Per Paolo Conte

Questa sera ho sentito che una Università conferirà una laurea “honoris causa” in pittura a Paolo Conte. Mi sembra confortante che ci possano essere vecchiaie molto simili alla giovinezza. Anzi quasi meglio.
Inoltre qualche giorno fa ho trafficato per far leggere ad Astime un raro articolo in cui si parla di Paolo Conte poeta.
E allora può essere l’occasione per confezionare un bel dono per l’appuntamento di mezzanotte.
Qui sotto ci sono due versioni di “Diavolo rosso”. La prima l’ho ricavata da una registrazione televisiva di un concerto ad Amsterdam, l’altra l’ho ripresa dal Live all’Arena di Verona del 2005. In quest’ultima vi prego di ammirare la performance del chitarrista 
Daniele dall’Omo, assieme alla soddisfazione artistico-creativa di Paolo Conte. Non credo che altre volte vedrete e sentirete nella cosiddetta “musica popolare” qualcosa di così musicalmente perfetto. Carezze per l’anima.
Quella sera io c’ero, ora ci sarete (mi spiace solo per 10 minuti) anche voi amici di blog.
Buona notte


Paolo Conte ha ricevuto il 30 settembre 1991, a Mi­lano, il Premio Montale per la nuova sezione «Versi per Musica», una targa d’oro che consacra ufficialmente la portata poetica delle sue composizioni. «Versi per Mu­sica», insistiamo, e versi che l’autore scrive sempre dopo la musica e in funzione di essa. Proporli così, come una raccolta di poesie da meditare a tavolino, potrebbe sem­brare un atto arbitrario e, in un certo senso, lo è. Tut­tavia, una lettura privata e silenziosa non potrà che aiu­tarci a penetrare meglio nel mondo interiore di quest’ar­tista geniale, tradotto in inglese, spagnolo, francese, tedesco e studiato come un classico del Novecento nei licei e nelle università.
«Grut-grut-grut, pot-pot-pot, cling-cling-cling… è un traffico africano…»(Ratafià). Sembra di sentire il «Zung Tumb Tumb» di Marinetti ad anche altrove si ritrovano onomatopee, parole in libertà, rumori e stridori, echi insomma del Futurismo letterario e figurativo perché Paolo Conte, che è anche pittore, imprime a certe sue canzoni un movimento nervoso e dinamico che fa pen­sare a Balla, a Boccioni e soprattutto a Kandinskij che dal Futurismo ha imparato molto.
In altri versi, invece, quando il disincanto è tempe­rato dal sorriso, ci viene in mente Guido Gozzano, de­scrittore d’interni che evocano ineluttabilmente il «brutto tinello marron» della saga del Mocambo.
Il sentimento della solitudine lo accomuna a Pavese ed anche al mito americano, pur con matrici ed esiti dif­ferenti. Come il primo Ungaretti, può servirsi di poche parole dimesse isolate nello spazio bianco della pagina; come Verlaine può creare immagini sfumate e suggestive, dalla musicalità languida; come Baudelaire può ri­correre alla figura stilistica della sinestesia o abbando­narsi al gioco delle «corrispondenze» fra suoni, profumi, colori; come Montale, e quasi cogli stessi termini, può esaltare la duttilità musicale dell’inglese e sottolineare la pesantezza dell’italiano dalle parole dure come massi; come Bontempelli, può caricare il reale di una compo­nente visionaria e magica.
«Memorie ondulate» (Recitando), «calma tigrata» (Sparring Partner), «mani vegetariane» (L’avance) e tante altre invenzioni folgoranti di questo tipo hanno un sapore surrealistico e navigano nella stessa scia del famoso verso di Paul Eluard: «la terre est bleue comme une orange». Si potrebbero invocare anche Garcia Lorca e tanti altri, convinti però che tali reminiscenze non spie­gano niente, quasi niente. Paolo Conte, uomo di cultura, ha captato, in musica come in poesia, le atmosfere più significanti del secolo, ma non ha mai imitato nessuno in modo passivo. Ha ricreato tutto e rielaborato tutto con la sua testa, la sua sensibilità, la sua immaginazione offrendoci un’opera caratterizzata da una profonda e autentica originalità.
