Morte e morire

JAMES HILLMAN, «Sto morendo,ma non potrei essere più impegnato a vivere», l’ultima intervista a SILVIA RONCHEY, in TuttoLibri 29 ottobre 2011



«Sto morendo,ma non potrei essere più impegnato a vivere». Così aveva scritto, nella suaultima mail. E così l’ho trovato, quando sono andata a salutarlo per l’ultimavolta nella sua casa di Thompson, nel Connecticut, pochi giorni prima chemorisse: il fantasma di se stesso, ma incredibilmente vitale; il corpo fisicoridotto al minimo, quasi mummificato, tutto testa, pura volontà pensante.Restare pensante era la sua scommessa, la sua sfida. Per questo aveva ridottoal minimo la morfina, a prezzo di un’atroce sofferenza sopportata con quellache gli antichi stoici chiamavano apatheia: un apparente distacco dalla paura edal dolore che traduceva in realtà un calarsi più profondo in quelle emozioni. L’unica cosa che contava era analizzareistante dopo istante se stesso e quindi la morte come atto oltre che nella suaessenza. Se Steve Jobs, morendo, ha lasciato detto «stay hungry, stayfoolish», l’ultimo insegnamento di James Hillman può riassumersi così: «Restapensante» fino all’ultima soglia dell’essere
Il tempo qui sembra fermo, lelancette puntate sull’essenza ultima.
«Oh, sì.Morire è l’essenza della vita».
Com’è morire?
«Uno svuotamento. Si comincia svuotandosi. Ma, si potrebbe chiedere, checos’è o dov’è il vuoto? Il vuoto è nella perdita. E che cosa si perde? Io nonho “perso” nel senso comune di “perdere”. Non c’è perdita in quel senso. C’è lafine dell’ambizione. La fine di ciò che si chiede a se stessi. E’ moltoimportante. Non si chiede più niente a se stessi. Si comincia a svuotarsi degliobblighi e dei vincoli, delle necessità che si pensavano importanti. E quando queste cose cominciano a sparire, restaun’enorme quantità di tempo. E poi scivola via anche il tempo. E si vive senzatempo. Che ore sono? Le nove e mezza. Di mattina o di sera? Non lo so».
E’ unacondizione perseguita dai mistici.
«Oh sì, dall’induismo per esempio, gli induisti nescrivono. Ma in questo caso è tutto unwillkürlich, involontario. E’accidentale».
Comunque noncredo non ti sia rimasta nessuna ambizione.«Davvero?» [Apre di scatto gli occhifinora socchiusi, con un lampo azzurro di sfida.]
Ti restaquella degli antichi romani: lasciare il tuo pensiero ai posteri.
«E’ vero. E’ molto importante per me che il miopensiero rimanga. Ma la parola posteri mi rimanda a postea, a un dopo, a unfuturo, in cui non voglio essere trasportato adesso».
Perché esistisolo al presente.
«Sì, e voglio tenere chiusa la porta con ilcartellino “Exitus”. La potrò aprire a un certo punto, quando capirò come farlonel modo giusto. [Tenta di scuotere il capo, ma il dolore lo ferma]. Non sapreiora come aprire quella porta senza che ne dilaghi una folla di creaturine chevogliono qualcosa. Molti degli antichi filosofi ne sono stati catturati,probabilmente tu sai chi lo è stato più degli altri. Io non voglio. Il miocompito è dialogare e tenere il dialogo aperto su quel che accade momento permomento. Il mio è piuttosto un reportage. Dal vivo. Dal vero»
Non potrebbeessere altrimenti: o non fai il reportage – come la maggior parte di chi sitrova nella tua condizione – oppure ciò che riferisci è la verità. E penso chetutti siano affamati di questa verità.
«Tutti sono affamati di morte. La nostra cultura lo è. Io, qui, comevedi, ne parlo continuamente. Ma non la esprimo. Perché nella morte io sonoimpegnato. Non voglio uscirne, per esprimerla, per vederla o guardarla intrasparenza. Non cerco di formularla. Ogni tanto si realizza qualcosa che mi porta in unaltro luogo dal quale posso osservarla. Magari anche di riflesso. Ogni sorta dicose si riflettono in questa introspezione, ma non l’attività essenziale di ciòin cui sono impegnato [ossia l’atto del morire]. Il tempo che mi dò è il qui eora».
Capisco
«E’ molto importante ciò che semplicemente il giorno ci dà, ogni singolacosa che si realizza durante il giorno. La persona, l’osservazione che hafatto, l’odore dell’aria in quel momento. E queste cose hanno bisogno di accettazione,di ricognizione, di riconoscimento... Adesso non ho ancora la parolagiusta. Ma trovare le parole è magnifico. Trovare la parola giusta è così importante. Leparole sono come cuscini: quando sono disposte nel modo giusto alleviano ildolore».
E il dialogoaiuta a trovarle?
«Sì, e mi rende così felice. Sai, da qualche tempole persone vengono da me come se avvertissero in me il richiamo di quel vuotodi cui parlavo. Se io non fossi così vuoto, non verrebbero».
Come unrisucchio che attira.
