mi ricordo …. : Addio PEPPO SPAGNOLI, paladino del Jazz, fondatore della casa discografica Splasc (h), articolo di Alessio Brunialti, in La Provincia 6 marzo 2020

Peppo Spagnoli (2020). Fondatore nel 1982 della Splasc(h), la più importante etichetta discografica di jazz in Italia. Nato ad Arcisate, provincia di Varese, è stato a lungo consigliere comunale per il Pci e lavorò come disegnatore tessile prima di dedicarsi alla musica. Il primo album pubblicato da Splasch(h) fu Lunet, dell’European Quartet del sassofonista Gianni Basso.

Tra le sue scoperte, Paolo Fresu e Luca Flores.

vai a:

https://www.laprovinciadicomo.it/stories/cultura-e-spettacoli/addio-peppo-spagnoli-paladino-del-jazz_1343800_11/?fbclid=IwAR3ZRQL6WItw_lXT6l1m_Zox3P7s-yKzOHx8a8dIt_XSnmfJC21gdgm4V5Y

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FERRARI, FERRARIO, FERRARIS, (segnalato da Bellezze Culturali Mariano, in Facebook, 7 gennaio 2020)

FERRARI,
FERRARIO,
FERRARIS.

Cognome a diffusione nazionale: nel Comasco predomina la forma al singolare, ma in altre zone lombarde è molto più frequente la forma Ferrari, come a Milano e a Brescia, ma anche in Valtellina e in area lecchese bergamasca.
Dal Piemonte viene la forma Ferraris (forse de Ferraris).
Molti i rami nobilitati, ciascuno con stemma diverso.
In ogni modo questo cognome, diffusissimo nelle sue varietà, risale con evidenza al nome di mestiere del fabbro ferraio, faber ferrarius, ed è di origine assai antica, documentato nel Comasco verso la fine del Duecento.
Come è naturale per un gentilizio così diffuso, sul territorio sono presenti vari rami; uno di Appiano, che ha per stemma un grifone rampante nero, con martello e catena, in campo bianco-avorio; uno di Olgiate, con un leone rampante e reggente incudine e martello, traversato da una banda discendente obliqua azzurra, in campo bianco-avorio; uno di Como, avente come stemma un campo azzurro traversato da una banda discendente obliqua verde; uno di Agrate, trasferitosi ad Olgiate nel Cinquecento, recante sull’arma un grifone rampante segnato da una graticola e traversato da una banda obliqua rossa.
Altri stemmi si riferiscono (nel periodo tra Quattro e Settecento) ai Ferrario di Gera, Sorico e Gravedona (sempre con incudine e bande oblique) e a quelli di Montagna sopra Sondrio.


da

https://www.facebook.com/mariano.mense?__tn__=%2CdC-R-R&eid=ARCOJJoueUaTUdH8AZsImKhHs57OTO0zymvlYa88Bhhk1lRNYqh_6AUoahvIguVx9QuaIg3k_KVFkoE5&hc_ref=ARQM5v5TaphRR1XUCLrQbS0U78ATutN40TIH_HyqqBmir210Hp_RSzoCHxJexUTcmu0&fref=nf

