafede, ma esclusivamente per soddisfare una richiesta infantile. In paese, poi, è notorio che le voci si allarghino. Qualche altro furtarello in bottega, un comportamento un po’ bizzarro, l’ignoranza e la malaeducacion costituivano elementi inconfutabili per sostenere questa convinzione sul colpevole.

Come TartaRugosa però rimanevo piuttosto scettica su questo verdetto di appropriazione indebita.

La seconda volta è accaduta il 24 agosto. O meglio, la certezza che Giove non era più in giardino l’ho avuta il 26. Il 25 infatti pioveva e in questa circostanza il tartarugo se ne sta tranquillo e riparato.

Il 26 invece era una giornata splendida e calda. Secondo le sue tradizionali abitudini Giove avrebbe dovuto godersi il tepore dei raggi solari. Invece nulla.

In diversi momenti della giornata continuavo a scendere e salire i suoi piani preferiti, a cercare sotto i cespugli dei rosmarini e sotto i teli dell’orto. Nulla.

Percepivo nettamente la sua mancanza e poco mi consolavano le parole dei vicini che attribuivano al calo della temperatura il suo nascondimento.

Ero certissima che Giove non fosse più lì e con queste parole avevo liquidato anche il commento di TartaRugoso sulla sua probabile ricerca della tana invernale.

Dopo una ferrea ricerca a due, l’ennesima a vuoto, esprimo il mio senso investigativo.

Tra il nostro sentiero e quello del vicino è posto come divisorio un muretto sormontato da una rete a losanghe abbastanza fitte, tali da non consentire il passaggio della tartaruga. A ridosso del muretto c’è il cumulo di una delle nostre compostiere, anch’essa circondata da una rete.

Già dalla prima sparizione mi ero soffermata a lungo in quel punto. La rete infatti presentava una specie di tasca tra muro e cumulo e, a mio parere, il manigoldo avrebbe potuto intrufolarsi in quella zona lasca e sorretto proprio dalla rete metallica si sarebbe dato da fare per raggiungere la sommità del muro e lasciarsi cadere nella proprietà del vicino.

E’ assolutamente impossibile” ri-decretava il consorte, come già aveva fatto la volta precedente.

La paranoia è un brutto affare: se non esistevano vie di fuga, qualcun altro ne doveva essere responsabile. Varie imprecazioni quindi verso colui che misteriosamente ritornava sulla scena, anche se a me continuava a sembrare decisamente anomalo.

Troppe volte avevo osservato l’ostinato Giove mentre tentava di salire gradini, cumuli di terra, piani inclinati senza arrendersi di fronte agli scivolamenti, anzi ancor più caparbiamente riprovare l’impresa nonostante l’innegabile difficoltà.

Continuavo perciò a pensare che quella rete lasca potesse essere l’unica complice della nuova scomparsa.

Meno male che siamo in due, in forme diverse, ad essere ostinati quasi quanto Giove.

Ognuno in preda alla sua malinconia, io e marito ci siamo separati inseguendo le proprie strategie di ricerca.

Dopo circa 15 minuti, la voce maschile mi raggiunge con un “L’ho trovato!” e all’orizzonte compare un braccio alzato e una mano che stringe lo zampettante Giove.

Era nuovamente nel giardino del vicino.

Giove ha un’inconfondibile caratteristica: quando sente il passo di qualcuno, sbuca dal suo nascondiglio e si avvicina. Sono anni ormai che questa sua socievolezza comporta un premietto alimentare ed evidentemente, come Pavlov insegna, il condizionamento dà i suoi frutti.

TartaRugoso, profittando di un disagevole pertugio ai piani alti, era riuscito ad introdursi oltre il confine e a scandagliare il territorio.

Stavo tornando indietro dopo aver guardato in ogni direzione, quando improvvisamente me lo sono visto davanti, con la testa alzata a guardarmi”.

Deposto sulla terra, Giove sembrava un po’ disorientato e incerto sulla direzione da prendere. Ma solo qualche attimo di esitazione e poi eccolo di nuovo a riprendere il cammino lungo il sentiero verso l’albero del fico.

Io potevo riprendere a lavare i piatti e TartaRugoso, sotto un sole cocente, a fissare la rete della compostiera contro il muro di separazione.

Da quel giorno Giove non è più fuggito, ma proprio oggi, 4 settembre, anche mio marito accetta l’idea che l’animale se ne sia andato entrambe le volte con mezzi propri.

Infatti: “E’ da mezz’ora che lo guardo. Continua a risalire il cumulo della compostiera e ad andare su e giù alla ricerca di qualcosa che è già chiaramente inscritto nel suo ricordo”, mi racconta.

Corro a prendere la cinepresa, arrivo un po’ in ritardo, ma in tempo per immortalare qualche passo perpendicolare che probabilmente nel recente passato gli aveva consentito di raggiungere la vetta del muro e darsi all’arte esploratoria di un nuovo ambiente.

Evidentemente, come per gli umani, anche per le tartarughe l’erba del vicino è sempre più verde.

Roseto degli Abruzzi: sulla battigia, a pochi passi dagli ombrelloni, un nido di tartarughe marine della specie «Caretta caretta», protetta e a rischio estinzione – da Corriere.it

Il nido delle tartarughe rare, specie «Caretta CarettaIl nido delle tartarughe rare, specie «Caretta Caretta

Un evento straordinario, quasi un miracolo, che ha obbligato il sindaco, Enio Pavone, a vietare temporaneamente la balneazione e il transito nel tratto di spiaggia interessato. Accade a Roseto degli Abruzzi, località balneare in provincia di Teramo nota per custodire la riserva naturalistica del Borsacchio. Per caso, pochi giorni fa, è stato scoperto sulla battigia, a pochi passi dagli ombrelloni, un nido di tartarughe marine della specie «Caretta caretta», protetta e a rischio estinzione

tutto l’articolo qui  Roseto, ecco il nido delle tartarughe rareSpiaggia off-limits ai bagnanti per la schiusa – Corriere.it.

TARTARUGOSA HA LETTO E SCRITTO DI: REMO CESERANI, DANILO MAINARDI (2013) L’UOMO, I LIBRI E ALTRI ANIMALI IL MULINO, BOLOGNA

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Remo Ceserani, Danilo Mainardi (2013)

L’uomo, i libri e altri animali

Il Mulino, Bologna

cover

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Tutto è partito da una lettura casuale a me riferita: “I rettili erano comparsi da poco quando in alcuni s’andò sviluppando la novità evolutiva di una corazza insieme cornea e ossea. Un notevole avanzamento di carattere difensivo, avvenuto ben più di duecento milioni di anni fa. Una volta rinchiusesi lì dentro, però, queste primitive tartarughe divennero conservatrici e, praticamente, smisero di evolversi. Loro (a differenza di altri animali) tartarughe erano e tartarughe sono rimaste”.

Sob, sono da un’eternità vittima di una stasi evolutiva: “La loro stirpe, in definitiva, s’è specializzata troppo e ciò adesso le impedirebbe di sviluppare quelle soluzioni adattative che forse le sarebbero utili per continuare a sopravvivere”.

Liquidata così dal mio mitico, amato Danilo Mainardi?

