GIOVE E L’ERBA DEL VICINO

 

TARTSSALE

La prima volta non me n’ero nemmeno accorta.

La segnalazione di una tartaruga alle prese con l’inferriata di un cancello è avvenuta per interposta persona. Ma il fatto più sorprendente era che il cancello in questione non era del mio giardino, bensì quello del vicino.

Come ogni buon investigatore ho tentato di ragionare sugli indizi disponibili, in questo caso il luogo.

Se non fosse per un muretto che ne delimita il confine, uno dei sentieri che si snoda nel mio giardino (quello chiamato via dell’orto), sarebbe in perfetta continuità con quello dell’altro proprietario. Entrambi condividono la caratteristica di terminare con alcuni gradini: il mio ne conta nove per scendere al sentiero sottostante e Giove, abbastanza regolarmente, li percorre per incamminarsi come sempre verso nord ed arrestarsi di fronte a un’inferriata che abbiamo posto a difesa di altri gradini che costituiscono l’ingresso secondario della nostra casa.

Questa volta però qualcosa di nuovo era successo, visto che Giove anziché decidere di compiere l’usuale traiettoria aveva stabilito di perlustrare la continuità della via dell’orto.

Questo era il dilemma: come diavolo aveva potuto superare il muretto di confine, arrivare alla fine del sentiero (sempre comunque seguendo la direzione nord) e finalmente arrestarsi davanti all’altrui cancello, fortunoso limite di altri gradini che lo stolto avrebbe sicuramente disceso per proseguire la sua passeggiata perdendosi per sempre?

Chi lo aveva notato ne aveva descritto il nervosismo e le bizzarre impennate per scavalcare quelle sbarre. Grazie a quello sguardo casuale, una mano fortunosa si era intrufolata attraverso le sbarre, aveva recuperato il vagabondo e riconsegnato alla legittima proprietà.

Era circa metà agosto e le ipotesi sull’evento si sprecavano.

L’attento sopralluogo sulla zona di confine non mostrava segni particolari di possibilità di fuga, così come il centinaio di metri protetto dalla rete metallica posta da TartaRugoso dopo un’altra evasione di Giove di qualche anno fa (si era lanciato da tre metri di altezza rompendosi il piastrone) appariva indiscutibilmente invalicabile.

Insomma, pareva impossibile una fuga condotta in autonomia.

Da qui, con poco senso investigativo, partivano altre supposizioni basate su indizi pregiudiziali, come di solito accade in ogni paese quando si parla dei vicini.

E l’idea maggiormente suffragata riguardava un rapimento a tempo determinato per intrattenere un bambino troppo curioso e vivace.

Esaurito il passatempo, sulla strada del ritorno l’”onesto” trafugatore avrebbe restituito l’animale, sbagliando però cancello.

Il furto quindi non sarebbe stato compiuto in malafede, ma esclusivamente per soddisfare una richiesta infantile. In paese, poi, è notorio che le voci si allarghino. Qualche altro furtarello in bottega, un comportamento un po’ bizzarro, l’ignoranza e la malaeducacion costituivano elementi inconfutabili per sostenere questa convinzione sul colpevole.

Come TartaRugosa però rimanevo piuttosto scettica su questo verdetto di appropriazione indebita.

La seconda volta è accaduta il 24 agosto. O meglio, la certezza che Giove non era più in giardino l’ho avuta il 26. Il 25 infatti pioveva e in questa circostanza il tartarugo se ne sta tranquillo e riparato.

Il 26 invece era una giornata splendida e calda. Secondo le sue tradizionali abitudini Giove avrebbe dovuto godersi il tepore dei raggi solari. Invece nulla.

In diversi momenti della giornata continuavo a scendere e salire i suoi piani preferiti, a cercare sotto i cespugli dei rosmarini e sotto i teli dell’orto. Nulla.

Percepivo nettamente la sua mancanza e poco mi consolavano le parole dei vicini che attribuivano al calo della temperatura il suo nascondimento.

