Dizionarite: di che cosa parliamo quando parliamo di antipolitica?

Dizionarite 
Ossia patologia grafopsichica da uso compulsivo del dizionario allo scopo di capire cosa vogliamo dire con le parole.
Prisma mi ha contagiato con la sua dizionarite.
L’esercizio è questo:

di che cosa parliamo quando parliamo di antipolitica?

Aldo Gabrielli, Il grande italiano 2008:

antipolitico: 1. che è avverso o estraneo alla politica; 2. che è contrario a una saggia e prudente politica

Alfio Mastropaolo, Antipolitica alla origine della crisi italiana, L’Ancora del mediterraneo, p. 29-31:
A ben pensarci, l’antipolitica altro non è che la

versione aggiornata di quel­l’antico fenomeno, pur sempre di vaga e ardua definizione che è il populismo; il quale, a sua volta, è innanzitutto appello al “popolo”, e in nome del “popolo”, contro il sistema consolida­to del potere e contro i valori dominanti.
Tre sono le compo­nenti essenziali dell’appello populista: una struttura dell’argo­mentazione, uno stile (e una strategia), ma anche una parados­sale ideologia.

L’argomentazione populista esalta il senso comune dell’uo­mo della strada, la sua superiorità morale e la sua innata sag­gezza, e sostiene l’esistenza di soluzioni semplici anche per i problemi più complessi. Questi ultimi sembrano tali solo per­ché l’establishmentadopera un linguaggio inaccessibile per escludere il cittadino comune, e perché su tali problemi proiet­ta le proprie divisioni e i suoi interessi particolari, che nulla hanno a che vedere con quelli del popolo reale.

Sul piano del­lo stile, il populismo pretende di esprimere opinioni, senti­menti e umori dell’uomo della strada, ma in realtà punta a mo­bilitarne i rancori e la disponibilità alla protesta. L’ideologia populista, ferma restando la sua vaghezza, si fonda sull’etica del produttore, sull’esaltazione dello sforzo individuale e del contributo produttivo dei singoli alla comunità, considerando al contempo con ostilità gli assetti economici e politici esistenti.

Tale ideologia non vieta al populismo di caratterizzarsi per la sua più assoluta plasticità e inconsistenza programmatica. A seconda delle circostanze, i populismi – giacché del populismo esistono molteplici varianti – sono protezionisti o liberisti, so­stenitori dello Stato sociale o strenui avversari della sua esosità fiscale. Non solo, ma vi sono populismi sia di destra, sia di si­nistra, accomunati dall’avversione per ogni classe dirigente, po­litica, economica, intellettuale che sia, cui essi contrappongo­no – rozzamente, ma con chiarezza – l’essenza stessa della de­mocrazia, ovvero il popolo sovrano, di cui romanticamente esaltano le virtù, insieme all’intrinseca giustezza delle sue vo­lontà, e al quale vorrebbero restituire il potere usurpato dagli oligarchi dell’establishment.

Evocare il popolo sovrano, enunciare il principio secondo cui «il popolo ha ragione», è di gran lunga più agevole che non persuadere i cittadini delle complesse e laboriose alchimie di un modello come quello rappresentativo liberale, che ritiene sag­gio distinguere tra titolarità ed esercizio della sovranità, per il quale la volontà popolare non si costituisce unitariamente nel momento elettorale, bensì attraverso una faticosa opera di composizione, e che intende pure proteggere la democrazia da se stessa e dai propri eccessi.

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