Keith Jarrett, Solo, Tokyo 2002

Su questi concerti scrive Gianluigi Bozzi

KEITH JARRETT Piano solo
27 ottobre 2002
OSAKA Festival Hall

30 ottobre 2002
TOKYO Metropolitan Festival Hall (150° concerto in Giappone)

31 ottobre 2002
TOKYO Metropolitan Art Space

Sento il bisogno di ripensare con calma a quello che è successo, di ricostruirlo e riviverlo nella mente, di raccontarlo agli amici per renderli, almeno in parte e per quel poco che la scrittura e la difficoltà di esprimere le emozioni consentono, partecipi di questa straordinaria avventura.

Ci sono momenti nei quali, ancora adesso, a distanza di una settimana, non mi pare possibile essere stato a 10.000 chilometri e a 12 ore di volo da qua e aver provato gioia, emozioni, stupore, commozione, entusiasmo così intensi e assoluti.

La scelta della musica di accompagnamento alla scrittura di questi “ricordi” è stata facile: Osaka, 8 novembre 1976, per omaggio, coerenza e continuità storica ed emozionale. Poi proseguirò con Tokyo, 14 novembre.

Le prime notizie in merito al ritorno di Keith Jarrett ai concerti in piano solo e al tour in Giappone per celebrare il 150° concerto in quel paese mi erano state fornite dall’amico Mirco, sempre attento e informatissimo a tutto ciò che riguarda il “maestro”.

L’idea un po’ folle di andare in Giappone apposta per questi concerti è nata, quasi per scherzo, durante il tour europeo dello Standards Trio di quest’estate. Ma l’amico Roberto ha saputo tradurre lo scherzo (o il sogno?) in realtà, organizzando tutto quanto (voli, soggiorni, spostamenti, biglietti) con competenza, coraggio, fortuna, entusiasmo e simpatia, vincendo tutte le mie pigrizie e incertezze e paure e rendendo così possibile questa indimenticabile avventura giapponese.

Siamo partiti sabato 26 ottobre alle ore 14.30 da Malpensa, con un volo diretto per Osaka (precisiamolo una volta per tutte: si pronuncia òsaca, con l’accento sulla o e con la s di “sale”). Dopo 12 ore di viaggio (più 8 ore di fuso) siamo arrivati a destinazione e alle ore 17, con una modesta oretta di anticipo sull’orario di inizio, ci siamo presentati all’entrata della Festival Hall, un bellissimo auditorium di ca. 2700 posti, ovviamente esauriti.

I giapponesini arrivano al concerto alla spicciolata, non formano code (ognuno possiede già il biglietto e tutti i posti sono numerati), parlano molto sottovoce e si accomodano in silenzio (sembra di stare in chiesa!). Purtroppo però si annidano anche tra di loro alcuni incurabili bronchitici che, con indicibili sofferenze, sapranno trattenersi fino all’inizio del concerto per poi finalmente lasciarsi andare a isolati ma ben calibrati e cadenzati colpi di tosse (ma allora “tutto il mondo è paese”!?! E le caramelle? E gli sciroppi? E starsene a casa se si è malati? E tossire “educatamente”, magari approfittando di un crescendo e non sguaiatamente proprio mentre il brano sta attraversando il suo momento di maggior lirismo e di minor numero di note suonate? Mah!).

Alle 18.10 compare Jarrett, si dirige al piano con il solito passo flemmatico, ringrazia il pubblico, si leva l’orologio, si siede e inizia il concerto.

Il primo brano ha un avvio free molto lento e pacato, quindi prende sempre più corpo per diventare deciso e veemente fino a quando Jarrett, verso il decimo minuto, trova una melodia romantica e classicheggiante che risolve, intorno al quindicesimo minuto, su un basso ostinato e ripetuto, con varie divagazioni, fino alla conclusione del pezzo, dopo circa venti minuti in totale.

Nonostante la lunga pausa (il brano è del tutto evidentemente finito) il pubblico non applaude (forse perché Jarrett rimane troppo concentrato sulle tastiera o non ne allontana decisamente le mani).

Jarrett riprende a suonare una parte sui bassi molto decisa ma si interrompe quasi subito per alcuni rumori e colpi di tosse da parte del pubblico. Partono allora gli applausi ma Jarrett fa segno di no con le mani e richiede a gesti altri colpi di tosse. Poi dice al pubblico:”Tossite adesso!”, quindi si alza, beve un sorso d’acqua, ringrazia un po’ ironicamente, si risiede e regala un gioiello di circa cinque minuti, una sorta di ballad molto melodica e “americana”.

