Situazioni estreme e diritto di morire: Piergiorgio Welby è morto

“Welby ha chiesto di poter rinunciare alle cure cui era sottoposto. E ieri, intorno alle 23, il medico anestesista Mario Riccio ha praticato la sedazione e interrotto la ventilazione artificiale”.
L’annuncio è stato dato nella conferenza stampa dei radicali in corso, dove l’on. Bonino ha ricordato “il senso della legalità, del diritto e delle istituzioni di Piergiorgio Welby”.
Ora il dottor Riccio rischia di essere accusato per “omicidio del consenziente” (dai 6 ai 15 anni di reclusione).
La cosiddetta casa della libertà, spalleggiata dai cattolici dell’ulivo invoca per lui la forca.

E’ l’epilogo di una vicenda che si stava rivelando mostruosa.
Piergiorgio Welby ha aggiunto un ulteriore dramma al dramma della sua vita già così sfortunata.
Ha voluto trasferire nella sfera pubblica la sua personale e privata vicenda umana.
E ciò gli ha portato solo del male. Dell’infernale male.
Probabilmente, fuori dai riflettori della invadente opinione pubblica e nell’ambito della relazione medico-paziente, avrebbe potuto con dolcezza, accanto alla moglie e attorniato da un segmento di società attento alla sua persona, uscire dallo scafandro rigido ed immobile che era il suo corpo da lui non più desiderato.
Invece attorno a lui, sopra di lui, si è scatenato un vero e proprio sabba delle streghe che questo pomeriggio documenterò mettendo in fila, in ordine quasi cronologico, parole, frasi, opinioni, decisioni che di tutto hanno tenuto conto tranne che della sua soggettiva volontà espressa in piena coscienza, con lucidità e da molto tempo (Piergiorgio Welby, Lasciatemi morire, Rizzoli, 2006).
Abbiate pazienza, costruirò lentamente questa pagina di diario, anche per pesare attentamente l’estremo disprezzo che alcuni protagonisti della scena sociale e politica e le nostre istituzioni (talvolta, non sempre) riservano alla singola PERSONA, nel nome dello STATO e di “DIO”.
Dicevo nel precedente scritto di diario: “Troppe figure si agitano attorno a quel letto: medici, religiosi, politici. In quella specie di quadro che è il capezzale bisognerebbe prestare più umana attenzione alla moglie, a quella donna minuta che gli accarezza le mani, con le lacrime ormai consumate”.
Ecco, parto da qui. Mi immagino ad osservare ed ascoltare questo capezzale circondato da vocianti ruoli.

Magistrato 1:”Risulta ormai acquisito alla cultura giuridica il principio secondo cui l’intervento medico è legittimato dal consenso valido e consapevole espresso dal paziente, in forza degli articoli 13 e 32 della Costituzione, che tutelano non solo il diritto alla salute, ma anche il diritto di autodeterminarsi, lasciando a ciascuno il potere di scegliere autonomamente se effettuare, o meno, un determinato trattamento sanitario … II distacco del respiratore senza sedazione violerebbe il rispetto del principio costituzionale della dignità della per­sona … Il ricorso, invece, non è ammissibile, per quanto riguarda la possibili­tà di ordinare ai medici di non ri­pristinare la terapia, perché si tratta di una scelta discrezionale, anche se tecnicamente vincola­ta …Il limite è nell’articolo 37 del codice deontologico: quando non c’è possibilità di guarigione, preve­de la norma, il medico deve limi­tare la sua opera all’assistenza mo­rale e alla terapia atta a risparmia­re inutili sofferenze, fornendo al malato i trattamenti appropriati (Procura della Repubblica su istanza di Piergiorgio Welby di poter interrompere la terapia con una dose di sedativi)

Religioso 1: Mi viene da dire che se qualcuno esprime il desiderio di affrettare la fine della propria pena, non è peccato. Anzi, può essere anche un desiderio sano. Però… c’è un principio a cui non possiamo sfuggire. La vita è un dono, è sacra, è intangibile. Lo riconoscono praticamente tutti, non solo i credenti, anche non credenti come Kant … Io Welby lo capisco, ma prima di agire bisogna pen­sarci dieci vol­te. Potrei esse­re tormentato per sempre, pensando di essere stato io a togliergli la vita (Cardinale Ersilio Tonini)

