Non ho voluto stare fuori dalla discussione sulla pena di morte applicata ad un dittatore – sterminatore in questa recente transizione di fine ed inizio anno. Forse avrei dovuto preferire il silenzio. Preferisco avere amici, sia pure di rete, piuttosto che antipatizzanti. Ma ritengo che rivelarsi in occasione di eventi cruciali, sia un dovere intellettuale.
Ho argomentato su tre fili di pensiero: stiamo parlando di crimini verso l’umanità eseguiti da un capo di stato che perseguiva attivamente una terza guerra mondiale globalizzata; stiamo parlando di una procedura a suo modo giuridica (intendo all’interno di un contesto in cui la religione domina la politica) da inquadrare nelle cosiddette situazioni estreme.
La mia personale opinione è di favore alla applicazione della pena di morte in queste situazioni estreme, soprattutto quando si mette a rischio la sopravvivenza degli stati e dei popoli (mi riferisco, in particolare ad Israele). La guerra ingaggiata dagli arabi di Al-Qaida e dagli stati canaglia a partire dalle torri gemelle, a passare per Madrid e Londra e a finire con i progetti di testate atomiche del capo di stato iraniano è in atto. Cassandra – Fallaci ha avvertito. Io ho tentato di accorgermene. Chiamo questa situazione: legittima difesa.
Varie correnti della opinione pubblica italiana, di destra e di sinistra, vanno nella direzione opposta. Bella classe politica!
Non capisco come si possa applicare in astratto il codice morale e quello del diritto senza tenere conto della specifica situazione (situazione estrema di legittima difesa), ma il dato socio-culturale è questo. Ma non per questo cambio opinione. E tuttavia cerco qualche flebile conferma, soprattutto se alimentata da un pensiero spesso e solido.
Oggi ritorno sull’argomento perché è intervenuto il professor Emanuele Severino a Otto e Mezzo del 10 gennaio 2007.
“Ubi maior minor cessat”.
Sono davvero molto minor in rapporto a questo maestro della stragrande maggioranza dei filosofi italiani diventati maître à penser di quotidiani, riviste, televisioni.
E così sono rimasto molto colpito dalla sua analisi, espressa con formidabile metodo argomentativo.
Severino è personalmente contro la pena di morte (opinione) ma usa forti criteri interpretativi per confutare la contrarietà assoluta (e quindi non relativa al contesto storico entro cui si manifesta) all’utilizzo di questo strumento massimo ed estremo.
Ecco il suo ragionare, in una serata in cui ha detto cose storicamente vere Fiamma Nirestein, sotto un immenso carico di disprezzo della conduttrice di rifondazione comunista Ritanna Armeni:
Gli argomenti relativi alla pena di morte sono deboli — e dei sostenitori e degli avversari. A suo tempo avevo mostrato la debolezza degli argomenti con cui si sostiene il carattere già umano dell’embrione.
Molti hanno creduto che affermassi la liceità della sua soppressione. Ma dire che un’automobile ha un motore poco funzionante non significa essere favorevoli alla soppressione della circolazione automobilistica. Richiamando ora il difettoso funzionamento delle tesi contrarie alla pena di morte, mi auguro che non si equivochi ancora, considerandomi sostenitore di essa.
Emotivamente mi ripugna. Ma, delle emozioni, non ci si deve fidare troppo.
Il mondo è in guerra. Non esiste un diritto internazionale capace di infliggere sanzioni efficaci. La fame produce milioni di morti; l’incremento demografico ne aumenta il numero; si appresta ad aumentarlo in modo ancor più consistente la forma di produzione e di uso della ricche