Ero certissima che Giove non fosse più lì e con queste parole avevo liquidato anche il commento di TartaRugoso sulla sua probabile ricerca della tana invernale.

Dopo una ferrea ricerca a due, l’ennesima a vuoto, esprimo il mio senso investigativo.

Tra il nostro sentiero e quello del vicino è posto come divisorio un muretto sormontato da una rete a losanghe abbastanza fitte, tali da non consentire il passaggio della tartaruga. A ridosso del muretto c’è il cumulo di una delle nostre compostiere, anch’essa circondata da una rete.

Già dalla prima sparizione mi ero soffermata a lungo in quel punto. La rete infatti presentava una specie di tasca tra muro e cumulo e, a mio parere, il manigoldo avrebbe potuto intrufolarsi in quella zona lasca e sorretto proprio dalla rete metallica si sarebbe dato da fare per raggiungere la sommità del muro e lasciarsi cadere nella proprietà del vicino.

E’ assolutamente impossibile” ri-decretava il consorte, come già aveva fatto la volta precedente.

La paranoia è un brutto affare: se non esistevano vie di fuga, qualcun altro ne doveva essere responsabile. Varie imprecazioni quindi verso colui che misteriosamente ritornava sulla scena, anche se a me continuava a sembrare decisamente anomalo.

Troppe volte avevo osservato l’ostinato Giove mentre tentava di salire gradini, cumuli di terra, piani inclinati senza arrendersi di fronte agli scivolamenti, anzi ancor più caparbiamente riprovare l’impresa nonostante l’innegabile difficoltà.

Continuavo perciò a pensare che quella rete lasca potesse essere l’unica complice della nuova scomparsa.

Meno male che siamo in due, in forme diverse, ad essere ostinati quasi quanto Giove.

Ognuno in preda alla sua malinconia, io e marito ci siamo separati inseguendo le proprie strategie di ricerca.

Dopo circa 15 minuti, la voce maschile mi raggiunge con un “L’ho trovato!” e all’orizzonte compare un braccio alzato e una mano che stringe lo zampettante Giove.

Era nuovamente nel giardino del vicino.

Giove ha un’inconfondibile caratteristica: quando sente il passo di qualcuno, sbuca dal suo nascondiglio e si avvicina. Sono anni ormai che questa sua socievolezza comporta un premietto alimentare ed evidentemente, come Pavlov insegna, il condizionamento dà i suoi frutti.

TartaRugoso, profittando di un disagevole pertugio ai piani alti, era riuscito ad introdursi oltre il confine e a scandagliare il territorio.

Stavo tornando indietro dopo aver guardato in ogni direzione, quando improvvisamente me lo sono visto davanti, con la testa alzata a guardarmi”.

Deposto sulla terra, Giove sembrava un po’ disorientato e incerto sulla direzione da prendere. Ma solo qualche attimo di esitazione e poi eccolo di nuovo a riprendere il cammino lungo il sentiero verso l’albero del fico.

Io potevo riprendere a lavare i piatti e TartaRugoso, sotto un sole cocente, a fissare la rete della compostiera contro il muro di separazione.

Da quel giorno Giove non è più fuggito, ma proprio oggi, 4 settembre, anche mio marito accetta l’idea che l’animale se ne sia andato entrambe le volte con mezzi propri.

Infatti: “E’ da mezz’ora che lo guardo. Continua a risalire il cumulo della compostiera e ad andare su e giù alla ricerca di qualcosa che è già chiaramente inscritto nel suo ricordo”, mi racconta.

Corro a prendere la cinepresa, arrivo un po’ in ritardo, ma in tempo per immortalare qualche passo perpendicolare che probabilmente nel recente passato gli aveva consentito di raggiungere la vetta del muro e darsi all’arte esploratoria di un nuovo ambiente.

Evidentemente, come per gli umani, anche per le tartarughe l’erba del vicino è sempre più verde.

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