Benjamin Clementine racconta At least for now

a Milano per parlare dell’album di debutto “At least for now” la cui intensità gli ha fatto guadagnare paragoni lusinghieri, da Nina Simone a Antony and The Johnsons. È diverso da qualsiasi cosa ci sia in circolazione: il disco è frutto di una sorta di saggezza di strada, ha uno spirito selvatico e un carattere nobile. In Francia amano Clementine, in Inghilterra l’hanno conosciuto al “Later… with Jools Holland” dove ha ricevuto i complimenti di Paul McCartney. “Se ci pensi, non ho fatto granché”, dice eludendo i complimenti. “Faccio musica che parla di umanità e di persone in cerca di risposte”.

Clementine è una di quelle persone. “At least for now” racconta la sua odissea di ragazzo di Edmonton, periferia nordest di Londra, in lotta col mondo. Fugge dalla famiglia, prende il volo low cost più economico che trova e atterra a Parigi. “In Inghilterra” dice “non c’era più niente per me”. In Francia vive alla giornata, si esibisce per strada, passa dei brutti momenti, ma diventa quel che è oggi: un artista che ha costruito una mistica personale mettendo in musica racconti trasfigurati da immagini poetiche. Dentro “At least for now” si respira un senso di grande dignità, ma pure di estrema solitudine. È come se fosse un lungo soliloquio, il disco di un uomo alla ricerca di se stesso

da  √ Benjamin Clementine intervista racconta At least for now | News | Rockol.

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