Con il terzo brano si torna alle atmosfere free: dopo un paio di minuti di note veloci e in libertà c’è una brusca interruzione e il brano riprende, più lentamente, con note alte ribattute e un lavoro di bassi e pedale a prolungare e mischiare tutti i suoni in un magma sonoro straniante e ipnotico. Dopo circa otto minuti Jarrett ritorna decisamente al free per circa due minuti fino alla conclusione.

Segue un nuovo brano lento e romantico, con grande melodia e accompagnamento ad arpeggi di stampo classico. Circa sei minuti di grande atmosfera ed emozione e si chiude il primo tempo.

Il secondo tempo inizia con Jarrett che ancora ironizza con il pubblico per i continui colpi di tosse che quasi gli impediscono di cominciare. Parte finalmente il primo brano, con circa cinque minuti di free piuttosto deciso che sfocia, incredibilmente e sorprendentemente, in un fugato veloce di rigorosa matrice classica per circa altri cinque minuti (credo di sapere che la composizione classica ha canoni e regole che possono indirizzare verso passaggi quasi “obbligati” e che quindi possono, entro certi limiti, “agevolare” la creazione istantanea ma la complessità e la ricchezza delle linee melodiche e l’intrecciarsi continuo delle varie “voci” mi hanno lasciato, ancora una volta, stupefatto di fronte a tanta “perfezione”!).

Il secondo brano è un nuovo gioiello di circa cinque minuti: una classica “americana”, con una bellissima, ritmata e coinvolgente melodia.

Seguono altri cinque minuti di melodia, sviluppata su un tappeto di accordi secchi e ripetuti a segnare un tempo lento, che si interrompe all’improvviso.

Il quarto brano dura circa quindici minuti. Inizia lentamente, con una melodia che si fa strada fra una serie di accordi quasi dissonanti, di stampo impressionista, per diventare sempre più carico di pathos e di tensione, fino al finale con i bassi a fare da cassa di risonanza.

Il concerto si chiude con uno “scherzo”: un pezzo free con frasi e accentazioni bebop di circa un minuto.

Due bis. Il primo è un grandioso “ostinato” di circa sei minuti, con basso fisso e ripetuto e destra “svolazzante” sulla tastiera. Il secondo è il capolavoro del concerto! Una ballad di circa cinque minuti assolutamente stupenda. Potrebbe essersi trattato di uno standard (da me mai sentito prima) o di un “traditional” (a questo mi ha fatto pensare la struttura del pezzo) ma se, come ritengo, si è trattato di un brano improvvisato, siamo di fronte a un nuovo incredibile colpo di genio del maestro!

Dopo 2 giorni di turismo a Kyoto (del tutto inutile dopo una simile performance ma d’altronde bisognava pure far passare il tempo in attesa del nuovo evento!) ci siamo trasferiti a Tokyo ( con un simpatico trenino che si è bevuto 552 chilometri in poco più di due ore!). Pomeriggio a fare shopping per tenere a bada l’emozione e finalmente (questa volta con un’ora e mezza di anticipo) siamo davanti alla Metropolitan Festival Hall, altro bellissimo auditorium di circa 2300 posti.

Alle 19.05 Jarrett entra in scena e inizia “l’avvenimento”, il 150° concerto giapponese!

Parte un brano free lento, pacato, arioso, quasi “melodico”. Dopo circa sette minuti la melodia prende il sopravvento e diviene struggente. Ma riprende il free, quindi inizia un fugato sui bassi di sapore bachiano che si tramuta in un basso ribattuto e risonante sul quale si innesta una melodia dapprima dissonante,poi via via sempre più classica, grandiosa, sofferta, struggente. Jarrett è in totale trance creativa: canta, soffre, gioisce, si alza, si risiede, si contorce, mugola e raggiunge una delle sue vette più alte (non mi vergogno a dire che ho pianto! Mi rendo conto che probabilmente si è trattato di un momento di particolare commozione dovuto all’accumularsi di una serie di emozioni di carattere anche esterno, ma la musica creata da Jarrett è stata poesia pura e in quel momento, sul palco davanti a me, c’era la perfezione dell’arte, il bello assoluto, il gesto, il pensiero, il sentimento, la creazione, la purezza, la semplicità, l’amore…).

Alla conclusione del brano, durato circa venticinque minuti, il pubblico rimane ammutolito. E qui ho amato i giapponesi perché l’applauso sarebbe suonato “stonato”, avrebbe turbato l’incanto del momento, avrebbe ricondotto alla banale normalità l’eccezionalità di ciò a cui avevamo assistito.