Questa originalità non deriva tanto dai temi trattati quanto dal modo con cui li ha dosati, alternando no­stalgia e ironia, senso permanente del precario (gloria, amore, convivenza, matrimonio) e fede inalterabile in quel suo Assoluto che è la Musica, memoria labilissima dei personaggi e memoria favolosa dell’autore quando ci restituisce i sapori e gli odori degli anni venti e cin­quanta; cieli grigi della Val Padana e spazi esotici da ci­nema muto, storie del quotidiano banale ed arcani in­solubili misteri, personaggi corposi come i cinquantenni «sempre in gamba» (Per ogni cinquantennio) e perso­naggi nebulosi come Max. Realismo trasfigurato. Bar
tali è Bartali, corre in bicicletta, preferisce la birra alle rose, ha un naso imponente ma non arriva mai sullo stra­done impolverato dove dovrebbe passare. Bartali o il simbolo dell’Attesa, Bartali come i Tartari di Dino Buzzati. Hemingway è nel suo bar preferito, l’Harry’s di Ve­nezia, ma intorno a lui tutto è irreale fantasmagorico. Duke Ellington si sdoppia, diventa un «boxeur» (Lo Zio), si fonde e si confonde con Sugar Ray Robinson.
Un aeroplano si trasforma in aguaplano, a meno che l’aguaplano sia il pianoforte che galleggia sul mare…
Tuttavia, questi giochi di specchi, queste sovrimpres­sioni e rifrazioni non generano oscurità, solo stupore, meraviglia, felicità. La funzione di un poeta, diceva Ungaretti, è proprio quella di portare alla luce i misteri che covano in ognuno di noi.
Un altro aspetto singolare della poesia di Paolo Conte è quello della «fuga», di tutte le fughe: quella delle pa­role che scappano da ogni parte per concentrarsi in el­lissi da capogiro; quella del Diavolo Rosso attraverso una campagna incontaminata, quella del musicista che rin­corre «una verde milonga» fino ai «laghi bianchi del si­lenzio»; quella dell’orchestra che parte e decolla (Boogie), quella dei treni «in corsa» (Come di) o della Topolino del 1946 dalla rapidità nervosa di un’Aprilia (La Topolino amaranto).
Fuga da uno spazio all’altro attraverso il sogno, fuga del tempo, «fuga all’inglese» che sfocia nella morte, fuga dalla realtà da parte di numerosi personaggi che non vogliono o non possono assumere impegni definitivi, affrontare direttamente i problemi o dare uno spessore concreto ai loro fantasmi. Fuggono verso l’infanzia, l’età dei giochi e dell’irresponsabilità(Azzurro), si rifugiano in ostinati silenzi (Sono qui con te sempre più solo)op­pure esitano e tergiversano (La negra) o si esprimono al condizionale con avverbi sintomatici come «eventual­mente» (Paso doble). Fuggono alla vista di un pianoforte tentatore per ritornare in un mondo ovattato che pro­tegge e rassicura (Aguaplano).
Per questo gli eroi contiani sono così soli, perché hanno fondamentalmente voglia di restare soli, con le loro fantasticherie, i loro sogni, le loro chimere. Hanno paura del grande mare aperto della vita, ed hanno paura dell’amore perché sanno che l’amore è un «gioco d’az­zardo» ed anche un’«arte», e che la vita oscilla fra il «rebus» e la «comédie» (Come di).
Orgogliosi, scontrosi, timidi e vulnerabili, non sono sicuri di poter offrire una recita che strappi applausi a scena aperta. Preferiscono essere spettatori piuttosto che attori, osservare invece che agire (Hesitation), fare un passo in avanti e poi ritrarsi, proteggersi dietro ad una porta chiusa aldilà della quale soffia il vento caldo del deserto (Colleghi trascurati).
