“Hai mai letto il Capitale ?”, da Haruki Murakami, Norwegian Wood (Tokyo Blues)

– Hai mai letto Il Capitale? – chiese poi Midori.- L’ho letto, anche se naturalmente non proprio fino in fondo. Piú o meno come tutti.- L’hai capito?

– C’erano dei punti che capivo e altri che non capivo. Per recepire Il Capitale in modo corretto uno dovrebbe apprendere tutto un sistema di pensiero. Però naturalmente la teoria marxista nelle grandi linee credo di averla capita.

– Secondo te uno appena entrato all’università, che non ha mai letto niente del genere, e che prende in mano Il Capitale per la prima volta, riesce a capirlo senza problemi?

– Mah, questo mi sembrerebbe un po’ troppo, – dissi.

– Allora senti questa. Quando ho cominciato l’università, mi piaceva cantare cosí entrai in un club di musica folk. Si rivelò un covo di mistificatori della peggior specie, che ancora a pensarci adesso mi vengono i brividi. Arrivati li per prima cosa ti davano da leggere Marx. Per la prossima volta leggete da pagina tot a pagina tot. E non mancò un sermone su come le canzoni folk dovessero essere collegate alla società e al radicalismo. C’era poco da fare: tornata a casa mi dovetti mettere a leggere Marx. Ma non ci capivo niente, molto peggio del condizionale. Dopo tre pagine lasciai perdere. Cosí alla successiva riunione spiegai che avevo provato a leggere ma non ci avevo capito un tubo. Mi trattarono come un’idiota. Non avevo la minima coscienza critica, mancavo totalmente di visione sociale. Fu tragico, sai? E solo perché avevo confessato di non aver capito un testo. Non ti sembra una cosa orrenda?

Annuii.

– Per non parlare poi della discussione. Tutti usavano le parole piú difficili con l’aria di chi non ha fatto altro in vita sua. Io che non capivo mi azzardavo a fare domande tipo: «Che vuol dire sfruttamento imperialistico? Ha qualcosa a che fare con la società dell’India orientale?» o «Distruggere la cooperazione industria-università significa che dopo la laurea non bisogna cercare lavoro presso un’industria?» Ma nessuno mi dava spiegazioni. Anzi, si arrabbiavano sul serio. Ti rendi conto?

– Mi rendo conto sí.

– Come è possibile che non capisci queste cose? mi dicevano. Come pensi di vivere senza un’idea nel cervello? Ma io sono quella che sono. Non sarò molto intelligente. Sono una persona comune. Ma non sono le persone comuni quelle che sostengono la società, e quelle che vengono sfruttate? E sbandierare di fronte alle persone comuni parole che non possono capire me lo chiamate rivoluzione? Trasformazione della società? Io vorrei fare veramente qualcosa per migliorare le condizioni della società. E credo che se ci sono veramente persone sfruttate bisogna mettere fine a questa cosa. E non è proprio per questo che facevo domande cercando di capire?

– Sí, credo di sí.

– Allora pensai: questi sono solo una massa di mistificatori. Si compiacciono di usare paroloni difficili a effetto per suscitare l’ammirazione delle ragazze appena entrate all’università, e in realtà pensano solo a infilare le mani sotto alle gonne. Poi quando arrivano al quarto anno si tagliano i capelli, trovano un bell’impiego alla Mitsubishi, alla TBS, all’IBM o alla Banca Fuji, si prendono una moglie carina che non ha mai letto una parola di Marx e affibbiano ai loro bambini i nomi piú pretenziosi che trovano. Altro che «Distruzione della cooperazione università-industria!» C’è da piangere dalle risate. Gli altri appena iscritti come me neanche a parlarne. Anche se non avevano capito un bel niente facevano la faccia di chi ha capito perfettamente ed è dalla parte giusta. E poi in privato mi dicevano: «Non fare la scema, anche se non capisci basta che dici “sí, sí” o “ah, ma davvero!” e tutto andrà bene».

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