Dopo una lunga pausa di silenzio Jarrett parte con un basso free ma viene interrotto da un applauso isolato (subito zittito). Riprende con un trillo/tremolio e quindi con un free veloce ricco di note, di dissonanze, di scale che si inseguono e si intrecciano per circa dieci minuti. Quindi trova una melodia con note ribattute che diventa sempre più imponente e decisa fino a spegnersi su una linea romantica e classicheggiante dopo circa cinque minuti. Ma è un falso finale perché il brano riprende forza, acquista di nuovo pathos e drammaticità e si chiude dopo altri quattro minuti circa di nuova struggente melodia.

Un primo tempo indescrivibile!!! Posso solo augurarmi che venga realizzato, come è nelle previsioni, il DVD del concerto e che tutti possano godere di questo momento di assoluta creatività e genialità.

Il secondo tempo ha inizio con un brano di circa dieci minuti con una melodia bellissima e classicheggiante che si sviluppa su un avvolgente e misterioso accompagnamento ad arpeggi.

Il secondo brano ha una partenza veemente e incisiva, con un basso ostinato e note ripetute che si rincorrono fino a un’improvvisa interruzione, preludio a una ripresa decisamente classica, quasi un’invenzione a due voci, con le linee melodiche che si intrecciano e sovrappongono. Dopo circa dieci minuti il brano ha una nuova stasi, su note staccate, alte e basse, lasciate risonare a lungo. Purtroppo alcuni colpi di tosse rompono l’atmosfera trasognata e sognante che si stava creando e costringono Jarrett a interrompersi e a dar vita alla solita gag con il pubblico. Ma, come tante altre volte ci è già capitato di constatare, l’interruzione non rovina l’ispirazione.

Jarrett riprende con accordi e melodia tipo standard e crea una nuova “americana”, un gioiello, un capolavoro assoluto di quasi dieci minuti.

E c’è ancora il tempo per circa altri quindici minuti di grande musica: un brano che inizia con dei trilli a più note lasciate risonare tenendo premuto il pedale, si sviluppa con una melodia innestata su bassi ribattuti e tenuti che diventano via via sempre più puliti e incisivi e danno vita a un classico momento iterativo jarrettiano, con melodie arabeggianti, concessioni blues, aumento di ritmo e finale con interruzione improvvisa.

Tre bis. Il primo è “Danny boy”, in un’ennesima, nuova, romantica e struggente riproposizione di circa cinque minuti.

Il secondo bis è un’incredibile versione di “Old man river”, circa sei minuti di genio assoluto! Strofa e bridge in versione classico-melodica, quindi ripetizione con basso ostinato e ripetitivo (suonato quasi tutto in piedi battendo il ritmo), ancora il bridge improvvisamente e sorprendentemente in stile bachiano e chiusura blues!!

Il terzo bis, dopo applausi trionfali e una standing ovation, è un altro bellissimo standard ballad già sentito ma di cui, purtroppo, non ho individuato il titolo (ci sarebbe voluto il mitico Riccardo Facchi al mio fianco!).

E dopo un concerto di tale intensità e bellezza è quasi sconveniente riferire di un avvenimento del tutto frivolo e di secondaria importanza. Ma so che qualcuno mi capirà e saprà comprendere, con la giusta indulgenza, questo mio entusiasmo un po’ infantile.

Grazie alla nostra amica giapponese che ci aveva procurato i biglietti (esauriti da due mesi!) siamo potuti entrare nel retro del teatro e abbiamo aspettato Jarrett davanti all’ascensore che l’avrebbe portato dai camerini all’uscita (fuori, intorno alle auto dell’organizzazione, si era formato un capannello di un centinaio di persone ma dentro non c’era nessuno). Quando si sono aperte le porte dell’ascensore e dietro a un paio di accompagnatori non identificati (non c’era il mitico Stephen Cloud) sono comparsi Jarrett e signora, vincendo, non so ancora come, l’emozione, la tachicardia, il tremore alle mani e grazie alla presenza di spirito di Roberto che, con grande prontezza e agilità, ha chiuso al maestro ogni via di fuga e l’ha incantato con un inglese fluente riuscendo, in 30 secondi, a fargli i complimenti per il magnifico concerto e a dirgli che eravamo venuti apposta dall’Italia per sentirlo, sono riuscito a mettergli in mano una biro (che è già stata riposta in una bacheca con vetro antiproiettile) e a farmi fare l’autografo sulla prima pagina del programma (un bellissimo libro di fotografie riportante tutti i concerti tenuti da Jarrett in Giappone, in edizione numerata non in vendita e riservata ai possessori del biglietto). Ovviamente il mito, pur non potendosi esimere dall’apporre la tanto desiderata firma, non ha mancato di sottolinearci come tale disdicevole attività fosse assolutamente sconsigliata per la buona salute e la conservazione del suo prezioso arto ( letteralmente: “That is bad for my arm”).

Ovviamente non chiedetemi cosa abbiamo fatto dopo il concerto! I miei ricordi riprendono dopo circa 15 ore quando, sia pure a fatica, ho cominciato a riavermi!

