The Necks: Pop Will Eat Himself, analisi passional-stilistica di Paolo Ferrario

The Necks: Pop Will Eat Himself Recensione di: Amalteo , (Thursday, October 22, 2009)

Niente di professionale. Questa è solo una analisi passional-stilistica di:

The Necks– “Pop Will Eat Himself”
Seconda parte del concerto tenuto al The Factory Theatre di Sidney, 2008

(clicca sulla parti evidenziate con –>)

Mio demerito. E’ terribile “smontare” in 5 pezzi un’opera unitaria di 45 minuti costruita sulla scena. Tuttavia servirà a intra-vedere come loro riescono a scolpire il loro ennesimo gioiello musicale. Il consiglio al lettore è di darsi un’ora di tempo e sentire uno dei dischi della collezione.

Mio merito: faccio tutto come in una seduta psicanalitica. Associo. Lascio andare i pensieri. Scrivo mentre ascolto. Amplifico. Vado a caccia di ricordi. Puoi farlo anche tu. Provaci.

Nella lingua tedesca la parola Gestalt vuol dire “forma, configurazione” e rimanda al concetto di “totalità formale e strutturale“. Su questa parola si fonda la psicologia della forma, secondo la quale i processi mentali della conoscenza e dell’esperienza percettiva si organizzano in una totalità che è differente dalla somma dei singoli elementi che la compongono: “sfondo/primo piano/unità” , come osserva Astime nel commento 8.
In un ascolto trasognato di un pezzo dei The Necks potrai fare esperienza diretta di questo modo in cui funziona la mente.

I tre lavorano assieme, perfettamente integrati come in una Gestalt. Di più: il loro suono è unitario, pur essendo costruito con impercettibili apporti associativi di ciascuno.
Fanno minimalismo in ambiente jazz.

Nominiamo i tre: Chris Abrahams al piano (il più introverso), Tony Buck alle batterie (potenza vulcanica allo stato naturale), Lloyd Swanton al contrabbasso (il generoso, il connettivo, il socievole, l’assertivo).

Un’opera musicale d’arte di quasi un’ora si poggia necessariamente su un percorso che ha una introduzione, alcuni cuori interni ed un finale di chiusura.
In fondo anche noi , esseri viventi, siamo come una musica.

1. –> Introduzione

Si sta entrando in un mondo immaginario.
Si deve farlo con leggerezza e spirito accogliente.
Swanton crea il clima, Buck costruisce l’ambiente (senti quelle nacchere che corrono sul tamburo!) e Abrahams introduce elementi dinamici.
Concentrarsi sull’impasto dei suoni e la progressione lenta. Il crescendo sarà segnato dai tasti bassi del piano, a loro volta sostenuti dal tappeto della batteria e tenuti assieme dalle vibrazioni delle corde.
(Mi scuso per la frattura: troverò modo, caro lettore, di farti sentire tutto l’intero. Qui lavoriamo sulle parti).

2. –>Primo cuore: volevamo portarti qui

Siamo attorno all’11 minuto.
La struttura sonora si fa più veloce e drammatizzante.
I mezzi sono un emozionante interplay di grande affettività fra i musicisti.
L’effetto è quello che chiamerei di “ipnosi con coscienza“.
Ci siamo.
Siamo dentro un ambiente laterale della realtà.
E’ il centro del Mandala.
Ma come nei Mandala, ci sono le vie laterali (alto/basso, est/ovest).
E come lo fanno?
Con le variazioni. Arabeschi, ornamenti, sub-tonalità, armonici primari e secondari.
Qui stiamo provando l’esperienza di “essere dentro” il “loro” mondo immaginario. Quello in cui volevano portarci. E tuttavia sei “tu” (“io”), con la tua soggettività che ci stai.
C’è collaborazione, c’è relazione qui. C’è empatia.
L’archetipo del Fantastico (inventato or ora) suggerisce: “C’è magia … è come stare in una fiaba“.
Più semplicemente il primo cuore sussura: “è bello stare qui”.
Il folletto benefico è Abrahams.

3. –> Secondo cuore: nel mezzo del cammin …

Siamo al 25° minuto.
Si cammina, si corre.
La vita è un lampo.
Occorre guardare tutto quanto è possibile.
Godere degli attimi.
Carpe diem …. Carpe diem … Il tempo corre …
Ci vuole energia. Ci vuole libido.
Ci vuole dinamica, che vive a contatto con la statica.
Chi è il folletto energetico?
E’ Carl Abrahams: vertigine controllata.
E’ lui che fa correre le note del piano, alimentandosi anche con l’archetto di Swanton.
Si corre qui.
Non c’è tempo.
“Siamo in ritardo”, come diceva il coniglio di Alice nel regno delle meraviglie.
Non ci sono picchi o avvallamenti.
Direi che siamo su un “vertice durevole“.
Associo al plateau orgasmico.
Dura di più, però.

4. –> Terzo cuore: le vie sono ardenti

Siamo al 32° minuto.
Ora si può provare l’impossibile: accomodarsi sopra un cratere vulcanico. Dalle coppe osserverai il ribollire della lava.
La psiche è incandescente, le fiamme si levano e si ritraggono.

“La loro fine è tracciata nel loro principio
e il loro principio nella fine,
come la fiamma è unita al tizzone ardente”
.
(Sepher Jtzirah, I, 8)

Ci vuole potenza per farlo.
E chi è il folletto della potenza?
E’ Tony Buck: un fenomeno della natura. Un vulcano umano.
Suo è il battito potente, percussivo, forte, sicuro, implacabile, accessibile.
Con quel drumming si può sedere sull’orlo del cratere come se si fosse sul bordo di un fiume placido alla new age.
Ma i folletti collaborano. I folletti arrivano assieme, anche se ciascuno ha un ruolo.
E infatti Abrahams lavora sugli armonici e Swanton – l’assertivo è al servizio del tutto. Lui si è assunto l’umile e necessario compito di “tenere assieme”.
Solo così si può stare davanti alla lava come davanti ad un ruscello romantico da lieder schubertiano (quello della Bella Mugnaia).

5. –> Si torna a casa

Nella sintassi musicale c’è una figura retorica che si chiama “cadenza d’inganno“.
Spiega Wikipedia che: “Una cadenza d’inganno crea un momento di sospensione che determina un aumento d’interesse verso la composizione in quanto la sensazione di una conclusione viene disattesa ed inoltre fa sì che il compositore possa aggiungere una o due frasi che chiudano il tutto”.
Lo dico con parole mie.
La cadenza d’inganno funziona così: sei a casa tua … Esci di casa (nel nostro caso con questo pezzo dei The Necks) … Cammini … Cammini … Vedi … Osservi … Sperimenti … Sei fuori di casa …. Sei in un altro spazio … poi ritorni e ti accorgi che non eri mai uscito di casa.
Questo è quello che mi provocano i gestaltici Abrahams, Buck e Swanton.
Si torna a casa. O meglio non si era neppure usciti.

Era un viaggio nell’Immaginario.

Era una Reverie

recensione presa da qui:

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