Nina Simone: da concertista di piano a chanteuse, 1944-1959, 21 febbraio 2009


Disegno di Aliceydulcinea

Oggi è il compleanno di Nina, Nina Simone

La vita terrena di Nina Simone iniziò il 21 febbraio 1933 aTryon, una città della Carolina del Nord. Ci volevano due giorni, fra treno ed autobus, per andare a New York. Lontano dai centri della cultura musicale americana nasceva e cresceva questa meravigliosa creatura:

 

“Qui lo spirito è entrato nel corpo della piccola Eunice Waymon. Quello spirito che la accompagnò dai primi passi fino alle scene newyorchesi, dove le permise di compiere la sua missione”

David Brun Lambert, Nina Simone, una vita, Kowalski-Apogeo, 2008, p.12 (traduzione di Laura Cecilia Dapelli, da David Brun Lambert, Nina Simone, une vie, Editions Flammarion, 2005)

 

Caro passante, forse hai visto con me questa bambina durante la sua “infanzia del prodigio”.

Oggi ci soffermeremo sulla sua trasformazione, come nella favola del cigno nero, da Eunice Waymon a Nina Simone.

Da ragazzina tutto il suo tempo era dedicato al piano. Lo imponeva la rigida madre Kate e tutta la comunità locale, che avevano investito di aspettative troppo grandi per la sua età il talento che era in lei riconoscibile:

ore passate a imparare gli spartiti a memoria, a memorizzare ogni sfumatura, ogni silenzio, a ripetere gli stessi arpeggi in tutte le tonalità fino a che le mani non ne potevano più

(op. cit. p. 36)

E tuttavia un giovane vicino di casa fece sparire la solitudine di quel tempo tutto dedicato alla scuola e all’apprendimento della musica. Eunice si innamorò di Edney Whiteside, un ragazzo di famiglia cherokee. Per anni diventarono i “piccoli fidanzati”. Durò poco: “Non ci sei e mi manchi troppo”, le disse Edney. Nina aveva 16 anni.

Quarant’anni dopo lui accolse in questo modo uno dei suoi momenti di depressione:

 

 

Eunice inseguiva un desiderio: quello di diventare concertista classica. L’obiettivo era di frequentare gli studi al Curtis Institute di Philadelphia e, per prepararsi all’esame di ammissione si iscrisse alla Julliard School di New York, uno dei più prestigiosi conservatori di musica classica degli Stati Uniti.
Dedicò l’estate del 1950 ai corsi estivi di preparazione al corso di ammissione: era l’unica allieva di colore. In un altro corso parallelo c’era Miles Davis.
L’esame era il 12 agosto. Da New York, Eunice raggiunse Philadelphia in autobus:
ciò che accadde quel mattino resta un mistero. Nina Simone non ha mai accennato allo svolgimento dell’esame. Era troppo nervosa? Non suonò all’altezza delle sue capacità o semplicemente commise errori durante l’esecuzione?” (op. cit. p. 46)
Sta di fatto che venne “scartata”. Questa ferita l’accompagno per tutta la vita, perché lei attribuì l’esito alla discriminazione razziale.

 

Voleva un altro destino per se stessa. Eppure da quella caduta è nata la più grande interprete di quell’ arte musicale che lei stessa, con insistenza e continuità, chiamerà “musica classica nera

 

Eunice era testarda: “o il Curtis o niente” Di conseguenza fece lavori ingrati per risparmiare e pagare qualche settimana alle lezioni di Vladimir Sokhaloff, un rinomato maestro di pianoforte. Fu lui a suggerire un’altra via per il suo destino: “lascia parlare la tua parte nera”.

 

Tornò a Philadelphia, fece anche un anno di psicoanalisi, con il dottor Gerry Weiss. Siamo attorno ai vent’anni, in quel periodo terribile nel quale occorre far girare la nave e prendere la rotta.
La svolta avviene ad Atlantic City, una delle capitali americane del gioco.
Vi andò nell’estate del 1954, perché lì, alcuni locali pagavano bene i loro pianisti. L’ingaggio fu al Midtown Bar & Grill:

Nina Simone nacque in un bar umido del New Jersey con il pavimento ricoperto di segatura per assorbire l’alcol rovesciato in terra. Una bettola, come ce ne sono a centinaia, con l’aria satura di fumo e di sigarette” (Op. Cit., p. 57)

Provò qualche sera, combinando i brani classici con i gospel e le arie alla moda in quel momento e lasciando che i brani si dispiegassero anche per oltre la mezz’ora. Suonava ad occhi chiusi, facendo quello per cui era nata e abbandonandosi alla musica e liberandosi del tempo e del luogo.
L’ordine padronale arrivò subito: “Alcuni clienti si sono lamentati. Devi cantare. Se non canti sei licenziata”.
Era arrivato il momento dello sdoppiamento. Probabilmente nella sua stanza si guardò allo specchio e Eunice vide Nina Simone. “Nina”, come “bambina”, e “Simone”, come la Signoret del film Il casco d’oro, che la pianista aveva visto a Philadelphia. Bisognava nascondere alla sua famiglia che la loro figlia prodigio cantava musica del diavolo per degli ubriaconi in luoghi “indegni”:
bisogna ammettere che il nome di battaglia che si è inventata Eunice suona bene. Inossidabile. Esotico. E anche misterioso” (Op. cit., p. 60)

 

Le persone che passavano davanti al locale erano tentati di rallentare il passo e di entrare. E una volta dentro c’era quella voce interpretante a trattenerli.
Il cigno nero spiccava il volo.


Biografia di Nina Simone:

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