Filosofo 1: Io capisco e rispetto ciò che dice Welby. Il suo è un caso particolare reso possibile dalla prepotenza scientistica e tecnologica, dal dramma del rapporto uomo – tecnica … qui il pro­blema è: posso io vivere ostaggio di una macchi­na? Ha senso? Dio mi chiede questo? No, non ho dubbi: Dio non chiede questo … Se una persona, credente o meno, vuole rinviare la propria morte indefinitamente va bene, ci mancherebbe, è una sua scelta. Però nessuno, magari in nome di Dio, può dire a un altro: te lo impongo. Ciascuno, se lucido, ha il diritto di deci­dere. E un cristiano può affermare: il buon Dio non mi ha detto che devo vivere attaccato a una macchina, ma di vivere finché la physis, la natura che ti ho dato lo permette (Giovanni Reale)

Medico 1: Dobbia­mo paragona­re la macchi­na che lo tie­ne in vita alla chemioterapia che si pre­scrive ai pazienti oncolo­gici. Nei casi in cui la cura dia troppi effetti collaterali si sceglie di interrompe­re pur sapendo che la persona potrebbe morire prima del previsto … E’ la medicina che chiede queste scelte. Ogni giorno questo viene fatto nel chiuso delle camere degli ospedali e nelle case private dei pazienti. In silenzio, lontano dai riflettori. Sono decisioni che ci tormentano, spesso le condividiamo con i parenti. Sempre secondo scienza e coscienza (Roberto Santi) – medico dirigente della Asl 4 di Chiavari)

Giurista 1: II diritto al rifiuto di cure é entrato nella Carta dei diritti del­l’Unione Europea. Ed è già ac­caduto che la Cassazione lo abbia riconosciuto ai testimoni di Geova che oggi possono rifiu­tare la trasfusione … Ci sono persone che hanno rifiutato cure per l’amputazione di un arto; persone che pur di non vivere menomate hanno preferito morire. Il diritto di morire appartiene giuridicamente ad ognuno di noi. …. Se io vengo trattenuto in vita da una cura farmacologica e da un dato momento in poi decido di in­terromperla, non possiamo certo parlare di eutanasia. Allo stesso modo, staccare la spina è una delle forme del rifiuto di cura. Oggi la tecnologia offre possibilità di sopravvivenza nuove, dando così nuove possi­bilità ai pazienti. Qui non c’è eutanasia. L’eutanasia prevede un intervento attivo, non basta sospendere la cura. Se io sopravvivo non per eletto di farmaci o di macchine, ma sono ugualmente in una condizione di sofferenza e chiedo che mi venga dato qualcosa che mi faccia morire; solo in quel caso possiamo parlare di eutanasia e di suicido assistito (Stefano Rodotà, già garante della privacy e docente di diritto privato).

Filosofa 2: Welby chiede di poter essere staccato da ventilatore che lo tiene in vita. Ma la ventilazione automatica è un tipo di cura ordinaria, non straordinaria e dunque non si configura come accanimento. Quindi accettare la sua richiesta significherebbe aprire la strada all’introduzione dell’eutanasia in Italia (Marianna Gensabella, filosofa cattolica)

Giurista 2: A decidere di un eventuale trattamento sanitario di fine vita non può essere una legge, nè gli individui coinvolti. Occorre l’intervento di un terzo soggetto, giudice o comitato etico che sia, che dovrà valutare caso per caso, chiedendosi se c’è equilibrio fra i mezzi utilizzati e le aspettative di vita di quel paziente (Salvatore Amato, giurista cattolico)

Politico 1: Secondo me si sta strumentalizzando un po’ troppo il dolore di Welby. Chi lo utilizza come bandiera dovrebbe pensarci molte volte. Comunque io sono per il no all’accanimento terapeutico e il no all’eutanasia: io non voterò mai una legge sull’eutanasia (Rosi Bindi, partito della Margherita, Ministro per le politiche della famiglia

Politico 2: Siamo determinati a rispettare la volontà di Welby e non aspetteremo i tempi burocratici: lo aiuteremo a fare ciò che ha diritto di fare (Marco Cappato, parlamantare europeo del Parti
to Radicale)

