TartaRugosa ha letto e scritto di: Giovanni Starace (2013) Gli oggetti e la vita, Donzelli Editore

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Giovanni Starace (2013), Gli oggetti e la vita, Donzelli Editore

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Che io ami la casa è superfluo ricordarlo, giacché me la porto sempre appresso. In questo periodo dell’anno, quando il silenzio attorno si fa greve, è piacevole fare l’inventario delle cose che riempiono la mia dimora.

Amo gli oggetti, amo la casa. Istintivamente questi “esterni” li ho sempre percepiti in perfetta continuità con il mio “interno”, scoprendo molto tempo dopo che “nel percorso evolutivo, gli oggetti svolgono un ruolo primario e disegnano una fenomenologia dell’età con la loro presenza nella vita della persona. Oggetti significanti lungo tutto il percorso di vita sono parte integrante della strutturazione del sé e del mantenimento di un suo assetto sano”.

Nella memoria gli oggetti si fissano non tanto per ciò che sono, quanto per ciò che rappresentano, o hanno rappresentato, in un momento particolare della vita.

Se rispolvero i primi ricordi ci trovo sicuramente pezzi che ora sono scomparsi, come per esempio l’orso bianco e nero che in alcune foto appare alto quanto me (a un anno è facile stabilire queste proporzioni) e del quale a un certo punto si è smarrita la traccia, probabilmente a causa di un intervento sleale di mamma e papà. Ha resistito invece un altro orsacchiottino, Gigetto, che sta nel palmo di una mano e risale ad un acquisto fatto alla fiera degli Obei Obei in una fase dolorosa della vita. A scoppio ritardato, come la psicologia insegna, può ricomparire l’oggetto transazionale: “E’ così quando il bambino sceglie un oggetto specifico per averlo sempre con sé, per raggiungere l’illusione di una presenza materna continuativa. Questi oggetti, definiti da Winnicott transizionali, sono generalmente morbidi e piccoli come un peluche, una copertina, un fazzoletto… Si collocano all’interno di quella esperienza di illusione creativa che rende possibile l’accettazione progressiva della realtà nei suoi caratteri specifici”.

Non è detto che la funzione transizionale si esaurisca esclusivamente con un oggetto specifico. Talvolta anche la manipolazione della materia ottiene lo stesso effetto riparativo del Sé: creare dal nulla un manufatto con le proprie mani o prendersi cura in modo esorbitante di un dato oggetto possono lenire una psiche dolorante: “la cura di essi si sostituisce alla cura di un sé precario e ferito con un beneficio inusitato: si evita un contatto diretto con il dolore mediante un’azione lieve e costruttiva … il contatto con parti meno evolute del sé, incontrate nell’oggetto su cui sono state proiettate, possono essere elaborate con maggiore facilità, poiché in questa trasformazione hanno perso i loro aspetti più aspri”.

Ma gli oggetti sono anche altro: una certezza di continuità dell’esperienza in uno spazio che improvvisamente deve mutare; un segnale che evidenzia il passaggio da un’età all’altra; un racconto della relazione fra lo spazio occupato e chi li possiede: “alcuni passaggi della vita hanno bisogno di essere accompagnati da una nuova disposizione dei luoghi in cui si abita. Sembra difficile poter raggiungere il cambiamento senza aver creato contemporaneamente un habitat che rispecchi lo stato emotivo del momento, i sentimenti prevalenti di quella fase della vita”.

