Teatro alla Scala, Keith Jarrett Solo Piano Improvisations, 18 ottobre 2007

Ieri Angelo Ghirotti mi ha spedito un suo testo sul concerto che Keith Jarrett, questa volta in “a solo”, ha tenuto al Teatro alla Scala il 18 ottobre 2007.

Credo che sia una testimonianza preziosa.
Nessuna esegesi critica, ma una grande competenze nel riconoscere i pezzi e nel commentarli.
Solo il piacere di esserci e di condividere le due ore di quella sera.
Sono certo che piacerà anche a te addentrarti in questo racconto.
Sai come la penso: siamo contemporanei di un genio.
Il suo carattere mi è del tutto  indifferente. Conta solo l’unicità del suono che riesce a fare scaturire in quel “qui e ora” che dona a chi lo ascolta.
Sapere far risuonare l’eternità in un battito di note è possibile solo in questa eccezionale combinazione di genio e cultura.
Buona lettura.

Per alludere, solo alludere, a quello che succede in un concerto a solo di Keith Jarrett
metto qui, per l’ascolto, Sapporo, tratto dai Sun Bear Concerts, 1980:
http://www.divshare.com/flash/audio?myId=2528666-b8d



Angelo Ghidotti 

ANCORA LA SCALA

Keith Jarrett Solo Piano Improvisations, 18 ottobre 2007, Teatro alla Scala , Milano

 

Non mi è simpatica, La Scala. Anche se non è che ci ho visto granchè, giusto qualche opera, per biglietti omaggio o rinunce, tra nobildonne ingioiellate e notabili con il papillon. L’unica volta che mi sono sentito bene è quando ho fatto sei ore di fila per un posto in piedi in piccionaia alle Nozze di Figaro. Mi sentivo nel posto giusto, la curva sud del teatro. All’opposizione.

E invece, domenica sera siamo in prima fila. Gli altri dietro, ex sindaci giudici presidenti opinionisti e dame, e va bene così. Gianluigi 92 concerti, Enzo 51, Mirco 36, Roberto 40, io 20, (Riccardo uno solo ma un milione di ore di jazz sul contachilometri), tra Osaka e Los Angeles. Ce lo siamo guadagnato, il posto a bordo palco.

Quando entra Jarrett, alle 8 e un paio di minuti, occhialetti scuri, pantaloni e camicia neri e un gilet grigio a disegni tribali double face, e si siede alla tastiera, penso al concerto di dodici anni prima, che ho mancato nonostante ogni sforzo, ma il cui disco ho consumato. Penso all’inizio dolcissimo, lirico, irresistibile, i primi 18 minuti che hanno fatto dire a centinaia di jarrettiani in tutto il mondo, my favourite album is La Scala.


E penso che adesso è tutto cambiato. 

Il primo pezzo di allora durò 44 minuti. Negli ultimi solo che ho sentito, a Roma Venezia Parigi Chicago, il primo pezzo è sempre piuttosto breve e tormentato, mette le dita sulla tastiera e ne tira fuori qualcosa di irto e dissonante. Quello mi aspetto, alle 20.03 di domenica sera. E invece, l’omino in nero mi sorprende ancora una volta.


 Forse anche lui ha una specie di storia con La Scala. Quanti scritti su di lui parlano del suo gesto ‘classico’, della sua pulsione profonda a suonare come un europeo, nella tradizione romantica. Mette le dita sul piano, sfiora i tasti, e ne tira fuori un suono dolce e suadente, arpeggi sussurrati, una melodia  appena accennata e dolcissima. Trattengo il fiato. Non mi sembra vero. C’è sempre sofferenza nei suoi concerti in solo, per lui a trovare l’ispirazione, per noi a capire dov’è.
 Ma qui è subito godimento, caldo che ti sale dalla pancia, quella dolcezza mai melensa che solo lui sa tirare fuori dal piano e ti ci abbandoni, che è quello a cui tutti pensano, l’inizio di Koln, i primi accordi di Vienna, le prime battute della Scala. Ecco, la Scala dopo quattro minuti è già ai suoi piedi. Applausi e grida di giubilo dopo il primo pezzo. Eccolo, è tornato. Keith Jarrett, La Scala. 

Il secondo, invece, è appunto come mi aspettavo il primo. Free jazz, bop di impronta atonale, echi di In Front. Con una precisione e una limpidezza di fraseggio, che poi, e quil’animo europeo se ne va sotto il palco, viene fuori l’americano. Emerge un ritmo che lo cambia in una specie di ostinato violento con echi di blues, per il godimento assoluto dei fans più evoluti. E la disperazione di un gentiluomo sui 90 nella fila dietro, perfetto abito da sera, panciotto e paipllon, che dice, nemmno tanto sottovoce, ‘Questo qui non ha mai sentito la musica!’. La moglie, di qualche anno più giovane, ma non molto, lo zittisce.


Al terzo pezzo una progressione di accordi che ricorda Heartland, bellissima, di una raccolta solennità. La dialettica vuole che il quarto sia di nuovo veloce e difficile. Del quinto pezzo si riconosce l’ispirazione perché la canta, quattro note a intervalli discendenti di quarta, più o meno. Un po’ modale, oserei dire.