Stasi per stasi, (che sia stato quello sforzo primordiale a costringermi a dormire per metà della vita?), la lettura è piacevolmente proseguita con il dibattito-epistolario fra due ex compagni di scuola – Remo Ceserani e Danilo Mainardi – che hanno intrapreso strade diseguali, ma conservato la  stessa abitudine di essere curiosi verso il sapere e la conoscenza. Anche in questo volume, dove si interseca lo sguardo di due apparenti differenze: “Io perennemente con l’etologia in testa, lui con in testa la letteratura. Passioni contrapposte? Si vedrà.”

Il gioco è proprio questo: cimentarsi in un viaggio tra letteratura ed etologia per trovare analogie e contrasti (ma pure possibili convergenze) tra i rispettivi campi di ricerca ed interessi, affidandosi a parole appartenenti ad entrambi i mondi letterario ed etologico.

Ecco emergere quindi temi come la comunicazione, i personaggi romanzeschi e l’antromorfizzazione di alcuni animali, la cultura e  l’evoluzione biologica, il linguaggio, l’aggressività, i sogni, il sesso, la paura.

Da un lato le posizioni di Mainardi che si fondano sulla globalità delle forme di vita, senza soffermarsi unicamente su quella umana, dal cui aspetto culturale è invece attratto il letterato Ceserani. E mentre Ceserani mette a fuoco solo la storia culturale della nostra specie, Mainardi adotta l’ottica del paleontologo, ovvero: “Mi viene da ragionare in termini di milioni, talora addirittura di miliardi di anni. Per me Homo sapiens è una specie giovanissima, sempre sotto il collaudo della selezione naturale, e ti assicuro che è una specie a rischio. Mi viene dunque da sorridere quando la Chiesa cattolica si vanta di durare ormai da duemila anni. E che saranno mai duemila anni, anche per la nostra giovanissima specie, nell’ottica del paleontologo?

La discussione sulla cultura diventa particolarmente feconda grazie all’analisi condotta da Bauman, sociologo citato da Ceserani, per evidenziare il passaggio dalla modernità alla postmodernità. Bauman così sintetizza le sue riflessioni sulla concezione di modernità solida e liquida: “da una parte le nazioni e le istituzioni sociali, familiari e individuali forti, l’egemonia del centro sulla periferia, gli equilibri di potere, i conflitti e le guerre, la ricerca di identità, i problemi della sicurezza, le pratiche di esclusione e sospetto verso gli altri,le forme di assimilazione forzata; dall’altra il sistema decentralizzato, la multidimensionalità e fluidità dei rapporti, l’ibridazione, gli spostamenti massicci di popolazioni, l’aspirazione alla libertà, l’uso della rete nei sistemi della comunicazione”.

Tale citazione serve a Ceserani per dimostrare come, nella specie umana, il sistema culturale si fondi su aspetti politici, etici e morali di possibile evoluzione in tempi brevi: “Se le analisi di Bauman sono vere, tu e io, nati nella prima metà del Novecento, avremmo vissuto in due sistemi sociali e culturali nettamente diversi: un’infanzia, adolescenza e giovinezza solide e una maturità liquida”.

Mainardi conferma: “occorre rilevare che l’evoluzione culturale è straordinariamente più rapida di quella biologica. Il cambiamento evolutivo culturale può infatti determinarsi all’interno di una popolazione in brevissimo tempo, senza attendere ricambi generazionali.” Pur tuttavia non può non considerare l’aspetto della selezione naturale “un comportamento, indipendentemente dal fatto che sia trasmesso per via genetica o apprendimento sociale, se mal adattativo viene comunque penalizzato dalla selezione naturale”, quindi un tipo di evoluzione che si sviluppa in un movimento lungo e interrotto, tendenzialmente lento, contrario alla visione di Ceserani che percepisce l’evoluzione culturale “come un movimento più agitato e drammatico, fatto di salti e di conflitti.”

Ed è qui che l’occhio del paleontologo riesce a coniugare ciò che le teorie dividono:”la vita non è che un unico, seppur lungo, episodio. Gli studiosi della biologia sono innanzitutto degli storici, studiosi di una storia naturale che non potrebbe mai ripetersi uguale a come è stata, con le stesse specie, i suoi rigogli, le sue crisi, i suoi equilibri e squilibri, estinzioni e nuove comparse, mescolamenti”. E aggiunge Mainardi “Dovendo però anche confrontarmi con la vita di tutti i giorni … è come se possedessi due distinte consapevolezze. Una lente che mi consentisse di guardare questo modesto spazio temporale amplificato, dove io sono ben più partecipe, e un’altra che se risale all’età dei dinosauri, diventa come un film accelerato. La progressiva scomparsa di quei rettiloni, della conseguente comparsa dei loro nipoti uccelli, della trasformazione di qualche dinosauro in coccodrillo o caimano o alligatore, della subdola apparizione dei primi piccoli mammiferi”. La vita è tutta vita, ma è come se l’uomo la volesse interpretare come leggenda, teso com’è ad anteporre innanzi tutto se stesso.

Certo l’uomo appare come l’animale culturale per eccellenza, ma è pur vero che anche altre specie animali sono in grado di produrre e trasferire fra loro soluzioni di problemi, linguaggi e innovazioni. ”All’interno dei sistemi comunicativi delle specie animali, quanto ai contenuti, si va da informazioni fondamentali per la sopravvivenza, come la specie e il sesso d’appartenenza, a segnali che possono essere ritenuti analoghi a vere e proprie parole create ad hoc per indicare qualcosa che proprio in quel momento sta avvenendo”.

Le storie di animali che corroborano la discussione sono numerose e gustosissime (sia viste con l’occhio dello scienziato che attraverso le opere di famosi scrittori) e sollevano curiosità e risposte che ben evidenziano quanti misteri ancora debbano essere svelati sulle convergenze tra la specie umana e le altre abitatrici del nostro pianeta.

Nello scenario della trattazione di temi sulla consapevolezza, la morte, l’aggressività, la violenza, la paura, Mainardi rilancia e pone in primo piano una sgradita specificità tipica dell’essere umano: “noi esseri umani siamo una specie molto diversa da tutte le altre soprattutto perché abbiamo sviluppato una straordinaria e unica capacità di evoluzione culturale.. Ciò ci è costato, in termini evolutivi, la perdita quasi totale delle istruzioni genetiche per stare al mondo (i cosiddetti istinti tanto per intenderci), ed è proprio per questo che abbiamo una sete di conoscenza sempre impellente, indispensabile per la nostra stessa sopravvivenza di animali culturali. Ecco allora che noi animali onnivori (dunque parzialmente carnivori), certe altre specie dobbiamo ‘consumarle’, in quanto culturali, non solo mangiandole, ma anche in altri modi, e cioè per il nostro insaziabile bisogno di conoscenza. E’ all’interno di questo bisogno che, tra le curiosità in qualche caso giustificabili, si localizza la sperimentazione sugli animali”.

Riconosce, Mainardi, un fenomeno etologico che riguarda solo la nostra specie: la pseudospeciazione, e di essa ne parla per affrontare il tema della violenza e dell’aggressività, spiegando che “sono rari i casi naturali in cui le interazioni aggressive intraspecifiche sfociano nella morte. Le due possibili soluzioni naturali degli scontri aggressivi fra animali non portano mai all’uccisione dello sconfitto, ma, in alternativa, o all’interazione sociale o a una spaziatura fra gli individui”.

Il termine pseudospeciazione viene citato da uno studio di Konrad Lorenz: “Ogni gruppo culturale sufficientemente circoscritto tende a considerarsi una specie a sé e a non ritenere come veri e propri uomini i membri di altre unità analoghe … poiché i nemici non sono considerati veri uomini, si può infierire su di loro tranquillamente”.