E’ forse questo il motivo per cui è sempre così difficile liberarsi dalle cose quando si cambia luogo di vita. E’ come gettare via una parte di sé, è come ricostruire un’identità nuova e non è casuale che molti disturbi psicopatologici emergano proprio in occasione di un trasloco.
Così come nel caso di elaborazione del lutto. Accade talvolta che chi rimane non riesca a svuotare la casa rimasta priva del suo abitante e, contemporaneamente, desideri che gli oggetti ivi contenuti permangano nello stesso ordine in cui il residente li aveva disposti. In questo caso si parla di lutto complicato, come se il sopravvissuto cercasse di “mantenere in vita il legame con una persona cara, per proteggere l’integrità della memoria, forse anche mantenere vivi frammenti della persona scomparsa. … La conservazione irrinunciabile della totalità degli oggetti nasconde una fragilità oltre che un rapporto irrisolto con la persona cara che è morta. Una relazione che appare imbalsamata insieme alle cose, incapace di svincolarsi da un contatto costante con esse. In questi casi il rapporto con gli oggetti assume il tono dell’immutabilità, dell’inamovibilità; segno di un’identità ancorata a quelle cose e mai distaccata da loro. Gli oggetti appaiono come frammenti sparsi di un sé che cerca strenuamente di restare integro e sempre uguale a se stesso”.

Considerando la permanenza di certi oggetti nella propria abitazione, possiamo affermare che è proprio l’esperienza del lutto a dare parola alle cose, a stimolare una loro venerazione, a conservarle senza una ragione apparente, come se chi, ritrovandosi a contatto con un bene ereditato, dovesse entrare nello spazio di colui che un tempo ne era proprietario e lentamente lo assumesse come proprio. Con la convinzione, però, che proprio quegli oggetti entrati improvvisamente nella nostra vita, siano liberi di costruirsi una nuova storia: “le cose sono lì, ci guardano e ci dicono che sono, indipendentemente da noi, vivono di per sé. E’ vero, le possiamo manipolare, nascondere, rompere, abbellire, ma loro sono altro da quello che vogliamo da loro stesse. Sono la testimonianza più evidente della limitatezza umana, attaccano la nostra onnipotenza”.

Su questo tema, oggetto con identità propria, Starace approfondisce con un ragionamento sociologico relativo al clima culturale della modernità, mettendo in risalto il rischio che un oggetto diventi un’entità priva di coerenza a causa del fenomeno consumistico. “La produzione di massa ha reciso il legame tra gli oggetti e la loro singolarità, in quanto oggetti unici. Sono diventati tutte copie e l’originale si è disperso in esse.  … Se durante i secoli passati le generazioni si succedevano in un ambiente statico di oggetti che sopravvivevano loro, oggi sono le generazioni di oggetti che succedono a un ritmo accelerato nell’ambito di una stessa esistenza individuale. Sono posseduti prima di essere guadagnati, precedono la somma di sforzi e di lavoro necessari al loro uso: secondo una stringente logica consumistica, il godimento anticipa la produzione delle risorse necessarie alla sua realizzazione”.

Ecco quindi che gli oggetti, dotati di una vita propria, usano l’individuo per moltiplicarsi e diffondersi, privando il soggetto di entrare in relazione con i propri effettivi bisogni e costringendolo a consumare a velocità vertiginosa. Si viene quindi a perdere la loro capacità di essere integrati nell’attività psicologica: “gli oggetti transizionali perdono il loro significato profondo per diventare degli oggetti-cose che vivono in nome della loro semplice materialità e sono avulsi da un contatto significativo con la persona”.

Non è facile resistere ad una cultura dominante che propone un sistema di “merci a perdere” da consumare velocemente, dove “il valore dell’oggetto segue le oscillazioni dell’autostima della persona: oggetti potenti soggetti potenti, oggetti svalutati persone svalutate, sempre secondo una logica dell’apparenza e della finzione”.

Forse quello che potrebbe venirci in aiuto per ripristinare un rapporto affettivo con le cose è il sentimento della nostalgia per quella “materia significativa portatrice di reverie: forme che ci fanno toccare il passato, momenti particolari della vita, eventi esclusivi, luoghi domestici, quotidiani, sensazioni irrepetibili … possibilità di vagare nella mente, nella memoria e nel tempo senza necessità alcuna, nel piacere di un ricordo e nel vissuto di qualcosa che è andato, ma che è ancora possibile condividere con altri. Racconto e memoria che si fanno profumo e odore, che entrano nel corpo nel momento in cui l’oggetto viene nominato”.

Guardo l’interno della mia calda tana e sono contenta dell’inverno che sta per arrivare.

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