Medico 2: Chi conosce davvero la soffe­renza sa che è un gesto nobile, di­rei quasi eroico, quello di offrire ai riflettori il proprio crudo dolo­re fisico e psichico. Per questo io ammiro Welby e da mesi appog­gio la sua battaglia con commo­zione e con gratitudine, ma den­tro di me penso che sia profon­damente ingiusto che sia lui a doverla combattere. Credo che il principio dell’eutanasia rappre­senti il diritto di morire. Dunque è parte del corpus dei diritti indi­viduali pienamente riconosciuti dalla civiltà moderna : non è né di destra né di sinistra e non può essere una scelta isolata dei medi­ci o dei giudici o dei politici del momento (Umberto Veronesi)

Magistrato 2: II diritto di richiedere la interruzione della respirazione assistita, previa somministrazione della sedazione terminale, deve ritenersi sussistente ma trattasi di un diritto non concretamente tutelato dall’ordinamento. In assenza della previsione normativa e degli elementi concreti di natura fattuale e scientifica di una delimitazione giuridica di ciò che va considerato accanimento terapeutico va esclusa la sussistenza di una forma di tutela tipica dell’azione da fer valere. E ciò comporta di conseguenza la inammissibilità dell’azione cautelare … Solo la determinazione politica e legislativa, facendosi carico di interpretare l’accresciuta sensibilità sociale e culturale verso le problematiche relative alla cura dei malati terminali di dare risposte alla solitudine e alla disperazione dei malati di fronte alle richieste disattese, ai disagi degli operatori sanitari e alle istanze di fare chiarezze nel definire concetti e comportamenti, può colmare il vuoto di disciplina anche sulla base di solidi e condivisi presupposti scientifici che consentano di prevenire abusi e discriminazioni. Allo stesso modo in cui intervenne il legislatore nel definire la morte cerebrale (Angela Salvio, Giudice. Tribunale di Roma)
Politico 3: Ho chiesto al Consiglio Superiore di Sanità di chiarire con un suo parere se i trattamenti cui è sottoposto possano definirsi accanimento terapeutico e ho istituito presso il Ministero una Commissione per definire entro la prossima primavera un Piano Nazionale per le cure palliative e per assicurare procedure e linee guida affinchè le migliaia di cittadini nelle condizioni di Welby, o comunque costretti a convivere per anni con la loro malattia abbiano a disposizione i supporti sanitari e assistenziali idonei. Come persona ho già espresso il mio no, un no discreto, personale, di coscienza, all’eutanasia (Livia Turco, Ministro della Salute)

Giurista 1: E’ sconcertante, ai limiti della denegata giustizia, la decisione con la quale il Tribunale di Roma ha respinto la richiesta di Piergiorgio Welby di poter morire con dignità. La palla è stata rilanciata nel campo della politica. Ma i tempi della politica non sono quelli della vita … Se l’ordinanza avesse ripercorso correttamente l’itinerario costituzionale, sarebbero stati evitati errori e sgrammaticature. L’articolo 32 fornisce una linea nitida: la salute è diritto fondamentale dell’individuo, non possono essere imposti trattamenti sanitari se non per legge e mai la legge può violare i limiti imposti dal rispetto per la persona umana. Poichè per salute deve intendersi il “benessere fisico, psichico e sociale, questo vuol dire che il governo dell’intera vita è fondato sulle libere decisioni degli interessati. Poiché nessuno può essere obbligato ad un trattamento sanitario, l’argomentazione dell’ordinanza deve essere rovesciata: la mancanza di una legge rende illegittimo il trattamento, non la richiesta di interromperlo. Poiché nulla può esser fatto che violi la dignità, “il rispetto della persona umana”, questo vuol dire, soprattutto in situazioni estreme e drammatiche, che nessuno può imporre la prigionia della sofferenza. (Stefano Rodotà, già garante della privacy e docente di diritto privato). [l’intero intervento di Rodotà è qui]

Politico 3: A proposito delle veglie che si sono svolte in 50 città italiane ed europee, alcuni giornali cattolici, a dire il vero molto sguaiati ed irrispettosi della sofferenza degli esseri umani, hanno titolato “la veglia degli assassini”. Io ripeto che la condanna alla tortura e la vita dei cittadini non appartengono allo stato. La vita di Welby non è di proprietà nè dello stato nè del governo ma appartiene a Piergiorgio Welby. La verità è che lui è destinato a morire in poco tempo. Il problema è se vogliamo che muoia soffocato tra sofferenze inenarrabili o se muoia sedato e con un po’ di serenità … Welby non c’entra nulla con l’eutanasia: ma chi vuole aiutarlo ad interrompere la sua sofferenza disumana di venta soggetto del codice penale, grazie ad una norma che risale alla legislazione fascista (Emma Bonino, ministro per le politiche comunitarie, Partito radicale)

