TartaRugosa ha letto e scritto di: Irvin D.Yalom (2014) IL DONO DELLA TERAPIA Traduzione di Paola Costa Neri Pozza Editore

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Irvin D.Yalom (2014)

Il dono della terapia

Traduzione di Paola Costa

Neri Pozza Editore

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Prima o poi arriva il momento di guardarsi indietro per rivedere la strada percorsa. E’ un processo che non ha una data precisa, ma grosso modo si affaccia nella seconda metà della vita, quando si allunga il periodo vissuto rispetto al’indeterminatezza del tempo che resta.

L’età della maturità (o della maturazione) è proprio quella che dovrebbe consentire una ponderata serie di bilanci a distanza di sicurezza dall’impeto furioso della giovinezza e dall’esposizione non sempre protetta delle emozioni.

Se questo di norma è un processo attuato dalla maggior parte degli esseri umani, diventa ancora più significativo per coloro che esercitano una professione centrata sul lavoro di cura, qualsiasi essa sia. L’incontro con l’altro, infatti, quando inserito in una cornice di presa in carico, accresce la sensibilità e la conoscenza di sé, sviluppando la propensione ad interrogarsi e a rimettersi in discussione. Questo fenomeno diventa più visibile con il trascorrere del tempo. C’è chi in vecchiaia trova vantaggio nello scrivere di sé e della propria esperienza a scopo didattico, c’è chi utilizza le storie per raccontarne altre in trame narrative e formative, c’è chi riesamina il proprio agire con maggior completezza, consapevolezza e chiarezza e ne vuol fare dono alle nuove leve. Lo psichiatra psicoterapeuta Yalom riassume tutte queste posizioni e si dà un preciso compito: a settantasette anni offrire, a chi intraprende il lavoro di cura, una ricognizione di alcuni aspetti salienti osservati nella relazione malato-terapeuta durante i suoi quarantacinque anni di pratica clinica.

Scrive infatti nell’introduzione: E’ scoraggiante rendersi conto che sto entrando in una fase avanzata della vita. Le mie mete, i miei interessi, le mie ambizioni stanno prevedibilmente cambiando. Erik Erikson, nel suo studio sul ciclo della vita, definisce questo stadio tardivo dell’esistenza con il termine generatività, intendendo una fase post-narcisistica in cui l’attenzione si sposta dall’espansione del sé verso la cura e la preoccupazione per le generazioni a venire. … Il suo concetto mi sembra corretto. Voglio trasmettere quello che ho imparato. E il più presto possibile.

Lo fa con la giusta preoccupazione di chi osserva un dilagante settarismo e dogmatismo nel campo della psicoterapia, come se una tecnica o una diagnosi fossero sufficienti a restituire benessere, se non guarigione, alle grandi questioni ultime dell’essere umano: la morte, la solitudine, il significato della vita e la libertà.

Credo che la tecnica sia di qualche aiuto quando deriva dall’incontro unico fra il terapeuta e il paziente nel qui-e-ora della relazione.

Yalom nell’affrontare il compito di aggiornare il suo testo non rinnega la posizione assunta negli anni precedenti verso i temi fondanti: la crucialità del rapporto, l’autosvelamento, l’essenza del qui-e-ora, la sensibilità verso i temi esistenziali, l’importanza dei sogni.

Definisce il proprio approccio con il termine di “psicoterapia esistenziale” poichè convinto che all’origine del conflitto interiore rivesta grande significato anche il confronto con ‘i dati di fatto’ dell’esistenza, fattori che influenzano profondamente la natura della relazione tra il terapeuta e il paziente e influiscono su ogni singola seduta. Nel mirino, quindi, si devono inserire gli avvenimenti immediati che accadono durante la seduta perché i problemi interpersonali del paziente si manifesteranno ben presto a colori vivaci anche nel qui-e-ora del rapporto terapeutico.

Secondo l’esperienza dell’autore, il qui-e-ora diventa ottimo strumento per intervenire nella relazione, a patto naturalmente che il terapeuta si consideri una sorta di “compagno di viaggio”, mettendosi quindi in gioco, sottoponendo innanzi tutto se stesso a una terapia per eliminare i propri punti ciechi e utilizzando l’autosvelamento ogni qualvolta si dimostrasse necessario: E’ controproducente che il terapeuta rimanga opaco e nascosto al paziente. Ci sono tutte le ragioni per rivelarsi al paziente e nessuna buona ragione per nascondersi. …Stabilire una relazione autentica con i pazienti, per sua stessa natura, richiede di abbandonare il potere del triumvirato magia, mistero e autorità. … Per impegnarsi in un rapporto genuino con il proprio paziente è necessario rivelare i propri sentimenti nei suoi confronti nel presente immediato.

L’accurata descrizione di alcuni casi permette l’approfondimento di concetti e parole chiave che caratterizzano ogni processo di cura: essere un sostegno; “guardare dal finestrino del paziente” ovvero assumere un atteggiamento empatico e contemporaneamente insegnarlo anche al proprio assistito; ricordarsi che si può essere terapeuti per molti pazienti, ma che il paziente ha come riferimento un solo terapeuta e deve perciò rivestire un’unicità di interesse; avere l’umiltà di mostrare i propri errori, poiché tutti possono sbagliare; impegnarsi a costruire un rapporto “insieme” che diventerà il vero agente del cambiamento.

