Keith Jarrett

Venerdì, lemmi lemmi, senza prendere autostrade e quindi raddoppiando i tempi dello spostamento (per uno come me che vorrebbe solo stare fermo, anche un viaggetto è uno stress) ce ne andiamo a Brescia. Dove Keith Jarrett terrà l’ultimo suo concerto in Italia (di quest’anno?).
Qualcuno dei  miei amici conosce la mia venerazione per questo pianista. Il massimo del Novecento. Un talento genetico poi alimentato e sostenuto da un lavoro (sì:lavoro) quotidiano di ore ed ore, per giorni e giorni, per anni e anni. Uno sforzo di improvvisazione sulla scena del tutto unico: una concentrazione impossibile per trovare, come dice lui stesso, una nota, quella nota di quel momento. Una nota che non ritornerà più. L’unica, solo quella e solo quella volta e poi mai più.

Ci sono persone (una l’ho incontrata sulla rete proprio oggi) che lo inseguono nei teatri d’Europa per cogliere quell’attimo.

Ebbene ieri a Perugia è andata così:

“Quando dal buio sono sbucate tre ombre, Jarrett caracollando verso il microfono e con aria sprezzante e ingiustificatamente provocatoria ha sibilato: “Non parlo Italiano ma qualcuno deve aver detto a tutti gli ‘assholes’ (intraducibile senza deviare nello scurrile) presenti di mettere via tutte queste fottute macchine fotografiche. Se non lo fate immediatamente mi riservo il diritto di lasciare immediatamente il palco e questa ‘God Damn City’ (maledetta città ndr), così voi avrete pagato per vedere nulla, ricordatevi che il privilegio è vostro, non certo il mio”.

Dopo i magnifici tre (Peacock, Dejohnette e Jarrett) hanno suonato a dirla con le parole del cronista di prima “una musica di una bellezza stordente”.

Poi, a fine concerto, uno stronzo del pubblico inveisce contro di loro con un”motherfucker”.

E così i tre se ne vanno senza i ricercatissimi bis. Quelli per cui i tre tirano fuori e sublimano gli eterni standard jazzistici.

E ora questi giornalistucoli del cazzo lo criticano, inveiscono sul suo carattere. E sono giornalisti “specializzati”. Immagino i cronachieri della serata.

Signori miei: di Keith Jarrett le generazioni degli umani ed anche degli extraterrestri ne tirano fuori uno ogni due secoli.

Lasciatelo stare.

State zitti. Mettete via i flash. E le cineprese da giapponesi che visitano Venezia. E i telefonini con i quali la mamma vi chiama per dire che ha versato la pasta.

Abbiamo il privilegio di essere contemporanei di un genio.

Proviamo ad avere un po’ raccoglimento.

Non sprechiamoci. Forse venerdì i tre individueranno quel corridoio che porta a “Prism”. Solo quella sera avevano imboccato quel sentiero. E per un flash lo si sarebbe perso.

Accontententiamoci.

Vogliamoci bene.

Siamo piccoli ascoltatori.

Siamo persone che facciamo (bene, magari) il nostro lavoro.

Ma non siamo dei geni.

Non abbiamo dedicato centinaia di giorni a scoprire le armonie nascoste nelle pieghe delle note.

Si va a Brescia con la possibilità di andarci per niente. Come Jannacci: “Son venuto da Como per niente …”.

Dea pagana della musica, fai che qualche cretino non mandi a puttane questo appuntamento desideratissimo.

Qui sotto il video, giustamente, si sofferma sulla faccia felice e beata di Gary Peacock. Ma chiudete un attimo gli occhi. Fatto? Li avete chiusi? Cosa sentite? …. Keith Jarrett che si è infilato nel corridoio dl capolavoro. E gli altri due lo guardano con gratitudine ed amore. Perchè è lui che ha aperto le porte di quel paradiso terreno.

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