Secondo questa definizione, Mainardi afferma che è la cultura (o certi tipi di cultura) a rendere l’uomo crudele. Per natura, infatti, l’essere umano dovrebbe essere altruista ed empatico; razzismo, fanatismo, olocausto, santa inquisizione, torture vengono riservati, secondo la pseudospeciazione, ad esseri in vario modo classificati, ma sempre in senso fortemente negativo, come ‘diversi’. “La pseudospeciazione, i riti di guerra, la disciplina assoluta e acritica richiesta ai soldati, la propaganda che racconta l’avversario come perennemente aggressivo, l’obliterazione dei segnali etologici di paura e resa, utili in natura per smorzare gli attacchi, fanno slittare la sana e adattativa aggressività animale in qualcosa di ben più atroce. E tutto ciò non per natura ma per cultura. Certo è che in nessun’altra specie, tranne che nell’umana, gli individui risultano così disinvoltamente, e consapevolmente, sacrificabili”.

Anche di se stessi, verrebbe da aggiungere, leggendo queste parole sull’evoluzione della vita sulla Terra: “Nella storia della vita sulla Terra si sono già verificati, e superati, cinque periodi di grave crisi. Non per nulla quella che stiamo vivendo viene dai paleontologi definita la ‘sesta estinzione’. Le precedenti crisi non furono comunque mai definitive. Altrimenti non saremmo qui. E, occorre rilevare, al loro termine seguì sempre un periodo di rigoglio evolutivo. Rimane però istruttivo il fatto che, a decretarne la fine fu, come del resto è logico, la scomparsa della causa stessa che le aveva prodotte. Ebbene, è fondamentale allora ricordarci che la sesta estinzione, quella che stiamo vivendo, l’abbiamo fabbricata soltanto noi. Sarebbe dunque essenziale che comprendessimo, ma sul serio, che è solo salvando le altre specie, soprattutto salvando gli equilibri naturali, che potremmo salvare noi stessi. Altrimenti sarebbe come se stessimo allegramente organizzando, col nostro comportamento intelligente, il nostro suicidio.

Beninteso a tutto vantaggio del mondo postumano!

E’ morto George, la TARTARUGA GIGANTE, 25 giugno 2012

QUITO, 25 GIU – “Il mondo ha perso il Solitario George”. Lo ha annunciato, in un affranto comunicato, il Parco Nazionale della Galapagos dopo che un inserviente ha constatato il decesso dell’ultima tartaruga terrestre gigante. Ormai ultracentenario, viveva in solitudine in un serraglio e non lascia discendenti. Il Solitario George sara’ imbalsamato, affinche’ continui ad essere un’attrazione per i quasi 200.000 turisti che visitano l’affascinante arcipelago ogni anno.
Viviamo un’emergenza ecologica senza precedenti. La scomparsa delle specie viventi è una minaccia alla nostra anima selvaggia, al nostro Io istintuale, alla nostra creatività e alla nostra libertà.
Uniamoci per fare anima ed ecologia e per farle in modo profondo!

PER GIOVE!

Il tardo pomeriggio di venerdì 4 maggio doveva essere occasione di vacanzina.

Una vacanzina molto locale, che solo io e TartaRugoso possiamo definire tale.

Si trattava infatti di esplorare un nuovo consorzio agrario vicino al mio luogo di lavoro. E che sarà mai un consorzio! potrebbe obiettare chiunque.

Bene. Per me e TartaRugoso serre, vivai, consorzi agricoli corrispondono al Paese delle Meraviglie di Alice e in quanto tale suscita sempre grande entusiasmo nella sua scoperta e perlustrazione.

E così attendevo con estremo piacere il finire della settimana lavorativa.

Uscendo dalla porta scorrevole, incrocio subito il viso terreo di TartaRugoso che annuncia il cambiamento di programma per una bella notizia. Bella era la parola usata, ma disconfermata dalla sua mimica facciale, che però ho subito afferrato a conclusione della frase.

“Stavo aprendo la porta per venire a prenderti e il telefono ha squillato. Era Enrico che dal nostro giardino lieto mi annunciava di avere appena rimesso a dimora Giove, trovato da Lorenzo alla Cappelletta”.

Il colore del mio muso non doveva essere molto diverso da quello del consorte.

Certo che era una splendida notizia, ma per Bacco, anzi per Giove!, come cavolo aveva fatto il disgraziato fratello ad arrivare alla miracolosa cappella, distante sette minuti di passo umano dal giardino?

C’è bisogno di fare memoria.

Tre anni fa un abitante del luogo ora passato ad altra vita ci aveva gentilmente avvertito di aver visto una tartaruga salire i gradini che sempre verso la cappelletta vanno (che Giove abbia periodicamente una crisi mistica?).

Impietriti dalla notizia, in quella tarda primavera ci eravamo subito precipitati alla sua ricerca. Il testardo rettile stava salendo di gran voga i gradini di sasso lasciando dietro sé piccole gocce di sangue: il piastrone ventrale era letteralmente spaccato in due.

Contattato d’urgenza il veterinario, trafelati in città dopo mezz’ora, direttamente all’ambulatorio, lì lasciamo il malcapitato, dopo essere stati rassicurati che un intervento di riparazione sarebbe stato possibile.

Tornati al giardino, un’accurata indagine ci fa scoprire un buco nella rete di protezione sufficiente al passaggio di Giove e al suo capitombolare da tre metri di altezza (reperti sanguinolenti testimoniavano il punto di atterraggio).

Da quel giorno TartaRugoso ha steso almeno una cinquantina di metri di rete lungo la balaustra di pietra del lungo terrazzo e ogni anno, prima del risveglio di Giove, verifichiamo che tutto tenga.

Che cosa poteva essere successo venerdì?

Tra l’altro, l’ottuso fratello era stato ricoverato nell’appartamento di città per quasi due settimane a protezione dal grande freddo e dalle insistenti precipitazioni piovose che hanno classificato lo scorso aprile come prosecuzione invernale. Devo dire che in quelle giornate, l’occupazione principale di Giove era quello di andare avanti e indietro con gran dovizia lungo la porta finestra del soggiorno, identificato come l’unico punto luce pavimento-soffitta e, nella suo preistorico cervello, probabilmente identificato come possibile via di fuga.

Io e TartaRugoso ascoltavamo il suo cozzare contro l’alluminio per ore, finchè, colto da fatica, si ritirava a dormire sotto l’armadio per iniziare la mattina dopo, al primo bagliore di chiaro.

Quindi cocciuto è.

Dicevo appunto di venerdì. Archiviata la vacanzina, corriamo al giardino per tentare di capire il suo percorso.

Trovo Giove sotto un cespuglio di rose. Lo prelevo per condurlo più lontano, verso il pino. Sta bene e il piastrone questa volta non è rotto.

Procedo con TartaRugoso a una minuziosa ricerca di punti di strappo della protezione metallica, ma non troviamo assolutamente nulla.

L’unica plausibile ipotesi (e due, dopo la scomparsa di Noelle) è che al termine della rete parzialmente sovrapposta alla colonnina di cemento, non essendo fissata alla stessa per via della durezza del materiale, la parte verticale della rete medesima offrisse, alla spinta testarda del guscio, la possibilità di essere piegata ed allargata per il suo oltrepassamento. Nel vuoto che sotto si apre.