In Un vecchio errore, però, il protagonista non fugge, non del tutto. Rifiuta di guardarsi allo specchio ma solo perché non ne ha bisogno. Assume il suo «vec­chio errore» e la sua responsabilità, pur tentando di giustificarsi in nome dell’amore. Una fuga a metà. È un testo stupendo, uno dei più elaborati e dominati, con enjambements vertiginosi e rime interne che met­tono in risalto i termini chiave e creano un contra­sto fra l’apparenza e il volto, quello che si è e quello che si sembra, quello che siamo stati e che non siamo più: «avevo il cuore duro allora… ero più amaro… ero più giovane…». Il tempo, lui, non smette di fuggire. Con il tempo che passa, i personaggi di Paolo Conte sono diventati più lucidi con sé stessi e più indulgenti con gli altri, soprattutto con «le altre». Non una parola amara nei riguardi di una moglie che chiede il divorzio, solo un’immensa tenerezza soffusa di nostalgia (Parole d’amore scritte a macchina); tanta divertita indulgenza anche per «l’intellettuale» che legge e legge, frequenta mostre e s’interessa a Picasso (Happy feet); ed una com­prensione umanissima per la «donna calda» colta in un momento di stanchezza esistenziale e fisica (Ho bal­lato di tutto). Mettersi nei panni di una donna, par­lare al suo posto, immedesimarsi in lei, diventare lei… Una novità assoluta ed inimmaginabile all’epoca di La donna d’inverno quando lo svagato protagonista, con un libro di Lucrezio fra le mani, si faceva domande poco lusinghiere sulle capacità intellettive della sua amante «morbida e pelosa e bianca, afgana, algebrica e pensosa».
Quanta originalità inventiva anche per trattare il tema scontatissimo della donna! Dalla «ragazza fisar­monica» alla «donna calda» non esiste un solo perso­naggio femminile che sia banale e risaputo. E quando 
10 è, dal punto di vista delle reazioni, è riscattato dalle trovate linguistiche e dal duplice sguardo del seduttore pudico, del misogino innamorato dell’eterno femmi­nino. Ma questo è un argomento che meriterebbe una tesi.
Non sappiamo cosa ci riserveranno le «parole can­tate» del prossimo futuro, ma c’è da scommettere che Il 
poeta continuerà a scombussolare i nostri apriorismi, presentarci sfaccettature nuove e nuovi sprazzi del suo mondo magico-realistico, a regalarci immagini insolite, come quella del «pediluvio»(Colleghi trascurati) che ha sostituito, in chiave autoironica, il mito ricorrente di docce e bagni purificatori (Via con me, Uomo-camion, Gelato al limon…). Un giorno, magari, ci parlerà di cani gatti dopo tante scimmie più o meno metaforiche e qualche lupo pulcioso di ritorno da fallimentari esibi­zioni in una «comica America» (Lupi spelacchiati). Anche nei suoi «Bestiari», Paolo Conte riesce ad essere personale ed immaginoso.
Un rimprovero da fare, uno solo: l’abuso dell’inglese nell’album Parole d’amore scritte a macchina. Lingua 
duttile finché si vuole, ma troppo ovvia, sfruttata, inflazionata. Tutti, oggi, si mettono a rimeggiare in inglese, ;un inglese senza carne e senza sangue, uno scheletro di ‘lingua. Ma si è visto che, per Paolo Conte, l’inglese è le­gato strettamente alla musica e, in nome di essa, gli sipossono perdonare tante cose, se non tutte. La musica che magnifica e sublima le parole, caricandole di una densità emotiva che il testo scritto talvolta occulta; la mu­sica, il solo Dio per quest’uomo fondamentalmente laico,ossia indipendente, autonomo, solitario e libero come soltanto sanno esserlo i grandi Poeti.
DORIANA   FOURNIER – Agrégée de l’Université, Paris
Da: Paolo Conte, Le parole, Umberto Allemandi & C., Torino, 1991

Categorie:Paolo Conte

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