«Dev’essere così».
O unacondizione di saggezza?
«No. Una calamita. Cercano qualcosa cuiattaccarsi. Vogliono qualcosa, ed è la mia capacità di cristallizzare eformulare. Due parole che sono usate per una delle ultime fasi dell’alchimia.Cristallizzazione e formulazione. Le persone sono in pessima forma di questitempi, il mondo è in pessima forma. E in qualche modo il mio avere trovatoqualche solidità li attrae.
Ma nonparlavi di vuoto?
«Sì. Il mio stato di svuotamento esprime qualcosache non avevo finora realizzato e che può riassumersi nella parola coagulatio.Due princìpi governano tutti i processi alchemici: la coagulatio e ladissolutio. Coagulatio in alchimia significa rapprendersi in un punto,diventare più solidi, più definiti, formati, dotati di morphe. Ora l’interoprocesso che sto attraversando è la coagulazione della mia vita nel tempo. Mala coagulatio è sempre seguita dalla dissolutio. Che è esattamente ilcontrario: dissoluzione, le cose che si separano, si sciolgono, perdono la lorocapacità di definirsi. La cosa interessante è che improvvisamente questo spiegai miei sintomi. Non faccio che pensare, morbosamente, che sto affondando sempredi più, che mi sto dissolvendo. Ma le due cose, dissoluzione ecoagulazione, sono inscindibili. Non è fantastico? Non ci avevo riflettutofinché non mi è venuta per la prima volta in mente la coagulatio. E larubefactio, che permette alla bellezza di mostrarsi. Così ora sono una personadiversa. Non avevo mai percepito queste cose dentro di me. O non le avevo mairiconosciute. Prima, non avevo mai saputo chi ero».
Da dove vienequesta consapevolezza?
«Oh, decisamente dal morire».
Ti dici«impegnato nel morire». Vuoi arrivare alla morte in piena consapevolezza. Ma,come diceva Epicuro cercando di spiegare perché non bisogna averne paura, «seci sei tu non c’è la morte, e se c’è la morte non ci sei tu». «Esatto».
Mi stodomandando se allora questo tuo morire non sia un’intensificazione del vivere.«Assolutamente sì, non c’è il minimo dubbio. Quando la morte è così vicina lavita cresce, si esalta. Ne sono certo. Ma non vorrei essere presuntuoso».
In chesenso?«Orgoglio, arroganza, hybris: attenzione a non peccare contro gli dèi.Mai, in nessuna occasione».
Certo, ma noncredo che la tua sia hybris. Credo sia puro coraggio affrontare la morte aocchi aperti. E’ raro, ed è per questo che il tuo reportage è così prezioso.«E’prezioso, sì. Mi sto rendendo conto di qualcosa che non avevo mai realizzatoprima. Ha a che fare con un certo argomento di cui Margot ed io dovremo parlareprima, una certa decisione che io potrei prendere. Sai, nel mondo di oggi mi èconsentito, come lo sarebbe stato nel mondo greco».
Capisco a cosa alludi.
«Ma il punto è che dovrei mettermi nelle loromani, e sarebbero loro a decidere. In qualche modo io sarei il loro strumento,non loro il mio. Intendiamoci, lo spero. Ma sarebbero loro a informarmi quand’èil mio momento. Oppure potrei prenderlo nelle mie mani, che sono lo strumentoclassico: la mano [Hillman fa il gesto di trafiggersi il petto], o la vasca dabagno, come Petronio. Ma il fatto è che l’intera cerimonia – perché ladefinirei così – non è ancora lontanamente immaginabile. O meglio, l’idea èimmaginabile, dato che ne sto parlando ora. Ma c’è un’altra idea, sempreantica, che in qualche modo contrasta. Primum nil nocere. Primo, non fare delmale. [Si tratta del giuramento di Ippocrate.]
E allora,qual è la decisione migliore? che ne pensi?
Gli antichi stoici dicevano, a proposito delsuicidio: “C’è del fumo in casa? Se non è troppo resto, se è troppo esco.Bisogna ricordarsi che la porta è sempre aperta”. Evidentemente, la tua casanon è ancora piena di fumo. Quando lo sarà, lo sentirai.
«Riuscirò a sentirlo?»
Forse tisentirai confuso. Quello che so è che ora stai respirando, non c’è fumo nel tuocervello, nella tua psiche, nella tua anima. Quando ci sarà, forse prenderai inconsiderazione il suggerimento degli stoici. Non sei forse un pagano? non haiallenato per tutta la vita il tuo istinto a percepire le epifanie degli dèi?
«Oh sì che sono un pagano. E’ questo il punto».
E’ paganaanche la tua percezione della bellezza, del grande teatro verde della naturache hai scelto per questa tua ars moriendi, questa tua arte pagana del morireche è anche, o anzi è soprattutto un’arte estrema del vivere.
«Non mi piace definirla un’ars moriendi. E’ piuttosto un’arte dellostare in prossimità dell’essere, tenersi più stretti possibili a ciò che è».
fonte: LaStampa Tuttolibri, 29 ottobre 2011

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