fonte informativa del ricordo: https://www.facebook.com/photo.php?fbid=651929811553415&set=t.100002092064309&type=3
Como 14 maggio 2014
Carissimi amici presenti sulle sottili reti di facebook: GRAZIE per i vostri messaggi affettivi, solidali, partecipativi.
I fogli con i vostri messaggi che giornalmente mi ha portato Luciana sono stati un eccezionale segno di vicinanza e un “farmaco” omeopatico di forte valore terapeutico.
I giorni di immobilità monitorata sono stati tre. Da ieri sono nel reparto di cardiologia. Il cambio di situazione è stato grandissimo: ora mi posso muovere. La stanza è al sesto piano dell’ospedale da dove godo una magnifica vista sia sulla città murata (si vede bene la spina verde, la chiesa di san Carpoforo, il Baradello, la città murata, Il Duomo e – dall’altra parte Brunate, il tracciati della funicolare, la via santo Garovaglio dove per una ventina d’anni mio padre è stato chino sui disegni dei tessuti)
Il tempo ora è più vicino alle mie abitudini: leggo i giornali e i libri, sottolineo, schedo, estraggo i ritagli.
E scrivo. Qui sotto c’è una pagina autobiografica sul vissuto di questa esperienza.
Domani dovrò fare una risonanza magnetica per verificare lo stato del cuore, “offeso” dalla insufficienza coronarica di sabato scorso.
E, probabilmente, sarò dimesso sabato prossimo, con le tassative prescrizioni terapeutiche e di comportamento connesse all’infarto
Quando avrò più agibilità su internet raccoglierò con la cura che meritano i vostri messaggi e ringrazierò personalmente ciascuno di voi.
Diciamo che poteva andare molto male.
E, invece, l’organizzazione sanitaria, questa volta incarnata nell’ospedale Valduce, ha funzionato.
Grazie ai medici, alle infermiere e agli infermieri della cardiologia, agli operatori di assistenza di questo reparto collocato in un ospedale di antica origine e che si è sempre adattato ai cambiamenti storici, legislativi e istituzionali
E ancora un sentito grazie a ciascuno di voi
Paolo Ferrario
Como, Ospedale Valduce, mercoledì 14 maggio 2014
Il 10 maggio 2014, nel giorno di sabato, è arrivata la “mazzata”.
La mazzata, in una magnifica espressione linguistica di Severino, è l’esperienza del dolore e della morte.
Leggerò, poi, queste sue righe:
“L’uomo può cominciare a vivere solo se vuole trasformare sé stesso e il mondo da cui è circondato, Se non fa questo non può nemmeno compiere quella trasformazione di sé che è il respirare in senso letterale. E muore. Vive solo se si fa largo nella Barriera che gli impedisce di trasformare sé e il mondo”, Emanuele Severino, La potenza dell’errare, Mondadori 2013, p. 44/45.
Arriva il momento in cui “non ci si può fare largo”. L’ho sperimentato.
Io e Luciana eravamo a Coatesa, nel luogo del destino.
Già all’arrivo c’erano segnali del corpo. Discontinui, ma mai provati fino ad allora. E mi decido a parlarne, dicendole subito: “Qualsiasi cosa accada, ricordati che ho vissuto al meglio ogni attimo della nostra vita assieme”
Poi un dolore forte, lancinante, trafittivo all’altezza del cuore. Diverso da tutti i tipi di dolore fina ad allora provati.
Torniamo a Como. A posteriori so che guidare una automobile in quelle condizioni è stato un rischio. Ma resistevo alla idea che fosse arrivato “quel” momento.
Devo solo a Luciana se, successivamente, ho preso la decisione di andare al pronto soccorso: le mie “resistenze” alla sfida che stava arrivando mi avrebbe portato alla probabile morte. Devo a Luciana ancora un po’ del tempo che resta.
Il pronto soccorso è quello dell’ospedale Valduce, lo stesso in cui venni operato di tonsille, nel 1951 o 1952.
Da questo momento la techne medica prende in mano la mia vita.
Il sistema istituzionale, le procedure, probabilmente i DRG, i professionisti preposti ai vari pezzi organizzativi hanno funzionato sia come meccanismi interni (“funzionamento”), sia come raggiungimento degli obiettivi (“funzionalità”). Un successo organizzativo, pensando che era di sabato pomeriggio, circa attorno alle 17.
