questa sera sarò, con Luciana, al Teatro Arcimboldi di Milano Greco – Bicocca per: Keith Jarrett, Gary Peacock e Jack DeJohnette

Keith Jarrett, Gary Peacock e Jack De Johnette

il 21 luglio 2011, al Teatro Arcimboldi di Milano – Greco
Keith Jarrett, Gary Peacock e Jack De Johnette

Hanno suonato:

All Of You, Summertime, Stars Fell On AlabamaI’gonna laugh you right of my life; Life is just a bowl of cherriesG Blues, Answer Me My Love, Solar, All the Things You Are; When will the blues leave (tenuta su un tono molto free); Tennessee Waltz. Una diecina di brani in tutto. Ci sono anche due bis: l’ellingtoniano Things Ain’t What They Used To Be e Once Upon A Time

Nel 1983, venticinque anni fa, nasceva il cosiddetto Trio Standards, ovvero l’incontro di Keith Jarrett con il contrabbassista Gary Peacock e con il batterista Jack DeJohnette.

In quell’anno Jarrett propose a De Johnette e a Peacock, di registrare un album di standard jazz, intitolato semplicemente Standards, Volume 1. Fanno seguito immediatamente dopo Standards, Volume 2 e Changes, registrati nella medesima sessione. Il successo di questi album e il conseguente tour del gruppo consacrarono questo nuovo Standards Trio nella rosa delle formazioni jazz storiche.
Il trio è un piccolo miracolo di equilibrio e creatività, di ispirazione e di perfezione formale, il vero grande erede del Trio Bill Evans, ovvero il trio pianistico per eccellenza. Ne viene fuori, nel corso di più di tre lustri, una collezione di dischi superbi, incluso il monumentale cofanetto di sei CD registrato nel 1994 al Blue Note, il tempio del jazz newyorkese. Il Trio ha registrato numerosi album live e studio, nei quali rivisitano pezzi del repertorio jazz, citando Ahmad Jamal quale principale ispiratore, per il suo uso di linee melodiche e multitonali.
La comunicazione fra i tre artisti è praticamente telepatica e le improvvisazioni raggiungono una complessità tale che i tre strumenti si fondono in un’unica melodia. Il Trio ha intrapreso diversi tour mondiali in diverse sale da concerto (gli unici palchi, salvo sporadiche eccezioni, sui quali Jarrett, noto purista del suono, intende esibirsi).

da Teatro Arcimboldi

I tre suonano così:

Scrive Cesare Balbo:

E’ un live act quello del “Keith Jarrett Standards Trio” di domani sera agli Arcimboldi così atteso a Milano che sarebbe così scontato parlare di evento, un termine abusato e quindi inadatto per un musicista che dell’improvvisazione ha fatto arte. In un’estate musicale di alto livello per la scena milanese il ritorno di Jarrett è come un suggello.

Ma se le precedenti performance scaligere erano “solo piano” stavolta è accompagnato dai suoi fidi sodali Gary Peacock e Jack Dejohnette con cui condivide un felice sodalizio artistico da ventotto anni sotto il nome di Standards Trio, titolo del loro album di esordio. Per loro che sono ormai un classico del jazz è un atto di amore misurarsi ancora con gli standards della musica classica afro-americana: un’operazione culturale analoga a quella della musica classica ma nel segno di maggior libertà esecutiva. Non a caso la loro formazione risale ai libertari primi anni Settanta e si esprime nella scelta stilistica di cercare di improvvisare all’interno della tradizione.

L’improvvisazione è una musica al presente, che accade solo in quel momento e non si ripeterà più. E’ un “unicum” nel solco della tradizione intesa come pretesto per addentrarsi nei territori della variazione assoluta. Si fa presto a parlare di “improvvisazione” ma è una vera e propria tecnica che richiede rigore e grande conoscenza in grado di creare quel flusso sonoro in cui l’ascoltatore può immergersi una sola volta. E richiede grande concentrazione da parte di Jarrett, la voce narrante del trio sostenuta dagli sciabordii dei piatti della batteria di DeJohnette e dall’accompagnamento sinuoso del contrabbasso di Peacock. Concentrazione, a volte fraintesa come capricciosa, per i disturbi esterni provenienti dal pubblico o dai fotografi. C’è una ricca aneddotica sui tic e le manie di Jarrett che accompagna ogni esibizione, in ogni caso pensando alla magia creata dall’improvvisazione del Trio più famoso del mondo non si può non condividere il richiamo di Jarrett alle continue distrazioni che rischiano di far perdere tante cose, i dettagli, la capacità di ascolto. E’ un riconoscimento, in fondo, all’importanza del pubblico inteso come il quarto elemento delle triangolazioni musicali dei tre musicisti che dopo Napoli e Milano proseguono nel loro tour europeo.

in Sole 24 ore Eventi

Dopo il concerto

Scrive Franco Fayenz  in Il Sole 24 ore :

Il superdivo Keith Jarrett è tornato a Milano, questa volta al Teatro degli Arcimboldi con il suo celebre Standards Jazz Trio (Jarrett pianoforte, Gary Peacock contrabbasso, Jack Dejohnette batteria). Tre giorni prima i tre maestri avevano suonato al Teatro San Carlo di Napoli, e chi ha ascoltato entrambi i concerti assicura che nulla è stato ripetuto, salvo la camicia rossa e i discutibili calzoni neri del pianista.