Politico 3: Questo caso è stato montato [sic!!! amalteo] da una persona cosciente, i grande intelligenza, che ha fatto una dichiarazione importante dal punto di vista bioetico, non da una persona che non può decidere [fra poco l’on Buttiglione dirà l’esatto contrario. amalteo] … una volta era un familiare stretto a prendersi cura del malato (Paola Binetti, senatrice del Partito della Margherita]

Politico 4: In materia di testamento biologico sono assolutamente contrario al testo che arriva a proporre di interrrompere anche il sostegno minimo alla vita. Bisogna fare attenzione a non aprire quella porta … Si può chiedere di evitare terapie straordinarie ma non possiamo accettare che una persona abbia la facoltà di essere ucciso o lasciato morire di sete e di fame … Chi chiede di essere ucciso è in depressione profonda e va aiutato [sic !!! per costui Welby no ha il diritto di esprimere la propria volontà perchè “è depresso” !!] (Rocco Buttiglione, presidente dell Udc)

Medico 3: Secondo la reli­gione cattolica la vita non ci appartiene, ci è stata donata da dio e non ne possia­mo disporre. Cosa inaccettabile per chi in dio non crede e ritiene di essere padro­ne della propria esistenza. Siamo dun­que a uno stallo, determinato dal fatto che ancora una volta si cerca di stabilire regole religiose per un principio che in un paese laico dovrebbe rispettare le de­cisioni individuali. Siamo di fronte alla contrapposizione di differenti ideologie ed è assurdo affrontare la questione cer­cando di stabilire maggioranze e mino­ranze: su questi temi deve prevalere il ri­spetto della laicità e debbono essere tro­vate soluzioni che tengano ugualmente conto dei principi etici di tutti i cittadini. E’ comunque ora di affrontare il problema dell’eutanasia, senza lasciarsi fuor­viare da false prospettive e da soluzioni ipocrite. Ad esempio, il fatto che si cerchi di predisporre nel paese centri di cure palliative e di terapie anti-dolore è impor­tante, è civile, ma non modifica per nien­te la necessità di approvare una legge che stabilisca norme precise per l’eutana­sia. Cure palliative e terapia del dolore, in­fatti non hanno a che fare con la dignità delle persone ed è proprio la sensazione di perdere questa dignità che persuade molti a chiedere di essere aiutati ad andarsene, possibilmente in modo quieto e indolore (Carlo Flamigni, medico)

Coro di medici prestati alla politica: Abbiamo deciso che la ventilazione meccanica non è accanimento terapeutico perchè Welby, che è in una situazione clinica devastata ma stabile, è un uomo lucido, in grado di intendere, ha grande intelligenza e capacità di vita e proposta. Inoltre non c’è una situazione di morte incombente, cioè un quadro clinico che lasci presagire che a breve termine possa morire (Cuccurullo, a nome del Consiglio Superiore di Sanità)

Con quest’ultima “sentenza”, che avrebbe condannato Welby a restare prigioniero nel suo scafandro di carne devastata per ancora qualche mese, siamo arrivati alla generosa e rischiosa azione dell’anestesista dott.
Mario Riccio.
Si sta levando il coro dei linciatori.
Questa sarà una sera in cui la televisione mostrerà i volti del peggio di questo paese prigioniero di ideologie che sono contro i diritti individuali.
Sono politicamente grato ai radicali che hanno accompagnato Piergiorgio e sua moglie in questa vicenda esistenziale.
Infine c’è una coda al sabba del capezzale.

