Le ricamatrici di Eléanore Faucher


Qualche sera fa abbiamo visto Le ricamatrici di Eléanore Faucher. Ci è piaciuto a tutti e due. Na abbiamo parlato mentre attraversamamo Como, per tornare a casa.

Oggi vedo che i critici lo hanno maltrattato. Così, preso da una insolita energia, ho scritto questa annotazione che ora è su http://www.film.tv.it.

Andate a vedere questo film, senza l’idea di dover esprimere micromegalomaniaci (Carmelo Bene) giudizi critico-estetici . Lasciatevi prendere dai silenzi, dai gesti che dicono molto di più delle parole. E’ una storia di solitudine che trova una via di uscita attraverso un incontro con una persona e con un lavoro che richiede pazienza, oltre che gusto artistico. Lasciatevi commuovere dagli occhi della ragazza che corre avanti e indietro con il suo motorino per sopravvivere. Osservate coma la ricamatrice-nuova madre guarda la ragazza e l’aiuta e riprendere contatto con la vita, anche se lei ha appena perso il figlio.

La storia vi sottopone una possibilità: si può ri-imbastire la vita, proprio come in un ricamo.

Spero di vedere altri film di Eléanore Faucher. E’ brava, sa usare la cinepresa, sa scegliere gli attori, sa raccontare una storia. Forse i film devono essere visti senza le recensioni dei critici. Forse sono del tutto incapaci di apprezzare un film così “ricamato”. Forse hanno bisogno solo di usare la “testa” e non sanno più di avere un “cuore”.

Internet è davvero grande. Infatti su http://www.mymovies.it trovo finalmente una recensione di Andrea Chirichelli in linea con il nostro sentire:

Claire ha diciassette anni. Quando scopre di essere incinta di cinque mesi, decide di partorire in gran segreto. Trova rifugio dalla signora Melikian, una ricamatrice che lavora per l’alta moda. Giorno per giorno, punto dopo punto, man mano che la pancia di Claire cresce, fra le due donne si instaura un rapporto madre-figlia.
Perché i francesi riescono a girare film che gli italiani non realizzerebbero nemmeno sotto tortura? Questo interrogativo persiste nel cuore dello spettatore dopo la visione dell’ennesimo piccolo-grande capolavoro d’oltralpe. Strepitose le interpreti (Arianne Ascaride, musa di Guediguian, triste e depressa nell’elaborazione del lutto che l’ha colpita, ma capace d’un tratto di illuminarsi con un sorriso e Lola Neymark, dalla strepitosa chioma rosso fuoco), e valida anche la regia della Faucher che predilige i primi piani ed i colori pastello per raccontare una storia di ordinaria tristezza ma credibile nel suo happy end. Poche parole, mai fuori luogo, un film finalmente non urlato, fintamente dimesso, misurato, pudico e riuscito, da vedere.

Ora sono un po’ più riconciliato con i critici

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