L’ultimo della prima parte è un robusto, travolgente blues, che suona con una energia sorprendente. Ecco, a questo punto del concerto comincio a pensare che l’omino ha fatto un patto con il diavolo: a 63 anni ha il fisico asciutto, l’entusiasmo e la determinazione di un ventenne. Si alza, si china, si arcua, canta e danza tra lo sgabello e la tastiera, con raddoppi di velocità impressionanti. Quei video che circolano degli inzi degli anni 70, lui con una massa enorme di capelli che si avventa sul piano come un ossesso: è ancora lui. Il desiderio feroce di suonare.

L’intervallo non esco nemmeno dalla fila, niente foyer, niente bar, niente toilette delle signore della Milano bene da ammirare. Ci alziamo talmente entusiasti che i commenti fra di noi esauriscono il quarto d’ora di pausa.

Quando rientra, riprende il discorso del primo pezzo, o forse della Scala anni 90. Melodia accattivante, arpeggi, gemiti.  Nel momento della maggiore concentrazione, in un pianissimo, piegato sui tasti alla ricerca di quel niente che separa una improvvisazione nebulosa da una ispirazione, un colpo di tosse in fortissimo dal centro della platea. Ahia.

Si ferma di colpo, si rialza. Il signore dietro di me dice . ‘Noooo!’. Jarrett chiude gli occhi un attimo, a sbollire il disappunto. Poi guarda la sala, una faro puntato negli occhi, e dice, senza acredine, anche con una certa rassegnazione: ‘No, it’s impossible. This cough.. I have lost this music, and you too, and it will never exist forever. Have you noticed that in hundreds of concerts I never coughed once? It’s a matter of concentration and respect. We are looking for silence, but the world is full of scream and noise. It’s a world… and I am American. I’m not proud of it.’

Deboli applausi. Qualcuno sibila, qualcuno parlotta, qualcuno approffitta per tossire. Magia del pezzo svanita. Lui riprende, ma a fatica. Un pezzo veloce, free, difficile. Deve ritrovare la concentrazione. Il  successivo è più lungo, discontinuo, con squarci di bellezza. Ancora non si è ritrovato. Si vede che cerca ma non trova. Ha già fatto nove pezzi, potrebbe alzarsi e uscire e iniziare la liturgia dei bis.

E invece no. Poggia le dita di nuovo sulla tastiera, e va. Mi ricordo che da piccolo studiavo l’Hanon, un metodo di esercizi per le dita, e quasi verso la fine c’era un esercizio che si chiamava Tremolo, e c’era una nota che di ceva: quando Seibelt iniziava a suonare il tremolo, in sala calava un brivido.

Alla Scala cala un brivido. Un tremolo con la mano destra, incessante, martellante, e con la mano sinistra una melodia commovente. Ho i brividi, guardo Enzo sulla mia sinistra con gli occhi sgranati, tutta il teatro trattiene il fiato. Quando finisce, un uragano liberatorio di applausi. 

Così può finire. Così l’incidente è chiuso. Col viso imperlato di sudore, stremato, sta in mezzo al palco, si inchina, entra ed esce diverse volte. Finche non si risiede, e ci regala quattro bisMy Wild Irish Rose, una versione delicata ma il cui tessuto armonico e ritmico si arrichisce via via e diventa un piccolo capolavoro. Poi un blues improvvisatoquindi uno standard che nessuno riconosce – almeno così pensiamo.


All’ultima uscita si fa accendere le luci in platea, e si caspice chiaramente che vuole godersi lo spettacolo. Mi volto verso i palchi, ed è veramente da trattenere il respiro. Tutta la Scala lo sta osannando. Noi in piedi nelle prime file. Poi finisce con Old Man River, Jarrett l’europeo, Jarrett che si dispiace di essere americano finisce con un classico dell’epopea afroamericana. Appalusi che non finiscono. Sorride ed esce.

Dopo la fine del concerto, Steve ci fa segno di entrare. Keith Jarrett ci riceve e non l’ho mai visto così amabile. Divertito e ironico nel resistere alle richieste di autografo, sull’interruzione per la tosse finge di battere la testa contro il muro, poi parla dell’America, della globalizzazione, della perdita della semplicità e della spontaneità, ci rivela che lo standard del bis non era un vero standard ma una improvvisazione in forma di standard, ci dà la mano, la sinistra come sempre, e alla fine fa firmare gli autografi alla moglie. Con il suo nome, e con un sorriso.

Era annuciata la registrazione del concerto, spero di poter risentire la soffusa meraviglia del primo pezzo, lo strepitoso blues, il tremolo, Ol’man River. Siamo gli ultimi. I portoni del grande ingresso del teatro sono chiusi e girovaghiamo un po’ prima di trovare l’uscita. Esco, tento di rubare il manifesto da sotto una bacheca ma si straccia e a malincuore lo lascio lì, di fronte a quello della Madama Butterfly. Allontanandomi verso via Manzoni, mi giro un’ultima volta, e guardo l’ingresso imponente della Scala, illuminato di luce gialla, con la bandiera italiana che sventola all’aria fresca di ottobre.

Mi è un po’ più simpatica.

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