E siamo così giunti all’ultimo concerto, al Metropolitan Art Space, ancora un bellissimo auditorium di oltre 2000 posti (ma quanti ce ne sono a Tokyo?).

Jarrett si siede al piano intorno alle 19.05. Il primo brano ha un inizio classicheggiante, ancora una volta di chiara ispirazione bachiana. Dopo circa cinque minuti si sviluppa una melodia romantica e struggente che cresce sempre più in intensità e pathos, si incupisce su bassi inquietanti e misteriosi e torna lentamente alla luce con un nuovo sviluppo di grande dolcezza fino a chiudere il pezzo dopo circa venti minuti in totale.

Il secondo brano è una lunga, stupenda versione (oltre dodici minuti) di “Every time we say goodbye”, dolce, romantica, commovente, con una lunga coda finale con bassi ribattuti e ritmati e una conclusione improvvisa.

Il terzo brano inizia con leggere dissonanze sulle note alte, a creare quasi un effetto di campane. Poi il pezzo diventa free, dapprima molto leggero e sfuggente, poi sempre più incisivo e violento fino al parossismo, con irrefrenabili cascate di note. Quindi ancora l’effetto campane con note ribattute e ancora cascate di note, questa volta sui bassi, fino all’improvvisa interruzione dopo circa dodici minuti.

Il secondo tempo si apre con uno standard mediamente lento (purtroppo non ho individuato il titolo) di circa sette minuti, con molta improvvisazione e un finale rallentato con la melodia in grande evidenza.

Jarrett sembra un po’ indeciso sul da farsi. Prende un foglio che stava sul tavolinetto posto al suo fianco e lo appoggia sul pianoforte. Quindi parte con un altro standard, molto romantico e melodico, per circa altri sette minuti (e anche questa volta niente titolo).

Il terzo brano è “Bewitched” in una bella versione, lenta e cantabile, di circa sei minuti.

Alla fine di ogni brano Jarrett sembra leggere sul foglio che si è messo davanti( forse si è appuntato una serie di titoli “possibili”).

Il quarto brano è un altro standard di circa cinque minuti, con un bellissimo finale classicheggiante e fugato. Quindi ancora uno standard di oltre dieci minuti, con lunghe e bellissime divagazioni e improvvisazioni su un arpeggio di accompagnamento ripetuto. Purtroppo, in entrambi i casi, pur avendo riconosciuto la melodia dei pezzi, non sono stato in grado di individuare i titoli.

Il sesto brano è una struggente versione di circa dieci minuti di “As time goes by”. Jarrett, durante la parte di improvvisazione, aumenta leggermente il tempo fino a trasformarlo in uno swing, quindi rallenta e ritorna per il finale sul ritmo ballad dell’inizio.

Il concerto si chiude con un ultimo brano melodico abbastanza ritmato, di circa quattro minuti, che non ho riconosciuto e che potrebbe anche essere stato frutto di improvvisazione.

Tre bis.Il primo è un brano improvvisato di circa cinque minuti tutto giocato su un vigoroso riff di bassi ripetuti: una danza selvaggia con Jarrett sempre in piedi a battere il tempo e a dimenarsi e con stupendi stacchi finali e successiva ripresa del ritmo. Un’esplosione di gioia, una festa!

Il secondo bis è ancora uno standard, ancora una ballad di quasi dieci minuti suonata con grande sentimento e creatività (e perdonatemi l’ennesima carenza del titolo).

Il terzo bis, a ripagare il pubblico per gli applausi calorosi e per la standing ovation, è una lenta e commovente versione di “If I should lose you”.

Ho cercato di ricordare tutto e spero di essere riuscito a dare almeno un’idea della grandiosità di questi tre concerti, come sempre molto diversi tra loro ma tutti bellissimi per intensità e creatività. E chi ha assistito almeno una volta a un concerto di piano solo di Jarrett potrà immaginare lo sconvolgimento emotivo che tre avvenimenti di questo genere, concentrati nel breve spazio temporale di cinque giorni, sono in grado di provocare.

Ho ancora la mente piena di immagini, suoni, colori. E’ stato davvero difficile ritornare alla quotidianità. Ma ho aggiornato la mia lista dei concerti jarrettiani (42 dal 1983 a oggi!), mi risfoglio quasi quotidianamente il libro di foto autografato, alterno l’ascolto di “Always let me go” con quello dei “Sun bear concerts” e aspetto notizie per dare inizio a una nuova avventura.

Come dice il maestro: “Think of your ears as eyes”.

in: Io c’ero l’avventura Giapponese – Osaka, Tokyo, Tokyo
Nov 8th, 2002 Scritto da Gianluigi Bozzi

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