La diagnosi sarà: infarto. “Infarto preso in tempo”
Nella sala operatoria della divisione di cardiologia mi dicono: “tutte e tre le coronarie sono ostruite al 99%. Il dolore è provocato da questo: il cuore non riceve sangue”.
L’intervento di chirurgia cardiologica consiste nell’inserire un “retino”: di fatto un anello (“Stent”) che allarga l’arteria principale. Dovrò fare lo stesso intervento per almeno una seconda coronaria nei prossimi mesi.
Nella prima fase di questa vicenda ho verificato i fattori storici e culturali della techne medica, alla quale noi moderni affidiamo le nostre vite. Si tratta della stretta connessione fra: diagnosi efficace e terapia adatta, standardizzata e validata. Non sempre la medicina (che è costituita da un pensiero ed una prassi entrambi ipotetici) è in grado di esibire quella connessione: abbiamo così le “diagnosi incerte e controverse” e la gamma delle “terapie possibili”. La cardiologia, nell’ambito delle scienze mediche, è maggiormente in grado di stabilire procedure standardizzate e verificate.
Vengo trasportato su un letto monitorato della unità coronarica. Di fatto isolato dal resto del mondo, perché da quel letto non mi posso muovere. Mi manca del tutto quel rapporto con internet e il web, che ormai costituisce una “estensione necessaria” del mio cervello. E’ una sensazione di sospensione dalle relazioni comunicative ormai più consistenti di questi ultimi anni. Mi fa sentire “spaesato”. E Luciana, adattandosi alla situazione, farà in modo di “tenere i fili” di quelle relazioni veicolate da facebook e google. Gli elenchi dei messaggi sono stati la massima sorpresa interpersonale. E il sentimento è spesso sconfinato nelle lacrime.
Le fasi terapeutiche sono dunque queste: diagnosi in emergenza; intervento di chirurgia cardiovascolare angioplastica; controllo immediatamente post operatorio in letti monitorati (primi tre giorni); spostamento nelle attigue stanze, nelle quali si accresce la libertà di movimento (lo spazio-barriera ora è la stanza, mentre prima era il letto); poi ci sarà la dimissione. E uno stile di vita che dovrà essere diverso.
La fase della terapia intensiva è stato un problema, in particolare per le funzioni escretorie: “pappagallo, “padelle” e “comode” sono protesi utili, ma troppo esposte al “pubblico”. Qui è il “privato” a essere contaminato.
Anche le cosiddette “visite” sono un problema. Sono due ore al giorno con un visitatore per volta. E io ho bisogno dei vedere solo Luciana. Sottraggono tempo alla mia relazione primaria. Per cui ho chiesto che non ci fossero: e sono state ampiamente sostituite, con esiti comunicativi sorprendenti, dalla messaggistica internettiana, che acquista un valore empatico di solito inavvertito in altri momenti.
“Sentire” così tante persone che partecipano al mio molecolare evento, è stato bellissimo, commovente e importante.
La notte è lunga. La notte non passa mai. Ottimo il registratorino e l’ascolto degli audiolibri. Strumenti davvero capaci di dare un altro segno alla lentezza e palpabilità delle ore.
In uno dei “giorni dell’immobilità un improvviso e forte temporale ha riattivato l’angoscia. Paura per l’orto, per la solitudine della tartaruga, per la stanza sul centro storico. Paura dell’incontrollabile e dell’imprevedibile. Paura che la “mazzata” ritorni. Paura che la vita intera sia in balia degli eventi caotici.
E’ nell’immobilità dello stare costretto su un letto che comprendo che la libertà consiste proprio nel gesto semplice di potere muoversi e agire sul mondo.
Osservo il monitor che calcola (sempre in modo ipotetico e probabilistico) le mie funzioni vitali: basta uno sforzo e le linee si impennano. Poi si mettono a battere le frequenze che stanno nella norma:
“l’uomo può cominciare a vivere”, Emanuele Severino, La potenza dell’errare, pag. 44
Ho la chiara cognizione che da sabato 10 maggio cambia tutto (o molto) nella mia quotidianità: sarò un po’ meno il regista delle mie azioni. Le attività più penalizzate saranno certamente quelle legate ai lavori pesanti di giardinaggio a Coatesa. Non certo quelle internettiane, per le quali anche una mobilità lieve è sufficiente.
La percezione netta è quella di un “rallentamento” costellato anche da “interruzioni imprevedibili”.
Non ci sono strade alternative: occorrerà adattarsi alla nuova situazione.
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