Giulia Boringhieri: Per un umanesimo scientifico

I figli di solito scrivono memorie, non storie. Può una figlia raccontare di suo padre e sperare di essere credibile? Il lavoro di ricostruzione storica, già normalmente difficile, può svolgersi correttamente nel caso di un rapporto personale cosí stretto?

L’ambizione era effettivamente molta, e lo sforzo che ne è derivato per esserne all’altezza ancora maggiore. L’obiettività non era mai abbastanza. D’altra parte, dopo le prime ricerche, nei mesi che precedettero e seguirono la morte di mio padre, il 16 agosto del 2006, e l’impulso credo comprensibile a personalizzare il racconto, tutto ciò che andavo scoprendo mi pareva di un interesse molto superiore al mio desiderio di riappropriarmi di un pezzo della sua vita che non conoscevo affatto. Cosí ho cominciato, un po’ alla volta, a osservare mio padre dall’esterno, sempre di piú, con sempre piú trasporto per gli argomenti e i personaggi che incontravo e il desiderio di comprenderli, di non travisarli. E piú riuscivo a farlo piú mi sembrava di capire anche lui, di essere lí con lui.

Mio padre non avrebbe mai, per nessun motivo, scritto un libro su di sé. Per ragioni caratteriali e per convinzione era di una riservatezza assoluta, non parlava mai di se stesso e del suo passato. In particolare il periodo giovanile trascorso all’Einaudi, sebbene fosse coinciso con un decennio ormai leggendario della storia della casa editrice torinese, per la sua vivacità culturale e per i nomi dei suoi protagonisti, sembrava un capitolo definitivamente chiuso, sepolto, della sua esistenza sia personale sia professionale. Solo nell’ultimo anno della sua vita, quando era già provato dalla malattia, ha finalmente accettato di rispondere alle mie domande, e le risposte sono quelle poche che qui riporto. Sapeva che cosa avrei voluto farne e non mi ha scoraggiata.

In realtà all’epoca avevo in animo di scrivere qualcosa sulla Boringhieri. Il progetto si è modificato in seguito, per la vastità di documenti e dati che avevo trovato strada facendo sul periodo einaudiano e per quello che mi dicevano: che la redazione scientifica era stata un unicum all’interno dell’Einaudi e che i libri, le persone e i progetti che l’avevano attraversata non costituivano solo le origini dell’avventura editoriale successiva di mio padre ma una tessera importante e meno nota della cultura italiana del dopoguerra, di quella battaglia delle idee la cui intensità, nonostante tutto, continuiamo ad ammirare.

Mi sembrava una storia bella anche questa, prima di raccontare quella successiva. Spero non me ne vorrà.

 

 

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