TartaRugoso ha subito allineato una serie di sassoni nel punto verosimilmente critico, nella speranza che fosse quello il pertugio individuato dallo stupidone.

Certo che passato lo spavento si impone una riflessione sul destino e sulla casualità.

Casualità 1: Lorenzo avvista Giove su un piccolo promontorio vicino alla Cappelletta (così ci dice lui stesso venerdì sera quando lo incrociamo sul sentiero e lo ringraziamo immensamente per la segnalazione)

Casualità 2: qualcuno ha visto Giove camminare e lo ha messo lì sopra, anziché portarselo via o lasciarlo al suo procedere.

Casualità 3: Lorenzo ci dice che è stata la bambina prossima ad abbandonare il paese a dirgli che Giove era nostro.

Casualità 4: Enrico era presente per motivi del tutto fortuiti (un guasto nella sua casa lo ha stimolato a compiere un viaggio altrimenti evitato)

Casualità 5: TartaRugoso ha preso la telefonata per un soffio di dieci secondi, altrimenti non sarebbe stato più in casa. Giove a quel punto era già al sicuro, ma a noi ha tranquillizzato il poter andare quella sera stessa a verificare la presenza di buchi. Conoscendo Giove e la sua testardaggine, poteva benissimo essere che il mattino dopo ritentasse l’impresa.

Se non ci fosse stata questa concomitanza di casualità, io avrei perso Giove per sempre.

E che sarà mai una tartaruga! potrebbe obiettare chiunque.

Per me è una bestia sacra, è il mio alter-ego e ciò che meglio mi rappresenta nel mondo animale.

Quando è morta Celesta qualche anno fa, per probabile polmonite dovuta anche in quel caso a un mese di pioggia interrotta, ho passato momenti d’inferno, essendo scioccamente convinta della robustezza di questi rettili e delle fantomatiche dicerie sulla loro longevità e capacità di pre-sentire con ampio anticipo le variabilità del tempo.

Non è vero. Le tartarughe sono molto sensibili agli sbalzi di temperatura improvvisi e all’elevato tasso di umidità. Se fa freddo si bloccano e non è così scontato che riescano a ripararsi con le dovute accortezze. Anche loro si ammalano e non sono eterne.

Diversamente da altri animali oggi è assai difficile procurarsi le tartarughe, visto che le poverette non sono bestie d’affezione e vengono sterminate per farsene pranzi o accessori di vario genere e tipo.

Giove è l’unico che è riuscito a resistere in tutti questi anni e quando lo abbiamo acquistato dal nostro veterinario, il suo carapace portava già i segni di un passato burrascoso.

Che sia il nome Giove che lo protegge?

Chissà, le casualità forse sono il destino che si compie, e questa volta il destino ha decretato che Giove restasse nel cerchio dell’apparire.

Grazie di cuore a tutti coloro che hanno partecipato affinché questo destino si realizzasse.

Da TartaRugosa, da TartaRugoso e naturalmente da Giove.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Giorgio Celli (1997), Il Gatto di casa: etologia di un’amicizia, Franco Muzzio Editore

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Giorgio Celli (1997)

Il Gatto di casa: etologia di un’amicizia, Franco Muzzio Editore

Giorgio Celli ha cambiato dimora.

Come in tante sue storie, si fa trasloco, ma questa volta non si tratta di api, vespe, conigli, cani, cavalli, gatti.

Mi piace ricordarlo con la sua voce calda e pacata, gli occhi luminosi e ridenti, la sua testa un po’ incassata nel collo incorniciata dalla bianca capigliatura e la morbida barba.

Ho spesso pensato che il suo volto somigliasse a quello di un gatto, quei gattoni col muso tondo e largo, voglioso di carezze. Forse questa comparazione non gli giungerebbe gradita, ma non ne sono così convinta.

Giorgio amava i gatti. “Però quando mi tolgo il camice del professore e vado a casa, beh, l’etologo delle api si trasforma nell’etologo dei gatti. Perché da sempre, non vi dico da quando, dato che ci tengo, per un particolare capriccio ad occultare la mia età, io vivo in compagnia di questi animali eclettici e straordinari, e per decenni non ho potuto fare a meno di osservarli, di congetturare su quello che fanno, di confrontare le loro azioni in differenti contesti, e oggi mi illudo di averli un poco capiti”.

Anch’io amo questi animali.

Nelle mie scorribande fra i ciuffi di trifoglio spesso mi imbatto nelle loro zampe artigliate. Quatta quatta, riparata dal mio guscio, anche a me piace osservarli e verificare quanto ognuna di quelle creature dai calzari di diversi colori manifesti un proprio carattere e un proprio comportamento, assai poco omologabile l’uno all’altro.

Ecco perché mi diverte leggere i racconti di Celli, un entomologo/etologo sorprendentemente efficace nelle descrizioni scientifiche permeate da un’ironia e un’affettività assolutamente esclusive di chi ha fatto del regno animale non solo una brillante trasmissione televisiva, ma anche una scelta di vita.

In questo suo libro analizza il gatto casalingo e le sue frequentazioni con altri gatti “di fuori”.

Scrive che gatto colono e gatto domestico hanno abitudini molto dissimili. Infatti in un adattamento recentissimo (recente nella storia evolutiva) il gatto che vive con l’essere umano ha sviluppato un rapporto fondato sull’affetto e reciproca confidenza.

Questo è soprattutto visibile in alcuni particolari momenti, per esempio quello del parto. “In natura le gatte quando è giunto il momento di mettere al mondo i loro piccoli non vanno di sicuro a cercare le altre femmine perché facciano da levatrice .. Quando la gatta di casa deve partorire, beh, ci credereste?, ha spesso l’abitudine di  chiedere aiuto al padrone. …Ricordo una mia gatta di tanti anni fa, che una bella notte salì nel letto, mi svegliò ronfando e spingendo la testa contro la mia spalla, e una decina di minuti dopo mi scodellò il primo di tre gattini quasi sul guanciale, mentre io continuavo ad accarezzarla”.

Che il gatto poi riesca anche a percepire gli umori dell’uomo che pensa di essere il loro padrone è innegabile. Il mio TartaRugoso riesce ad emanare flussi estremamente comunicativi quando è nervoso e il primo captatore è proprio la nostra gatta, che si allontana senza indugio.

Lo stesso fenomeno lo ha osservato Celli, in una tribù allargata composta dai suoi gatti di casa e da quelli per così dire clandestini. Gli intrusi, così racconta “non si limitano a curiosare, ma producono spesso dei guasti, buttando in terra risme di carta e libri rari dalla scrivania … rientrando di sera se i colpevoli sono ancora presenti, mi metto a far loro degli urlacci, batto le mani, minacciando di inseguirli. Ci credereste? I gatti estranei fuggono a zampe levate e quelli di casa? …Sembrano sapere benissimo che sono gli altri, i clandestini, l’oggetto delle mie contumelie, mentre loro, inquilini legittimi del posto, non hanno proprio nulla da temere …Se io urlo non è per loro, ma per gli intrusi”.