Di fondamentale importanza, inoltre, è evitare di cadere nell’asimmetria di potere fra chi cura e chi è curato. A tale proposito Yalom cita l’accresciuta efficacia del guaritore ferito analizzata da Jung  e riporta personali considerazioni autobiografiche: i guaritori feriti sono efficaci perché sono maggiormente in grado di provare empatia per le ferite del paziente; forse è perché partecipano in modo più  profondo e personale al concetto curativo. So di avere, moltissime volte, iniziato un’ora di terapia in uno stato di inquietudine personale e di averla terminata sentendomi molto meglio, pur senza commenti espliciti sul mio stato d’animo. Credo che l’aiuto mi sia arrivato in varie forme. Qualche volta è il semplice risultato di essere efficiente nel mio lavoro, di sentirmi meglio con me stesso attraverso l’uso delle mie abilità ed esperienze per aiutare un altro. A volte deriva dall’essere tirato fuori da me stesso e messo in contatto con un altro. L’interazione intima è sempre salutare.

Allo stesso tempo, però, è necessario porre attenzione ai rischi emotivi del mestiere quali la solitudine, l’ansia e la frustrazione: le sedute con i pazienti sono imbevute di intimità, ma è una forma di intimità che non fornisce il nutrimento e il rinnovamento che derivano da rapporti profondi e affettuosi con gli amici e la famiglia …. Troppo spesso noi terapeuti trascuriamo i nostri rapporti personali. Il nostro lavoro diviene la nostra vita. Alla fine della giornata lavorativa, dopo aver dato tanto di noi stessi, ci sentiamo svuotati dal desiderio di ulteriori rapporti. Inoltre i pazienti sono così grati, così adoranti, così idealizzanti che corriamo il rischio di apprezzare meno i membri della famiglia e gli amici, poiché meno disposti a riconoscere la nostra onniscienza ed eccellenza in tutte le cose

Chi dell’autore conosce anche il romanzo “La cura Schopenhauer”, non troverà insolite le sue riflessioni filosofiche sulla morte e sul come parlare della morte, evento che lo psichiatra sente più vicino al suo destino personale e che soprattutto ha affrontato nelle terapie di gruppo e nei rapporti con i malati terminali.

Filosofiche anche le parole sul significato della vita: Noi esseri umani sembriamo creature sempre alla ricerca di un significato per tutto che hanno avuto la sfortuna di essere gettati in un mondo privo di un significato intrinseco. Uno dei nostri compiti più importanti è quello di inventarci un significato abbastanza forte da sostenere la vita e attuare la manovra disonesta di negare il fatto che siamo noi gli artefici di questa invenzione. Così ci convinciamo che invece era lì che ci aspettava. La nostra continua ricerca di sistemi ricchi di significati sostanziali spesso ci fa precipitare in crisi di significato. … Molti pensano che i progetti significativi assumano un valore più profondo, più potente, se trascendono loro stessi – cioè se sono diretti a qualcosa o qualcuno al di fuori di sé, come l’amore per una causa, una persona, un’entità divina.

Il compito del terapeuta, in questo caso, è l’identificazione e la rimozione degli ostacoli che impediscono di impegnarsi su qualcosa che si reputa significativo, poiché è proprio quell’impegno che servirà a dare senso al trascorrere dei propri giorni. Ma ancor più illuminante è il riferimento all’insegnamento del Buddha: ci si deve immergere nel fiume della vita e lasciare che la domanda scorra via da sola.

Ampio spazio viene dedicato inoltre all’assunzione di responsabilità, altro punto nodale di conflitti interiori: Finchè i pazienti persistono nel credere che i loro problemi più importanti sono il risultato di qualcosa che è al di fuori del loro controllo – le azioni di altre persone, i nervi, le ingiustizie sociali, i geni – noi terapeuti veniamo limitati in ciò che possiamo offrire….Se speriamo di ottenere un cambiamento terapeutico più significativo, dobbiamo incoraggiarli ad assumersi la loro parte di responsabilità – cioè a rendersi conto di come contribuiscono in prima persona alla propria sofferenza. Compito non certo facile e veloce di fronte a resistenze pervicaci, ma i consigli forniti supportati da esempi clinici evidenziano l’importanza di: non prendere decisioni al posto del paziente; concentrarsi sulle resistenze che impediscono il processo decisionale; stimolare la consapevolezza offrendo consigli; facilitare le prese di decisioni.

Non mancano dettagli su situazioni che si possono verificare durante lo svolgimento della terapia quali toccare il paziente, accogliere le lacrime, controllare le pulsioni sessuali, leggere i sogni … materiali che certo stimolano guida e ispirazione, ma che rispecchiano soprattutto l’elaborazione di idee e tecniche che Yalom ha trovato utili nell’esercizio della propria professione.

L’autenticità introspettiva e la volontà di “seminare” spontaneità e creatività all’interno di un rapporto d’aiuto è testimoniato dalle sue seguenti parole: non considerate i miei interventi personali come una specifica ricetta procedurale; essi rappresentano la mia prospettiva e il tentativo di guardarmi dentro per trovare il mio proprio stile e la mia propria voce.

Categorie:Letture

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