mi ricordo LA NOTTE, il quotidiano che leggeva mio padre, 8 novembre 2019

Il 6 dicembre 1952 nacque la Notte, quotidiano del pomeriggio fondato e diretto da Nino Nutrizio, cronista sportivo poi diventato tuttologo, cui va subito dato il merito di aver inventato il giornalismo popolare, come dovrebbe essere sempre il giornalismo che non si rivolge alla Accademia della Crusca bensì alla gente comune o, meglio, a tutti, belli e brutti. Nelle intenzioni dell’editore, Carlo Pesenti, grande industriale bergamasco, doveva essere un foglio elettorale, cioè destinato a sostenere un partito (quello liberale ostile al comunismo in crescita). Insomma, una pubblicazione poco più che stagionale, quella dei comizi che all’epoca erano decisivi circa la sorte delle elezioni, vista l’assenza della televisione e di altri mezzi di comunicazione attualmente in voga. Uscirono vari numeri e non suscitarono clamore. Ma, un paio di mesi dopo, il pubblico, specialmente milanese, venne scosso dalla curiosità di leggere quelle strane pagine. Perché? Era attratto dai titoli, totalmente innovativi, efficaci, disinvolti e composti con un linguaggio colloquiale e invogliante. Segnalavano gli ultimi fatti di cronaca anche sportiva, i delitti, i fenomeni di costume. Alcuni fogli disinvolti e disinibiti che incontrarono in fretta il gradimento delle masse. Col trascorrere del tempo La Notte raggiunse una tiratura ragguardevole, pertanto sopravvisse alle consultazioni politiche e si radicò nel mercato come una presenza fissa, altro che vita breve e finalizzata a indirizzare il voto. Passano gli anni e il capolavoro dell’immenso direttore, inizialmente sottovalutato, domina non solo nel capoluogo lombardo bensì in ogni angolo del Nord, grazie a redazioni sparpagliate nel Settentrione. Trascuro i particolari, però ricordo che le vendite si aggiravano intorno alle 150 mila copie, parecchie per una edizione pomeridiana. Ogni dì Nino scriveva un fondo che si distingueva per efficacia e semplicità, era bevibile in cinque minuti e costituiva un momento imperdibile di lettura.

Negli anni Novanta, con l’avvento dei computer e delle diavolerie tecnologiche, i quotidiani della sera chiusero i battenti e pure la Notte venne uccisa con mio forte dolore, dato che ci avevo lavorato con somma soddisfazione dal 1969 al 1974. Nutrizio era morto prima della sua creatura meravigliosa e si risparmiò la tragedia della serrata. Oggi, a distanza di lustri dal luttuoso evento, tre signori in gamba hanno dato alle stampe un volume rievocativo degli antichi fasti della Notte, intitolato Ultima edizione e sono loro grato. Si tratta di Salvatore Garzillo, Alan Maglio e Luca Matarazzo, i quali, terrorizzati dalla retorica che avrebbe infastidito il mitico direttore, hanno raccolto in 350 pagine una miriade di fotografie che segnano la storia di un paio di generazioni e quella del miracolo cartaceo. L’iconografia la dice più lunga delle parole e il libro è un documento a tratti agghiacciante e a tratti commovente, che le persone di una certa età gradiranno, giacché evoca ricordi toccanti nonostante siano un po’ ingialliti in quanto abbastanza antichi. Al compito certosino degli autori vorrei soltanto aggiungere qualche parola di gratitudine dedicata a Nutrizio. Fu lui ad assumermi e a darmi la possibilità di diventarne allievo. Quando mi presentai nel suo enorme ufficio in piazza Cavour, egli era seduto alla scrivania indossando una giacchetta di lavoro blu chiaro. Mi fece accomodare su una sedia e mi scrutò come fosse un medico davanti a un paziente psichiatrico. Si informò a proposito del mio scarso curriculum e concluse: «Se non siete (dava del voi) stato inglobato nell’organico de L’Eco di Bergamo, dove avete collaborato, mi viene il sospetto che siate stupido. Poiché però non mi fido dei giudizi altrui voglio mettervi alla prova, tre mesi. Se supererete l’ostacolo, entrerete qui in pianta stabile, altrimenti vi converrà cambiare mestiere nel vostro interesse e anche nel nostro, che di cretini ne abbiamo già abbastanza».
Ero incerto se piangere o esultare. Comunque iniziai la fase sperimentale e dopo aver scritto un articolo su un fatto di sangue accaduto a Bergamo, l’indomani il direttore mi telefonò. La sua voce alla cornetta mi raggelò, temetti il licenziamento e attesi tremando la sentenza. Egli invece mi disse che avevo in anticipo superato l’esame per cui mi potevo considerare degno di entrare fisso alla Notte. E aggiunse: «Non montatevi comunque la testa perché siete e sarete sempre soltanto un cronista». Aveva ragione e lo ringraziai.GLI IMPROPERI
Un lustro più tardi fui convocato al Corriere d’informazione che era stato saccheggiato dal nascente Giornale di Montanelli. Il capo, Gino Palumbo, mi offrì un posto e lo accettai, poiché il Corriere aveva un fascino irresistibile, almeno per me provinciale. Allorché comunicai a Nino la mia intenzione di cambiare occupazione, questi mi coprì di improperi, tra cui “traditore”. Rimasi male e uscii dal suo studio a capo chino, forse mi sfuggì una lacrima. Quando Nutrizio scomparve ero direttore del Giornale, successore di Montanelli. Mi fu recapitato un pacchetto che conteneva una penna, quella con la quale il direttore della Notte vergava ogni mattina il suo pezzo. La conservo come una reliquia. Un bel dì incontro Angelo Rizzoli, già proprietario del Corriere, e facciamo quattro chiacchiere. Gli dico che Nutrizio non appena gli notificai che me ne andavo, mi insolentì. Angelo rise e mi informò che il mio nome alla sua famiglia era stato dato proprio da Nino. Rimasi di stucco. Da questo episodio credo emergano la personalità e bontà d’animo di uno che ha insegnato a tanti colleghi il mestiere. Mi piacerebbe riabbracciarlo.