E’ bello pensare a questo andirivieni di gatti con le loro storie più o meno drammatiche, fatte di salvataggi, recuperi, adozioni. La casa di Giorgio per loro è sempre aperta. Come per Bianca all’olio, avvistata durante un viaggio in autostrada verso la sede di un convegno. Nell’aria di servizio quella povera gattina sembrava mendicare del cibo, trascinandosi un po’ di traverso sulle zampe, come se fosse stata urtata da un’automobile. Il pensiero di quell’esserino così pericolosamente esposto insegue Giorgio per tutta la conferenza, tant’è che, al ritorno nel cuore della note, ripassando da quell’area di servizio, tenta di avvicinarla senza successo. Rientrato a casa, un sogno terrificante gli rimanda l’immagine di un Tir che schiaccia la bestiola. “Mi sono svegliato in un’alluvione di sudore, e con il cuore che mi batteva come un tamburo. La mattina dopo, insieme al mio fedele collaboratore, sono andato a prenderla … Ora vive nel mio giardino e le ho dato un nome: Bianca all’olio. Che ne dite? Mangia regolarmente e se ne sta al calduccio. Tutto in virtù di un sogno che forse era premonitore”.

Padrone affettuoso, Celli, accanto al suo atteggiamento di studioso, non manca di compiere qualche tiro mattacchione. E’ il caso di quello che definisce “comportamento di accoglienza” di uno dei suoi tanti mici, determinato dalla sua presenza costante dietro alla porta di casa nel momento in cui si apriva la porta, come se il gatto in attesa ne avesse percepito in anticipo il ritorno.

Era l’ascensore che avvertiva il micio del mio rientro? Quando ero in casa, il gatto non dava alcun segno di attenzione al ronzio dell’ascensore … Salii per ben tre volte le scale a piedi, con le scarpe in mano per minimizzare ogni possibile rumore d’avvertimento, e niente da fare: il gatto mi aspettava dietro la porta. La cosa diventò per me una specie di ossessione, ci pensavo e ci ripensavo senza riuscire a formulare uno straccio di ipotesi”.

Finchè la scoperta grazie al figlio di un vicino che si compra una motocicletta e sceglie di parcheggiarla vicino al suo garage. Come spesso accade la soluzione è più vicina di dove la si cerca e Celli riesce a mettere in relazione il comportamento di attesa del micio con il suo stesso uso della moto Guzzi e il rumore del motore. Naturalmente la scoperta avviene a scapito del povero felino, il quale una sera… “stavo sul divano a godermi la TV, quando il rumore suddetto giunge da sotto – il vicino rientrava in moto – e il gatto, che sonnecchiava sul pavimento si alza sulle zampe di colpo, e si dirige rapido verso la porta di casa. Ahilui!, passando vicino al divano mi vede: il suo passo rallenta, si ferma, si volta a fissarmi ed emette un miagolio straziante. Che cosa succedeva? Ero là, ero qua, stavo per giungere ed ero già arrivato”.

In effetti, ripensandoci dopo, il fenomeno dell’attesa non si verificava nei giorni di pioggia, quando la moto restava in garage!

Rileggendo oggi quelle stesse pagine del racconto, sembra quasi un dolce segnale l’istruttivo ragionamento appreso dal gatto: “Scoperto che il clan clan (della moto) era inaffidabile, l’animale si comportò di conseguenza. Lo trovavo qualche volta sì e qualche volta no dietro la porta. Passato dall’universo di Newton a quello di Heisenberg, dalla certezza alla probabilità, il mio micio si era convinto che “Dio gioca ai dadi”, e che anch’io faccio lo stesso”.

Sono qua, sono là.

Miao, Giorgio.

Oggi, al mercato di Pasqua di Viale Varese: Tartaruga Horsfieldi

Ordine: Cheloni
Sottordine: Criptodiri
Famiglia: Testudinidae
Genere: Testudo
Specie: Horsfieldi

Provenienza

Kazakistan, Uzbekistan, Pakistan, Afghanistan, Iran e Cina

Link:

Bruno Tenerezza ha scritto La mia tartaruga, un libro dedicato ai bambini

Bruno Tenerezza ha scritto La mia tartaruga, un libro dedicato ai bambini a partire dagli otto anni, per far loro conoscere questo simpatico animale:

La mia tartaruga. Il carattere. L'alimentazione. Le cure. Con stickers

Tenerezza Bruno

La mia tartaruga. Il carattere. L’alimentazione. Le cure. Con stickers, Giunti editore

Passeggiata verso la roccia della tartaruga

San Teodoro - la roccia della tartaruga

La passeggiata verso il monumento naturale è comunque di notevole fascino, nei suoi pressi si trovano anche delle piccole ed accoglienti spiagge, affacciate davanti alle incantevoli isole di Tavolara e Molara. Proseguendo verso San Teodoro, dopo aver superato la frazione di Monte Petrosu, si trova sulla sinistra il cartello che indica Capo Coda Cavallo, il punto dell’isola più prossimo a Molara, dove è ubicato il Villaggio Punta Est, ai piedi del quale sorge un arenile non bellissimo ma con l’acqua eccezionalmente verde. L’area è parte integrante del Parco Marino di TavolaraCapo Coda Cavallo, che ricade nei comuni di Olbia, Loiri Porto San Paolo e San Teodoro. I limiti dell’area protetta sono Capo Ceraso a Nord e l’Isuledda a sud. Il suo simbolo è senza dubbio l’isola di Tavolara, costituita di candida roccia calcarea che spicca tra i graniti galluresi. All’imboccatura della strada per Capo Coda Cavallo, ad un paio si chilometri dalla strada statale, si trova la famosissima spiaggia di Cala Brandinchi, un insenatura eccezionale, con fondali bassi ed acqua cristallina, con un arenile di sabbia finissima spesso raccolta in candide dune. Ritornando sulla tortuosa ss. 125, si prosegue per pochi chilometri verso sud fino ad arrivare nei pressi della frazione di Lu Fraili, dove si trova (sinistra) l’ingresso per il villaggio di Puntaldia, famoso per il campo da golf nato al suo interno. La strada conduce a porto Brandinchi, che non c’entra niente con la Cala omonima, dove sorge l’immensa spiaggia di Lu Impostu.

UNA TARTARUGA DI NOME SILVIO | TartaRugosa

Te lo ricordi? E’ stato ritornando

da una lunga camminata

quando in un campo d’erba medica

s’è all’improvviso rivelata.

Di medie dimensioni, lo scudo

bruno e giallo, tra tante tartarughe

era la più comune – non se ne avesse

a male – direi la più scontata.

Ma è stato sufficiente

che estroflettesse il capo,

azzardo necessario

ad afferrare l’erba,

perché ci intenerissimo

davanti a quella prova

di una spavalderia, per lei,

superba. Portiamocela a casa,

hai detto sorridendo.

Arricchirai il tuo parco

di un animale quieto

e malgré lui, fedele, doppio della tua casa – in casa di

testuggine stanziale. Poi l’hai

con delicatezza sollevata:

ritratta in carapace,

con le zampette tese

in cerca di un appiglio,

la nostra tartaruga non ha saputo

far di meglio che emettere un liquore

denso, biancastro e untuoso –

almeno in apparenza, seminale.

Cento, duecento metri e il liquido,

lungi dall’esaurirsi, sembrava un fontanile.

Lo chiameremo Silvio, abbiamo

concordato. E giunti nel giardino

l’abbiamo posto a terra

con tale devozione che a un santo

protettore mai avremmo

riservato una simile attenzione:

eletto maschio, e maschio veramente,

lui veglierà la casa, chelone onnipotente.

Ma è stato solo un sogno, anche

piuttosto breve, visto che l’indomani

Silvio, l’idolatrato, era sparito.

Chissà, forse neanche era

maschio – di certo ci ha tradito.

in Franco Marcoaldi , Animali in versi, Giulio Einaudi Editore, 2006

Letargo della tartaruga terrestre all’aperto

….