Non ci sono dubbi. Jarrett, Peacock e Dejohnette lavorano insieme da 28 anni, pur avendo nello stesso tempo appuntamenti musicali diversi.

Significa che suonano in simbiosi, e che a loro basta un sussurro, uno sguardo, e talvolta soltanto l’istinto o le vie misteriose dell’inconscio, per intendersi sulla strada da percorrere o da cambiare.

Il pianoforte, il contrabbasso e la batteria sono fonti d’emissione di suoni stupendi e di uguale peso specifico, quello che oggi chiamiamo interplay. Oggi, in ciò che resta della grande musica per piccolo complesso che ancora, per intenderci, chiamiamo jazz, non si può fare niente di meglio. E’ vero che tempo fa c’erano stati nel trio vaghi sentori di routine, ma sappiamo che si dovevano attribuire ad alcuni problemi di salute di Peacok e ai guai sentimentali di Jarrett, adesso metabolizzati con qualche residuo percepibile nei brani che propone.  

Scelgono, i tre – ma soprattutto Jarrett e Peacock – dall’immenso patrimonio di temi sempreverdi, perlopiù americani, da cui il nome e lo scopo del trio riunito nel 1983.

La struttura di ciascuna interpretazione creativa è piuttosto semplice: esposizione del tema, variazioni improvvisate, riesposizione tematica conclusiva non priva di nuove variazioni finali talvolta lasciate volutamente sospese.

E’ nella parte centrale che non di rado emerge l’emozione del capolavoro: qui l’improvvisazione è assoluta, supera i ricordi e le influenze ambientali; e chiunque può capire che, seppure in ipotesi uno stesso tema fosse ripreso, un’improvvisazione siffatta coincide con i sentimenti dei musicisti e con un qui e ora che mai più, e in nessun altro luogo, potrà essere ripetuto nello stesso modo.

E’ un’autobiografia istantanea, una dazione di sé che supera perfino la bellezza dei mezzi con cui si esprime: il tocco e il fraseggio aereo del pianoforte, la fantasia del contrabbasso, il vigore contenuto della batteria.

Si comincia con All Of You che Jarrett nobilita con una lunga prolusione pianistica. Ecco poi Summertime a tutti noto, Stars Fell On Alabama, G Blues e nella seconda parte (Jarrett ama l’intervallo) Answer Me My Love, All the Things You Are, Tennessee Waltz. Una diecina di brani in tutto, quelli citati sono i migliori. Ci sono anche due bis, l’ellingtoniano Things Ain’t What They Used To Be e Once Upon A Time.

Questi ultimi, per quanto possa sembrare incredibile ai non iniziati, sono un premio per il pubblico (folto, ma con qualche vuoto qua e là): il pubblico, dicevo, che ha fatto il bravo e si è comportato secondo un decalogo di istruzioni per l’uso del concerto di Jarrett contenuto in un foglietto consegnato ad ogni spettatore e ripetuto da una voce femminile, per sua fortuna tra le quinte. Cari amatori della buona musica, Jarrett è così e non da oggi, ma così va accettato per quello che malgrado ciò sa donare, in solo o con gli altri due campioni. E’ evidente che in questo modo intimidisce l’uditorio che per quasi mezzora non si arrischia nemmeno ad applaudire a scena aperta come si usa nel jazz. Qualche anno fa, nel Teatro La Fenice di Venezia riaperto da poco dopo l’incendio, durante un concerto solitario Jarrett fu costretto a fermarsi e a dire al pubblico: «Applaudite o fischiate, fate qualcosa, perché non capisco se sto suonando bene o male». Alla fine, ovviamente, arrivano anche agli Arcimboldi boati di applausi e la standing ovation.

C’è una novità, almeno per noi italiani. Jarrett ha deciso di porre il pianoforte in posizione tale da voltare le terga alla platea. La giustificazione ufficiale è che in questo modo non vede nessuno, nemmeno con la coda dell’occhio, e l’ispirazione resta integra. Sarà, ma non è carino. Tanto più che il nostro suona alzandosi più che mai in piedi, limita a se stesso l’uso dei pedali e fa vedere in questo modo una gestualità che richiama alla mente più un pipistrello che un virtuoso della tastiera.

