Sulle tracce dei lupi: Pantò

I cani, e in particolare il pastore tedesco Pantò (in fotografia), hanno avuto una funzione importante nella mia vita. In particolare quella di educare l’istinto. Con loro ho potuto attraversare le turbolenze e i disordini di quegli anni difficili che fanno traslare dall’infanzia alla adolescenza.

Guardo questa fotografia. Ero triste. Forse molto triste. Non mi sembrava del tutto giusto che mi fosse toccato di vivere, di percorrere il mio ciclo di vita. spesso mi chiedevo “perchè ?”. Vedo che mi aggrappo a Pantò, e lui ha uno sguardo saggio e un atteggiamento paziente. Il pastore tedesco Pantò mi ha spesso vegliato. alla mattina aspettava pazientemente che aprissi gli occhi e solo in quel momento mi leccava per dirmi la sua felicità e che occorreva iniziare il giorno
Pantò è stato un essere vivente che mi ha aiutato con un amore totale ad attraversare le paure di quegli anni.
Uno dei miei più grandi desideri è potere attraversare gli anni della vecchiaia con un cane così

Nell’immaginario (ma anche nella realtà, come mostra nell’intervista seguente Héléne Grimaud) mi sembra che il domestico cane svolga la funzione di mediare un nostro possibile rapporto con il più selvatico lupo.
Il lupo mi appare concretamente rappresentare un simbolo potente che rimanda alla unione di due aspetti:  quello feroce, ma anche quello luminoso. La sua capacità di vedere nella notte lo fa diventare un simbolo di luce.
Chissà che nella notte di questi tempi il mio lupo interno non sia ancora capace di farmi vedere qualche pezzo di strada.
Queste riflessioni sono affiorate alla mia mente grazie a questo articolo.
 

Hélène Grimaud, la pianista che suona coi lupi
in La Stampa 13/10/2006
di Domenico Quirico