LETARGO ALL’APERTO

Per un ottimo letargo dobbiamo fornire la recinzione di svariati rifugi coperti.La temperatura ambientale si deve mantenere intorno ai 5°C: a questa temperatura la tartaruga si addormenta profondamente consumando il minimo indispensabile di energie.
Temperature inferiori a
2°C portano l’esemplare al congelamento dei tessuti e a gravi conseguenze celebrali, ma questo accade solo ad esemplari che ibernano all’aperto senza un’adeguata protezione. Sopra i 10°C invece l’esemplare attiverà in parte il suo metabolismo, ma le condizioni non sono tali da potergli permettere di attivare l’apparato digerente: in questo caso la tartaruga consumerà tutte le sue riserve fino a morire d’inedia. Per monitorare al meglio le temperature possiamo munirci di un comune termometro, meglio ancora se a sonda che rilevi la temperatura nel punto di interramento.
La durata del letargo è di circa 20 settimane, da novembre a marzo, ma nelle regioni meridionali può ridursi a solo 8 settimane. Una tartaruga per svernare senza problemi deve avere l’intestino completamente vuoto e quindi con l’abbassarsi delle temperature solitamente essa rifiuterà il cibo per un periodo variabile da una a due settimane. Se allevate all’aperto, le tartarughe saranno in grado di regolarsi da sole; in questa fase si deve comunque evitare di proporre cibi particolarmente appetibili o di sforzarle a mangiare. La diminuzione delle temperature spingerà infine le tartarughe ad interrarsi. Verificare che il luogo prescelto non sia soggetto ad allagamenti e, soltanto quando saranno scomparse da alcuni giorni, aggiungere uno strato di foglie secche o di paglia.
Nelle regioni settentrionali, dove si registrano le temperature più basse, può essere necessario coprire le foglie con del TNT (tessuto non tessuto), soprattutto se le temperature rimangono stabilmente sotto lo zero per più giorni.
Se si opta per un letargo protetto o controllato, fatto in locali freddi ma riparati (vedi paragrafo seguente), si deve essere certi che la tartaruga si sia svuotata l’intestino prima di riporla negli appositi contenitori. Per facilitare tale evacuazione si consiglia anche un bagnetto tiepido (attorno ai 24° C).

l’intero Post , davvero molto informato e con belle fotografie è sul Bloghttp://www.tartarughe.info/index.htm e, più precisamente qui:

Tartarughe esotiche in guerra

A 15 minuti dal mio giardino esiste una proprietà in cui abitano “tartarughe extracomunitarie” di varie provenienze. Sono bellissime. Le guardo sempre come un’adolescente ammira le topmodel. In particolare le geochelone sulcatahanno un fascino incredibile: enormi, con grosse zampe rivestite da squame e una bocca capace di divorare una grossa zucchina in 4 bocconi.

Anche quest’anno (il terzo dal loro arrivo) ho chiesto notizie al proprietario e, più in generale, se tutto l’eterogeneo allevamento dei miei consimili avesse superato bene questa difficile primavera.

L’aggiornamento ricevuto mi ha profondamente turbato. Un geochelone ha brutalmente decapitato un esemplare più giovane di dimensioni inferiori e un altro si è procurato lesioni così gravi e mortali da far pensare a un caso di suicidio.

La crescita ponderale conquistata in un anno, inoltre, ha costretto l’amatore di questi esemplari a cercare spazi ancora più ampi di quelli già cospicui messi a disposizione.

Ma non è finita. Altre tartarughe terrestri africane, nonostante il terrario protetto e climatizzato, sono state sorprese dalle repentine variazioni climatiche (escursioni fino a 20° nell’arco di 24 ore) e sono decedute per probabile polmonite.

Insomma, una tragedia.

Nella mia caparbietà di TartaRugosa, curiosa soprattutto di capire il perché di questi attacchi guerrieri fra maschi geocheloni (e anche con femmine) ho consultato il libro di Fabrizio Pirotta “Tartarughe terrestri. Imparare a conoscerle per allevarle con cura e rispetto del loro benessere” Ed. Calderini, trovando la seguente testimonianza dell’autore: “Altro problema, questa volta di autolesionismo, consiste nel forte senso di territorialità di questa specie. In natura ogni esemplare, maschio o femmina che sia, conduce infatti una vita solitaria attorno alla tana che ognuno si scava nel terreno. Questa esistenza solitaria è interrotta solo durante la stagione degli accoppiamenti. Per tutto il restante periodo dell’anno gli animali saranno particolarmente aggressivi con chiunque osi invadere il loro territorio. Ciò significa che in cattività non si potranno assolutamente tenere altre tartarughe nello spazio dedicato alle Sulcata; se così fosse, gli intrusi, sicuramente di dimensioni inferiori, sarebbero sottoposti a ripetuti attacchi, soprattutto da parte dei maschi, che oltre ad essere possibili cause di pericolosi capovolgimenti, potrebbero anche causare gravi ferite inflitte dai poderosi rostri sporgenti dalla parte anteriore del piastrone. Purtroppo questa aggressività, tipica dei maschi, si manifesta al di fuori del periodo degli amori anche verso le femmine della stessa specie”.

L’autore conclude dicendo che ben pochi sono i lati positivi nell’allevare testuggini così particolari. Le difficoltà sono talmente elevate che ben presto ci si potrebbe trovare nella condizione di volersi liberare a tutti i costi degli animali allevati.

Non sempre l’amore per le tartarughe giustifica la pretesa di volerle adattare in un clima che non corrisponde a quello delle loro origini.

PERICOLI CLIMATICI AL RISVEGLIO DELLA TARTARUGA | TartaRugosa

Le recenti brusche variazioni climatiche cui sono sottoposte le nostre aree settentrionali sono un danno anche per le tartarughe.

Negli ultimi anni, infatti, si sono avute temperature molto miti nei mesi di febbraio e marzo. E’ poi successo che nei mesi di aprile e maggio il termometro abbia drasticamente virato verso il basso (quest’anno la neve è arrivata in aprile e ai primi di maggio le notti non hanno superato gli 8 gradi).

Le tartarughe uscite dal loro rifugio potrebbero non riuscire ad interrarsi nuovamente e questo potrebbe loro causare malattie da raffreddamento anche talmente gravi da causarne la morte.

Occorre pertanto sorvegliarle e aiutarle a ripararsi, fornendo loro la possibilità di un ambiente esterno protetto, oppure ricoverandole in casa fino al nuovo rialzo della temperatura (se la casa è riscaldata, si potrà riportare in giardino la tartaruga quando il termometro segnerà i 18 gradi).

Il raffreddore causato da un risveglio prematuro dal letargo lo si riscontra da un’anomala umidità nella zona delle narici dovuta a scoli nasali più o meno continui. In caso di peggioramento si verificheranno starnuti e consistenza mucosa dello scolo, accompagnati da inappetenza , evidente indebolimento e lentezza di movimento. In questo caso occorre l’intervento del veterinario per le cure adatte e per scongiurare il pericolo di polmonite.