Vittorio Feltri

La sorpresa biografica di ritrovare in un libro una annotazione: “Como, Marzo 1948”. L’autore era mio padre, Guido. E io sarei nato 7 mesi dopo: 26 novembre 1948

La sorpresa biografica di ritrovare in un libro una annotazione:

“Como, Marzo 1948”.

L’autore era mio padre, Guido.

E io sarei nato 7 mesi dopo:

26 novembre 1948

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anni ’60 e ’70 a COMO: ricordare il disegno tessile di FIORIO (e il “lucidista” Guido Ferrario) attraverso una conversazione. Fotografie di un gruppo di FOULARD e un grafico di Giovanna Baglio sul ciclo della stampa tessile

Coatesa sul Lario e dintorni

“A quei tempi FIORIO

faceva storia per la QUALITA’ DEL DISEGNO TESSILE

e per la produzione dei FOULARD”

frase presa da una conversazione con Anna Bignami, a Como, il 3 aprile 2019

Questo ricordo è associato alla STAMPERIA ANGELO MAESANI , che stampava solo la SETA

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da una dispensa di Giovanna Baglio (in https://coatesa.com/2019/04/03/il-prodotto-tessile-fibre-e-filati-slides-di-giovanna-baglio-ccia-como-2007/):

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vai al sito della AZIENDA FIORIO

http://www.fioriomilano.it/it/category/azienda

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il Jazz Club Como: la rinascita. E un ricordo di Guido Ferrario (1917-1988), da BiBazz, 25 maggio 2017

Coatesa sul Lario e dintorni

Una buona notizia per gli appassionati di jazz, sempre più numerosi sul territorio lariano. Lo dimostra il successo inatteso e indiscutibile di una manifestazione come Comin’ jazz che, due mesi fa, ha totalizzato un “tutto esaurito” dopo l’altro valorizzando la scena locale, ma anche portando a esibirsi in città nomi di rilevanza nazionale e internazionale.

Lo stesso spirito che, per tanti anni, ha animato il Jazz Club Como. Ebbene, quell’associazione rinasce, oggi, proprio forte dell’esperienza di questo ultimo mini festival che ha convinto Edmondo Canonico, presidente, e Gianni Dolci, suo vice, ha riprendere ufficialmente le fila di quel discorso. Un discorso iniziato nel 1980, su impulso di Guido Ferrario, proprietario di un negozio di dischi rimpianto dai collezionisti, l’Angolo del disco, e grandissimo appassionato e conoscitore, e interrottosi nel 2002, quando il club ha chiuso la sede di Casate.

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Sorgente: BiBazz | Como Lake…

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Sogno mio padre: "Su Duke Ellington avevi ragione tu"

Sono abbastanza certo di non avere mai sognato mio padre (Guido Ferrario, 1917-1988).