Religioso 2: Non si possono concedere le esequie religiose perché,a differenza dei casi di suicidio nei quali si presume la mancanza delle condizioni di piena avvertenza e deliberato consenso, era nota, in quanto ripetutamente e pubblicamente affermata, la volontà del Dr.Welby di porre fine alla propria vita, ciò che contrasta con la dottrina cattolica … Non vengono meno la preghiera per l’eterna salvezza del defunto e la partecipazione al dolore dei congiunti (portavoce del vicariato della diocesi di Roma)

Il giorno dopo

Fra i commenti del giorno dopo è necessario e importante salvare una pagina di Giuliano Ferrara.
Un atteggiamento complesso, articolato in tre passaggi argomentativi di grande forza intellettuale: “Sogno una morte diversa da quella di Piergiorgio Welby. Preferirei di no …”; “Tuttavia capisco il bisogno di re­quie, capisco il requiem laico di Welby …”; “Tuttavia considererei una sciagura un processo nato dal caso Welby, e idiota il grido di “assassino” indirizza­to a coloro che hanno realizzato la sua volontà”

Requiem laico: una spina staccata
di Giuliano Ferrara, Il Foglio 22 dicembre 2006

Sogno una morte diversa da quella di Piergiorgio Welby. Preferirei di no. Preferirei la fine del cugino Mi­chele, una casa di provincia linda co­me non è mai stata, una stanza da let­to che sembra un sacrario di spec­chiere e madie senza un grammo di polvere, le visite dei parenti e degli amici che sono accolti nel tinello dal­le donne di famiglia e dai bambini, poi introdotti discretamente dal ma­lato semicosciente che subisce le lo­ro carezze, un viso sofferente e rasse­gnato sfiorato dall’amore al cospetto di lenzuola bianche come la luce del mattino d’estate, i cateteri nascosti con pudore, e forse anche la foto del Papa, forse anche un frate pieno di bonomia che mi sfruculia e mi dice che sono sulla via del ritorno.
Il mio è un sogno laico, non credente, di chi non accetta la banalizzazione della vita anche attraverso la serializzazio­ne della morte come sfida analgesica al significato del dolore. Ed è anche un sogno a cui non posso dire di sa­per corrispondere, quando la realtà si metterà ad inseguirlo. Penso anche che una società in cui si muore così come il cugino Michele ha un rappor­to più stretto e fiducioso con la verità, qualunque essa sia, massima delle verità essendo quella che io agisco da uomo libero ma non sono il mio padrone. Chi sia il padrone, poi si ve­drà faccia a faccia, ma ora, nell’enig­ma, so di non esserlo io stesso.

Tuttavia capisco il bisogno di re­quie, capisco il requiem laico di Welby e dei suoi compagni, compre­so il medico anestesista che su sua richiesta lo ha sedato e ha staccato la spina. Sono contrario all’eutana­sia per legge, che è la sostanza del problema dissimulata con grande e legittima abilità politica nella cam­pagna di cui Welby ha voluto essere il banditore, ma non posso approva­re l’obbligo di cura, che è una con­traddizione in termini, e non posso negare ad alcuno le terapie sedative della sofferenza fisica quando la vita si esaurisce, per lo meno nel corpo. Vorrei che la norma giuridica se ne stesse il più possibile lontana dalla legalizzazione della morte, che ha già fatto progressi abbastanza spetta­colari con il trionfo culturale e la pratica indiscriminata dell’aborto, con il protocollo di Groningen sul­l’eutanasia dei bambini ammalati, con lo spegnimento coatto per sen­tenza comminato a Terry Schiavo, con un disprezzo per il vicino che ge­nera terrore senza fine e impone la brutta e bronzea legge della guerra giusta in soccorso del convivere e della tranquillità dell’ordine. Le uni-che norme che accetto sono quelle a difesa della vita dal suo inizio alla sua fine naturale, con la depenaliz­zazione dell’aborto come eccezione assoluta e non come forma relativi­stica di controllo della riproduzione o di contraccezione ex posi

Tuttavia considererei una sciagura un processo nato dal caso Welby, e idiota il grido di “assassino” indirizza­to a coloro che hanno realizzato la sua volontà, amministrando il loro culto attraverso una strana forma legale di disobbedienza civile. Il culto radicale per le libertà civili, che ormai siste­maticamente si converte in battaglie religiose intorno all’idolo giacobino dei diritti dell’uomo, compreso il di­ritto di ordinare la propria morte o comminarla ad altri in nome della li­bertà di vivere come si vuole, io lo combatto. Ma se i radicali, nell’ambi­valenza che è propria di ogni guerra religiosa, si fanno scudo dell’orrore che non si può non provare per la so­la idea dell’obbligo di cura, abbasso la mia lancia. Tra i radicali, per la sua e per la mia dignità, annovero anche Welby. Il cui gesto pubblico è ovvia­mente controverso. Il cui bisogno pri­vato di riposo, imperativi della fede a parte, non lo è.

Categorie:Vita e Morte

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