LEGGI PER LA PROTEZIONE DELLE TARTARUGHE | TartaRugosa

L’interesse che l’uomo dimostra nei confronti di questi rettili è rivolto verso l’aspetto alimentare e l’utilizzo del carapace. In tempi remoti si aggiunge l’inserimento negli zoo e nelle collezioni scientifiche, mentre è da periodi prossimi a noi che si è andata diffondendo l’adozione delle tartarughe come animali da compagnia. Queste motivazioni, aggiunte al progressivo degrado ambientale verificatosi in varie parti del pianeta, hanno a poco a poco ridotto in assoluto il numero delle tartarughe esistenti in natura e hanno portato talune specie, più minacciate di altre per alcune loro caratteristiche, fino alla pericolosa soglia dell’ estinzione. È per esempio questo il caso di Cheloni propri delle zone più industrializzate e più popolate.

Tutte le specie terrestri sono tutelate da norme internazionali e nazionali (CITES, Convenzione di Berna). La cattura, la detenzione e la vendita di tutti gli esemplari selvatici sono VIETATE con ammende di alcuni milioni e anche la detenzione nei casi più gravi. Se acquistate una tartaruga informatevi sulle leggi che proteggono queste specie ed esigete un certificato di nascita in cattività. Le normative CITES si dividono in tre appendici I,II,III.

L’appendice I pone il divieto assoluto di cattura detenzione e vendita di alcune specie.

L’appendice II consente un commercio strettamente limitato di esemplari nati in cattività.

L’appendice III elenca le specie di cui un singolo stato abbia richiesto norme di tutela.


Legislazione italiana

Legge N° 874 del 19 dicembre 1975, pubblicata sul Supplemento Ordinario alla Gazzetta ufficiale N° 49 del 24 febbraio 1976, con titolo “ratifica ed esecuzione della convenzione sul commercio internazionale delle specie animali e vegetali in via di estinzione, firmata a Washington il 3 marzo 1973”. Dopo la ratifica avvenuta il 2 ottobre 1979 presso il Governo  Svizzero, tale legge entra in vigore in Italia il 31 dicembre 1979. Ulteriori modifiche alla legge vengono apportate e pubblicate sul Supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale N° 41 del 12 febbraio 1980. Nella legge è riportato il testo della Convenzione alla quale hanno aderito 77 paesi, Italia compresa.

Convenzione di Washington

Al testo della convenzione  sono allegate tre appendici (la terza da istituirsi a cura degli Stati aderenti), nelle quali sono comprese le specie oggetto di tutela. Nei Principi fondamentali la legge recita testualmente:”1) L’appendice I comprende tutte le specie minacciate di estinzione per le quali esiste o potrebbe esistere una azione di commercio .[….] 2) L’appendice II  comprende …… tutte le specie che…… potrebbero esserlo in futuro……. Se il commercio…. non fosse sottoposto ad una regolamentazione stretta….. 3)L’appendice III comprende tutte le specie che una Parte (= Stato) dichiara sottoposte……. Ad una regolamentazione….tali da richiedere la cooperazione delle altre parti per il controllo del commercio.[…..]”

Convenzione di Berna

Legifera in materia di tutela della flora e della fauna europee. Vieta la cattura, la detenzione e il commercio delle specie comprese nell’elenco. È  stata firmata a Berna il 19 settembre 1979 e adottata in Italia il 5 agosto 1981, tramite la Legge N° 502 (G.U. N° 250 dell’ 11 settembre 1981). Vi hanno aderito: Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Irlanda, Italia, Liechtenstein, Lussemburgo, Norvegia, Olanda, Portogallo, Spagna, Svezia, Svizzera, Turchia.

Riassumendo oggi giorno,per allevare qualunque tipo di rettile in terrrario è necessario l’autorizzazione dell’Asl competente,rilasciato all’acquirente dal venditore mediante un certificato. In particolare,a tutela delle tartarughe terrestri nostrane esistono severe normative,stabilite dalla Comunità Europea nell’allegato A del regolamento n. 338/97. Queste tartarughe (Testudo hermanni,T. greca,T. marginata) possono essere tenute in cattività solo se nate già in tale condizione, denunciate al Corpo Forestale dello Stato fra il 1992 e il 1995 e provviste di un certificato originale, corredato da fotografia e microchip,rilasciato dal Corpo Forestale. Le tartarughe terrestri europee nate in cattività possono essere cedute  a terzi solo se provviste della suddetta documentazione. In ogni caso,possono essere regalate ma non vendute.

La grandezza di una nazione e il suo progresso morale si possono giudicare dal modo in cui essa tratta gli animali”

-Gandhi –

da: http://www.tartarugheterrestri.it/sito/04.htm

Il terrario: spazio vitale delle tartarughe di terra | TartaRugosa


Le tartarughe di terra necessitano di un terrario asciutto e molto spazioso con un substrato profondo almeno 25 cm, composto da terriccio, sabbia e argilla e, qualora non fosse presente la luce solare diretta, una lampada specifica che emetta raggi UV-B, importantissimi nei processi che servono a fissare il calcio della corazza.

Alcune specie, come le Testudo hermanniTestudo graeca eTestudo horsfieldi, possono essere allevate all’aperto durante il periodo estivo, quando la temperatura di notte non scede sotto i 18°C.

Il recinto dev’essere spazioso e offrire sia posti al sole che all’ombra. Una tartaruga da terra adulta ha bisogno di uno spazio di almeno 2 mq, se le tartarughe sono più di una, si dovrà aumentare lo spazio di conseguenza.
E’ di vitale importanza creare una zona d’ombra con arbusti o una piccola tettoia dove possano rifugiarsi le tartarughe durante la pioggia o per difendersi dalle calde giornate estive e allestire una piccola pozza d’acqua facilmente accessibile e non più profonda di 2-3 cm.

Devono essere protette dagli altri animali (cani, gatti,…) e avere cura di interare parzialmente, per almeno 40 cm, il materiale utilizzato per la recinzione (rete o lastre di ardesia) al fine di evitare che le tartarughe, scavando, possano evadere.

Possono essere anche lasciate libere nel giardino a condizioni che:
– il giardino sia recintato in modo tale che non possano fuggire;
– delle eventuali scale che scendono non sono loro accessibili;
– l’orto sia recintato (altrimenti diventa una loro fonte di nutrimento);
– non siano piante velenose e non si faccia uso di anticrittogamici o altri veleni (contro lumache, topi,…);
– non siano presenti oggetti che, cadendo, possano schiacciarle;
– un eventuale laghetto sia recintato (annegherebbero).

Con l’arrivo del freddo è invece necessario porle a “svernare” in un luogo molto tranquillo, freddo ma protetto dal gelo. Può essere sufficiente una semplice cassetta in legno o un cartone riempito con torba e/o foglie inumidite. Gli animali riposeranno dall’autunno fino alla primavera.
I rettili in letargo sono completamente indifesi e devono essere protetti sia dai roditori che dai gatti.

In primavera, dopo il risveglio degli animali dal letargo, verrà fatto loro un bagno in acqua tiepida. Il livello dell’acqua dovrà essere molto basso permettendo loro di tenere la testa fuori dall’acqua senza sforzi. durante questo primo bagno la tartaruga beve tanta acqua.

da Viridea.it

George: la tartaruga quasi estinta | TartaRugosa

Per richiamare l’attenzio ne sulle specie in pericolo, esistono animali più fotogenici di una tartaruga, an che gigante, delle Galapagos. Marrone scuro, sgraziato, lo sguardo spento e l’espressione arcigna di chi ha perso la dentie ra, George non ha un fisico da Icona, ma è l’unico superstite diGeochelone nigra abingdonii, una sottospecie che, salvo miracolo della scienza, si estin guerà con lui.