La pianista Hélène Grimaud in compagnia degli animali per la cui salvaguardia è sempre più impegnataPARIGI. Talora un artista che si esprime, mirabilmente, attraverso la musica sente il bisogno di scrivere un libro dove racconta la sua ricerca e la sua sete di assoluto. Scelta intrigante soprattutto quando questo artista è Hélène Grimaud, una delle dieci migliori pianiste del mondo, francese che vive negli Usa, di cui Bollati Boringhieri sta per pubblicare l’intensoVariazioni selvagge che in Francia ha venduto 160 mila copie ed è stato tradotto dagli Usa alla Cina. Un bilancio della vita… a trent’anni. «Da quando ho memoria i libri sono stati i miei primi amici. Sono cresciuta con loro. Ho scoperto il mondo attraverso le loro parole, il loro ritmo, la loro armonia. Non ho mai smesso di tornare a loro come se fossero degli esseri vivi. Senza la letteratura mi mancherebbe qualcosa di essenziale: il rapporto con il silenzio, meglio ancora, la comunione con la solitudine. La solitudine che non è ciò che ci separa dagli altri, ma quello che ci lega a loro, in profondità. Noi siano tutti soli. Ma esserne consapevoli porta a creare dei legami di compassione con chi ci è vicino».
Scrivere per Hélène Grimaud non è tradire la musica. «Musica e letteratura non sono così lontani come si crede, sono il diritto e il rovescio della stessa stoffa. A ciascuno la sua melodia. Non si escludono, si completano, si appoggiano l’uno sull’altra, allargano i territori del nostro cuore. La musica è in rapporto con il dominio sensibile, è al di la delle parole. E la letteratura è un rapporto con il dominio intellettuale, in mezzo del ritmo. Non ho voluto far altro che prolungare il piacere che provavo quando, adolescente, leggevo i libri di Dostojevski e dei romantici come Hönderlin o Novalis. Ho voluto scrivere il libro che volevo leggere a quell’età e che la mia vita mi ha offerto la possibilità di vivere da adulta. Era un modo di porgere uno specchio al lettore, dicendogli con semplicità: quello che io ho fatto tu lo puoi fare. Sono felice solo quando i miei lettori mi confessano di mettersi in viaggio con un obiettivo: cambiare se stessi».
In Variazioni selvagge hanno un ruolo centrale i lupi: animale totemico e «maledetto», simbolo del male e della ferinità incontrollabile ma che Hélène alleva nella sua casa americana, e che difende con un’associazione. Come sempre la rinascita viene da un incontro: appunto con i lupi. Scoperta esistenziale ma anche prigione, etichetta: perché per milioni di persone lei, icona della musica classica, resta «la musicista dei lupi». «Il lupo non rappresenta il male che da poco tempo e per ragioni di interpretazione religiosa che lo stesso San Francesco ha combattuto. Il lupo non ha legami con il male o il diavolo. È un’immagine falsa che mette in discussione semmai il nostro male, la nostra tentazione diabolica. È l’altra ragione per cui ho scritto Variazioni selvagge: combattere un antico pregiudizio. Certo il lupo è un animale selvaggio, e in questo c’è la bellezza che è quella della vita, ma non è un pericolo per l’uomo e la natura, anzi è un elemento necessario alla sopravvivenza dell’ecosistema. Tutto è nato con una lupa, Alawa, di cui ho incrociato la strada, per caso, in Florida nel 1992. Non potevo immaginare quel giorno che la mia vita sarebbe cambiata. E’ successo qualcosa che rientra nell’amore, è questa passione che io racconto, una passsione che mi ha salvata da me stessa. Per il resto credete al pubblico, non si sbaglia. Io non ne faccio alcun uso marketing. Semmai sono felice che la notorietà mi permetta di difendere una causa che dovrebbe essere comune a tutti: difendere la sopravvivenza del pianeta».
I suoi concerti sono eventi, in cui nel pubblico, spesso giovane, entusiasmo e passione trascendono la musica. «Io non baro. Quando salgo in scena non esiste più nulla. E’ un faccia a faccia inedito per cui non ho che un’optione: rischiare il tutto per tutto. Bisogna giocare come se l’avvenire del mondo dipendesse da questo. E poi perché no? Che ne sappiamo? Sono misteri che ci sfuggono ma che bisogna innescare. Bisogna provocare l’impossibile a proprio rischio e pericolo».
Nel suo ultimo libro scrive, con orgoglio, che la musica è la più completa delle arti: «La musica ha una caratteristica: con lei non esiste nè bene nè male. C’è solo musica suonata con il cuore o no. Si vive in un corpo a corpo con l’istante. E questo rapportro talora permete di intuire l’eternità. Mi dico talvolta che la musica ha dei poteri da fata. Intellettuale, non attinge la sua forza che nella sensibilità, si rivolge in parti eguali al corpo e allo spirito, alla passione e alla contemplazione. Senza la musica saremmo sordi al silenzio. Senza di lei saremmo come gli esseri non umani che descrive Platone, quando parla della nascita delle muse. Prima di loro nulla ha significato, quando appaiono l’umanità puù avanzare. Vivo la musica in modo fisico. Mi passa da parte a parte. Raddoppia il mio corpo, e mi da più che lo spirito delle cose: grazie a lei penetro talora nell’invisibile».
L’Italia ha una parte importante nella vita della pianista: «È una seconda patria per me. I miei genitori erano professori di italiano ed è l’italiano che li ha uniti, da piccola in casa li sentivo parlare italiano tra loro e mi è parsa subito una lingua con virtù magiche. Pirandello è il primo grande scrittore che ho letto perché mia madre l’amava. Poi sono venuti Pavese, Moravia, Luzi e i grandi registi, Rossellini Fellini Pasolini. Il mio secondo libro è consacrato all’Italia, a un viaggio iniziatico tra Assisi e Venezia. Un modo per restare fedele alla parola di Dante, il cui titolo Vita Nova ci riguarda tutti: viene l’ora in cui si deve rinascere, fare delle scelte, cominciare una nuova vita in sé. Il suo nome? L’amore. Per gli esseri, le cose e il mondo. Amore per la vita, grazie a cui la passione è generosa, disinteressata e perché no, mistica».

Categorie:Cani

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