Mark Strand: L’uomo che cammina un passo avanti al buio, di Giorgio Linguaglossa, Lietocolle

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Strand ama lo stile dichiarativo, la proposizione dichiarativo-comunicativa. Va per la semplicità assoluta (che è cosa ben diversa dal semplicismo!) verso le cose, usa verbi elementari (ma efficaci) coniugati nelle declinazioni che la sintassi richiede e reclama, non ama affatto giustapporre il proprio «io» (con tutte le sue intermittenze) al di sopra, o al di sotto, o di lato alle tematiche prese ad oggetto. Strand ama gli oggetti, ama le cose e, di conseguenza, va per la linea più diretta verso di essi, non tentenna mai, non diverge, non arzigogola, non bara (come molti poeti italiani contemporanei invece fanno) invertendo le immagini, i verbi e le relazioni causali tra le azioni e le cose. In breve, direi che qui c’è da imparare a iosa. E così, consiglio la lettura della poesia di Strand a tutti i poeti che vogliano migliorare le proprie prestazioni letterarie e a tutti i lettori intelligenti.

Sorprende, in questa poesia, la capacità che ha il poeta americano di creare soluzioni impreviste agli sviluppi imprevisti delle situazioni tematiche. La lezione di Wallace Stevens è stata ben digerita, così come anche quella di Witman. Sono i luoghi, nella loro concretezza e precisione, il loro essere qui ed ora, a rivelarci i loro segreti reconditi. I luoghi in quanto attraversati dall’esistenza, gli oggetti in quanto attraversati dalla temporalità, la temporalità in quanto intersecata e attraversata dal tempo. Inoltre, tutti i luoghi rimandano, all’indietro, al luogo originale, al luogo-metafora e metafisico, al luogo «simbolico» È questa la linea di demarcazione tra la scrittura poetica di Strand e i minimalisti italiani, i quali sconoscono e disconoscono del tutto la questione «simbolica». Di rara ed icastica precisione sono gli «oggetti», tutti nitidamente delimitati e come scolpiti e circoscritti nella quotidianità (e anche banalità) del loro aprirsi. Il traduttore a volte genericizza in italiano quello che invece nella lingua inglese è plastico, chiaro e preciso, ma non è una pecca del traduttore, hanno qui un peso preponderante le diverse caratteristiche delle due lingue, la diversa misura di plasticità delle espressioni idiomatiche.

Una lezione da prendere da Strand è la sua assoluta fedeltà alle parole e, di conseguenza, alle cose,  l’assoluto rispetto del loro valore lessicale e metaforico della lingua.

Il poeta americano ha una andatura ritmico-sintattica controllata, evita  ogni eccesso linguistico e tonale, le presunte ustioni del cuore, i bruciori, le ferite, i languori etc… non persegue una direzione ma, nella sua poesia, tutte le direzionisono possibili, contemporaneamente; la sua poesia abita, sì, i contorni fissi, nitidi degli oggetti ma è sempre problematica, aperta alla problematicità del «reale» e alla problematicità del discorso poetico… la reiterazione, la ripresa e l’anafora sono gli espedienti poetici di base della sua poesia, che rimane, sostanzialmente, una operazione «ottica», che deriva dall’occhio che guarda (non un occhio contemplativo ma un congegno ottico che insegue gli oggetti). Poesia che è attratta dagli oggetti come un magnete, priva di elettricità ma che è interamente attraversata dalle micro fratture telluriche degli oggetti, carica di esistenza diffusa e di riflessione sull’esistenza.

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da: LietoColle: Mark Strand: L’uomo che cammina un passo avanti al buio.

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