Ma, ripeto, accettiamolo così, basta che non esageri come fece in modo imperdonabile (non ha mai chiesto scusa) a Perugia nel 2007. Ve lo dice un ascoltatore di lungo corso che lo apprezzò per la prima volta dal vivo a Bologna nel 1969 (Jarrett aveva 24 anni) e fu un trionfo. Era un’altra persona, allora. Timido (lo è anche adesso), affabile, gentile. Si poteva stare a tavola con lui davanti a un piatto di spaghetti, e sentirsi dire all’improvviso: «Sai, ho paura. Ho paura di quando sarò celebre, se mai lo sarò, perché potrei perdere il senso delle proporzioni». Lo perse per la prima volta qualche anno dopo in un teatro di New York. Il sottoscritto fu testimone oculare e auricolare.

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…Jarrett è in forma. Energico, scattante, suona in piedi e si contorce come ai bei tempi, piazza delle scale a velocità stellare e poi fa cantare il piano. E’ un piacere aspettare il secondo tempo, stasera. Anche perché poi riesco a infilarmi in platea, quinta o sesta fila, dove Enzo mi segnala qualche posto libero.Si riparte con una interlocutoria Life is just a bowl of cherries, giusto per mescolare le carte. Seguita poi da una meravigliosa, emozionanteAnswer me my love, suonata con una delicatezza e ricchezza di sfumature e un tocco sublime che mi commuovono. E infatti, alla fine del pezzo l’applauso non finisce più. Segue Solar, con un lungo assolo un po’ esitante all’inizio di Jack, e poi una straordinaria versione di When will the blues leave, così diversa da tutto il resto della serata, quasi free nella sua libertà, trascinante e selvaggia. Gary si trasfigura e va in estasi nel corso del pezzo.Difficile riprendersi dopo. Ci vuole qualcosa di un po’ leggero. Tennessee Waltz è perfetta, certo non per quelli che l’hanno sentita cinquanta volte, ma la sala apprezza. I tre vecchietti si alzano, ringraziano il pubblico osannante e escono. Nonostante molti flash, ritornano in scena più volte finche non si risiedono, prima per la classica Things ain’t what they used to be, e una seconda volta. Noi pensiamo che ovviamente faranno la solita chiusura con When I fall in love, ma Jarrett decide di deliziarci con Once upon a time.Puro piacere. La gente si alza in piedi. Applaude, pesta i piedi, urla, fischia. Fotografa. Jarrett non fa una piega. Un ultimo inchino poi si accendono le luci. Sono le undici e venti. Steve appare sul palco, con una barba bianca incolta, ci dice che Jarrett stasera non riceve nessuno perché l’aeroporto sta per chiudere. ‘Please, tell him it has been a wonderful one’. ‘Ok, see you in Spain’. Nei sei concerti di questa tournèe estiva – Copenhagen, Strasburgo, Parigi, Juan, Napoli, Milano – ha suonato pezzi sempre differenti. La sua memoria musicale è mostruosa.
… Il Genio introduce e disegna arabeschi, su cui gli amici cesellano: Gary estrae voci sorprendenti dal suo contrabbasso, Jack usa spazzole e piatti con una infinita sensibilità.
Insieme, sono una dimostrazione vivente di intesa, classe, tecnica sopraffina, misura, equilibrio, enorme padronanza degli strumenti.
Il Genio non concede nulla, piegato con la testa sulla tastiera, nella tastiera, contorcendosi, con scariche di ispirazione che gli attraversano il corpo, mugugnando, di tanto intanto sorseggia da un calice.

E’ così per quaranta minuti, una buona mezz’ora di meritata pausa, poi si riprende il viaggio, tra delicate ballate e brani esplosivi.

Fine, applausi scroscianti, due bis, di nuovo applausi, fine.

Esci, nel fresco della notte milanese, la tangenziale ti accompagna verso casa, con già nel cuore il ricordo di una serata bellissima e la consapevolezza di aver udito l’eccellenza del panorama musicale moderno ….

Concerti europei per il tour estivo 2011 del trio

  • Il 7 Luglio 2011 a Stasburgo (F) al  Palais de la Musique, in occasione dello Strasbourg Jazz Festival
  • Il 9 Luglio 2011 a Copenhagen (DK) alla Opera House in occasione del Copenhagen Jazz festival
  • Il 12 Luglio 2011 a Parigi (F) alla Salle Pleyel
  • Il 16 Luglio 2011 ad Antibes Juan les Pins (F) alla Pinède Gould in occasione del Jazz a Juan
  • il 18 Luglio 2011 a Napoli (I) al Teatro San Carlo
  • il 21 Luglio 2011 a Milano (I), al Teatro degli Arcimboldi
  • il 23 Luglio 2011 a Barcelona, Spain, al Festival Grec
  • Il 27 Luglio 2011 a Londra (UK) alla Royal Festival Hall
  • il 21 Ottobre 2011 a Chicago (Illinois) alla Symphony Hall
  • il 26 Ottobre 2011 a Los Angeles (California) alla UCLA Royal Hall
  • il 29 Ottobre 2011 a Berkeley (California) alla Zellerbach Hall

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