Negli anni Venti, scrive Henry Nicholls, i suoi si mili popolavano ancora l’isola della Pinta, venivano uccisi per la carne o per sport, e catturati vivi a centinaia per rifornire, con uno o due sopravvissuti al trauma, collezioni pubbliche e private. Sembrava che fossero estinti quando nel 1971 uno stu­dioso di chiocciole avvistò Ge orge senza intuirne la rarità. Mesi dopo ne parlò a cena con uno specialista,il bestione venne trasferito al centro di ricerca Charles Darwin, nell’isola di Santa Cruz.

Risultò avere tra i 30 e i 50 anni. Era un giovane in buona salute, restava da trovargli compagne con le quali avvia re un programma di riproduzio ne e di ripopolamento, come al tri già realizzati con successo.

Nicholls racconta l’arrivo dall’America Latina delle tarta rughe antenate, l’esodo da all’isola all’altra, il sorprenden te tragitto fino a Pinta, la più di­stante dall’approdo, la diaspo ra in zoo e musei. Dopo una ri cerca nella biblioteca e nei depositi del Museo di Storia naturale di Londra per procurarsi altre fonti storiche oltre a Darwin, parte «con una copia sgualcita della seconda edizio ne de II Viaggio di un naturali sta intorno al mondo» per un’indagine sul campo. Rifa il viag gio di George (e in parte quello della Beagle), parla con i suoi custodi e con i ricercatori che tentano di salvare la fauna e la flora locale.

Ci riusciranno? Le Galapagos sono protette da trattati intenazionali e da leg­gi ecuadoregne  ma aumenta no i turisti, gli immigrati clan destini, gli animali d’alleva mento, le coltivazioni. L’am biente a disposizione delle spe cie autoctone si trasforma e si riduce: tra chi vuoi preservarlo, ammirarlo o sfruttarlo per necessità, ci sono conflitti, tal volta armati. Nel 1995, i pesca­tori di frodo marciano contro il Centro Darwin, brandiscono cartelli con la scritta «!Muerte al Solitario Jorge!», cercano di rapirlo, incendiano alcuni edifi ci per protestare contro il divie to di rastrellare le oloturie dai fondali.

Rimaste in poche an che loro, valgono una fortuna nei Paesi dove quei «cetrioli di mare» dalla forma allusiva so no ritenuti afrodisiaci. Ironia della sorte, sono appena falliti tutti gli sforzi per risvegliare interesse di George verso femmine imparentate che vengo no portate nel suo lussuoso re cinto. Per quattro mesi, una stu dentessa svizzera prova a mas saggiargli ogni giorno l’organo sotto la coda. Purtroppo rien tra in Europa per il dottorato proprio quando la diffidenza iniziale di George si trasforma in gradimento.

Nicholls esaminale alterna tive e le scarta. Semmai si riu scisse a ottenere sperma da George, non si saprebbe come praticare una qualche forma di fecondazione assistita a una femmina senza farle rischiare la vita. La clonazione con il me todo Dolly è esclusa: le rettili non hanno un utero nel quale impiantare un ovulo feconda to e nessuno sa come ricreare un uovo intero, guscio com preso, da mettere in incubatri ce.

Henry Nicholls, George il solitario. La vita e gli amori di un’icona della sopravvivenza, traduzione di Giuliana Olivero, Codice, Torino, 2008, p. 204

in Sylvie Coyaud, La tartaruga quasi estinta

Possa la mia vita essere come una tartaruga | TartaRugosa

Mentre percorro la strada della vita, possano i miei passi essere come quelli di una tartaruga, fermi e sicuri. Non importa quale ostacolo si trovi sul suo cammino, troverà alla fine un modo per aggirarlo, sopra o sotto.

E se una persona sventata la sollevasse e la deponesse di nuovo rivolta dalla parte opposta, si girerà sempre, troverà la via originaria, e si dirigerà verso la sua meta.

Possa essre coperta come una tartaruga da una corazza solida, tonda e impermeabile, che mi protegga dai colpi e dai lividi della vita e mi offra un riparo dalle tempeste; e se mai dovessi cadere sul dorso, possa esserci sempre un amico che mi rimetta dolcemente in piedi.

Possa la mia pelle essere come quella di una tartaruga, spessa e coriacea, così che le parole dure dette con rabbia non feriscano il cuore. Possa il mio cuore essere come le zampe e gli artigli di una tartaruga, solidi e robusti; e non importa quanto possa essere duro, secco o sassoso il terreno, sarò sempre in grado di scavarlo e piantarvi i semi della felicità, della pace e dell’appagamento. E tutti i semi che pianterò nella mia vita possano crescere e fiorire e portare frutti meravigliosi.

E da ultimo, possano i miei occhi essere come quelli di una tartaruga, brillanti e vivaci, che non guardano mai indietro alle nuvole minacciose radunate alle sue spalle, ma sempre avanti a un futuro roseo e brillante.

dalla Newsletter del British Chelonia Group

Corteggiamenti | TartaRugosa

Durante i corteggiamenti il maschio manifesta attenzione per la tartaruga femmina con violenti morsi ed urti contro il carapace. Tutto ciò continuerà finchè la femmina, esausta, sarà accondiscendente e permetterà al maschio di posizionarsi sul suo carapace per l’accoppiamento.

La violenza di questi approcci potrebbe indurre, chi vedesse la propria tartaruga così maltrattata, a separarla immediatamente dal suo compagno. Ma così facendo si otterrebbero solo deposizioni di uova non fecondate.

Esiste il rischio che la femmina riporti ferite più o meno gravi sia sugli arti anteriori che posteriori. Qualora se ne presentasse la necessità, occorre intervenire con un’adeguata medicazione.

Per alleviare parzialmente questa “sofferenza” è consigliabile che per ogni maschio si abbia un rapporto di almeno due femmine, in modo che le aggressioni si succedano con minor frequenza. Di conseguenza è da evitare che una sola femmina sia sottoposta alla presenza di due o più maschi.

E’ molto raro che l’accoppiamento avvenga al primo tentativo. Talvolta esso ha successo solo perché la femnmina si infila in un angolo che non le dà possibilità di fuga.

L’alimentazione della tartaruga

La dieta ideale della tartaruga è povera di proteine e� grassi, mentre è ricca in carboidrati complessi, fibre e calcio e sufficiente per gli altri minerali come il fosfato e le vitamine. Il calcio è importante per la costruzione della corazza e dello scheletro, specialmente nei giovani, per la produzione di uova nelle femmine che le depongono e per le funzioni muscolari.�
Ranuncolo, trifoglio, tarassaco, caprifoglio, piantaggine, crespigno e piante simili forniscono le fibre necessarie alla dieta in libertà. Essendo poichiloterme, le tartarughe sono in grado di digerire il cibo solo se mangiano alla giusta temperatura ambientale, l’ideale sarebbe tra i 20 e i 32°. Al di fuori di questo intervallo, diventano indolenti, possono sperimentare stress fisiologico, mangiare meno del fabbisogno, digerire in modo inefficiente e correre un rischio più alto di morte per malattia.

Divertissement: le unghie smaltate possono essere scambiate per i loro frutti preferiti. Uno smalto vermiglio può essere scambiato per un pezzo di pomodoro. Come può testimoniare chiunque abbia avvicinato troppo un dito alla bocca di una tartaruga, hanno un morso tenace e forte che può far sanguinare, lasciando un chiaro segno della forma della mascella.

viaL’alimentazione della tartaruga.