Questa notte, invece, arriva questo sogno

Lo vedo, e lo abbraccio dicendo:

Su Duke Ellington avevi ragione tu

E’ sorpreso, ma anche compiaciuto

al Crotto del Lupo, specialità valtellinesi in Via Cardina di Como

Grazie agli amici del

GRUPPO DI ALLUNGAMENTO MUSCOLARE

curato da Marcello Ciullo

ho potuto tornare, dopo 28 anni al Crotto del Lupo

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Lì avevamo fatto il pranzo di nozze io e Luciana, con i pochissimi invitati: i miei genitori Guido e Dolores), mio nonno (Ferrario Enrico Luigi detto FEL), il suocero Giobatta e i due testimoni Franco e Marzia.

Il luogo continua ad essere molto curato nelle gentilezza della accoglienza, nella qualità del cibo, nel tipo di arredi

Mi spiace solo che Luciana non abbia potuto venire: ma il tempo passa e la salute declina. E lei deve stare attentissima al suo vitto e non può sgarrare neppure di un millimetro

vai al sito del Crotto del Lupo – ristorante a como – mangiare a como – cucina tipica – cucina tradizionale como – pizzoccheri a como – specialità valtellinesi como.

Nini Binda ricorda: «Mio padre Gianni Binda fu uomo dalle molte passioni» « Coatesa sul Lario … e dintorni

È singolare la varietà di interessi e di impegni, anche extra-professionali, coltivati da Gianni Binda.

Dal versante amministrativo al servizio della città, a quello associativo, nello sport, alla passione per la cucina, che fece da molla all’idea di dar vita nel 1962, assieme a Gian Giuseppe Brenna, alla delegazione lariana dell’Accademia italiana della cucina.

E riguardo alla passione gastronomica, Nini Binda racconta un aneddoto: «Mio padre era ammalato, si allontanava da casa a nostra insaputa. Io andavo a cercarlo e mi capitò di trovarlo seduto al tavolo di un ristorantino, vicino a viale Geno, davanti a un carrello di bolliti. Gli dissi sconsolato: “Ma papà!”. E lui, in dialetto: “Ta se propri un rumpiball, làsum murì in pas”».


Quanto all’attività di uomo pubblico, tra il 1946 e il 1964 Gianni Binda fu consigliere comunale e poi assessore con deleghe al Turismo e allo Sport nella giunta guidata dall’avvocato Lino Gelpi. Rimise a nuovo la piscina Sinigaglia e vi inaugurò i corsi di nuoto. «Quando a mia volta approdai a Palazzo Cernezzi – rievoca ancora il figlio Nini – la prima sera che mi affacciai in aula, il compianto usciere Gigi Meroni mi apostrofò in vernacolo comasco: “Lei è il figlio del “barbisùn?” (soprannome dato a Gianni Binda per via dei suoi vistosi baffi, ndr). Guardi che suo padre qui faceva tremare tutti, tanta era la soggezione che incuteva per il suo rigore».


L’impegno in Comune del figlio, a sua volta consigliere e assessore negli anni ’90 con il sindaco Alberto Botta, è stata l’ideale prosecuzione del servizio reso dal padre: «Quando ero giovane mi diceva: “Tu vai al golf; io invece in municipio, perché un imprenditore deve fare l’interesse della sua città. Altrimenti non può lamentarsi delle cose che non gli piacciono”. Per me fu una lezione postuma, nel senso che, a maturità raggiunta, avvertii anch’io l’esigenza di dare un po’ del mio tempo a Como».


Tra le molteplici attività di Gianni Binda – che fu anche editore e giornalista, dal momento che fondò con Enrico Luigi Ferrario, detto “Fel”, il settimanale satirico e sportivo “Ul Tivan”, di cui fu anche direttore – uno spazio particolare ebbe lo sport. Non tanto per partecipazione diretta a discipline agonistiche, al contrario del figlio Nini che conseguì due volte il record mondiale di motonautica e che disputa tuttora gare di golf, bensì per impegno associativo.

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da «Mio padre Gianni Binda fu uomo dalle molte passioni».