Geoff Dyer: Sulla musica dei The Necks


Se la musica di Molvaer si può definire post-jazz, allora quella dei Necks va considerata a buon diritto «post-tutto». A volte vengono definiti un trio jazz, e va bene; basta aggiungere subito che hanno completamente rivisto l’idea di base di una simile formazione.

L’accoglienza estatica ricevuta dall’Esbjorn Svensson Trio alla Royal Festival Hall nel 2003 durante il London Jazz Festival è stata vista da qualcuno come il segno che per quanto riguarda l’innovazione il testimone era passato dall’America all’Europa, e in particolare alla Scandinavia. Considerate quanto disti l’Esbjorn Svensson Trio dal genere di cose che continuano a propinare gruppi come il Tommy Flanagan Trio e vi farete un’idea di quanto i Necks abbiano superato il trio svedese. Ciò significa, se vogliamo dare una sède geografica all’innovazione, che la nuova frontiera del jazz è l’Australia.

Ho detto «nuova», ma Chris Abrahams (tastiere), Tony Buck (batteria) e Lloyd Swanton (basso) suonano insieme da più di quindici anni. Vengono da Sydney e forse la loro distanza dai centri tradizionali del miglior jazz può aver gio­cato un certo ruolo nella loro originalità innovativa. Forse spiega anche perché il loro seguito di appassionati, benché fedelissimo, sia ancora relativamente ridotto.

Sia dal vivo che su disco una tipica esibizione dei Necks consiste in un unico brano lungo un’ora che cresce lentamente d’intensità e complessità. A sottolìneare ancor più questa continuità, il loro secondo disco Next (1990) iniziava con dieci secondi del primo, Sex (1989). Il minimalismo sublime di Aether (2001) porta questo approccio — o meglio, lo riduce — a una nuova dimensione: un pezzo intero basato su un unico brillante accordo. Mi piace questa scelta scomoda e coraggiosa: in una cultura caratterizzata più che altro dalla labilità dell’attenzione ascoltare i Necks necessita di un tipo di concentrazione assoluta, simile a quella richiesta dai raga indiani. j

Dal vivo di solito suonano in formazione acustica. I dischi in studio aggiungono qua e là a piano, basso e batteria un suono vorticoso di organo elettrico e piano Rhodes che da al loro sound un tocco alla Miles Davis anni ’70: lo si nota soprattutto in Hanging Gardens (1999). Miles prendeva a prestito e incorporava nella sua musica ciò che a suo giudizio — e a volte si sbagliava — era il meglio degli altri generi di musica leggera contemporanea; i Necks, come Molvaer, hanno accolto la ripetizione ipnotica tipica della miglior musica elettronica. Come concessione alle performance dal vivo, ì creatori di musica programmata fanno delle improvvisazioni di qualche sorta, che spesso non vanno oltre un gran girar di manopole tanto per fare scena. Qui, i loop interminabili, i giri di basso e le parti di batteria programmate sono di nuovo in mano a musicisti che improvvisano liberamente, creando un tappeto sonoro infinito. Ci sono echi del fluire incontrollato del trio di Jarrett, che i Necks talvolta ricordano. E’ particolarmente vero in «Pelè», contenuto in Next, che dura mezz’ora: un pezzo corto, per le abitudi­ni del gruppo. In altri momenti sembrano sul punto di passare alla pura dance music. Non succede quasi mai del tutto, ma l’attesa crescente crea una suspense incredibile. Ecco che si spiega la sensazione di trovarsi ad ascoltare una musica guidata da suoi elementi latenti, e qui torna la similitudine con la musica clas­sica indiana.

Come suggerisce il titolo, Drive By, il loro disco del 2004 è ottimo da ascol­tare mentre si guida, e non solo perché sì slancia verso un orizzonte che continua ad allontanarsi. È musica che contiene lo spazio che attraversa. I Necks sono ispi­rati forse dall’abilità che Miles aveva di riempirla propria musica di spazi, ma sembra probabile che l’apertura del loro stile abbia radici più profonde, nell’immenso paesaggio australiano. Ne è testimonianza il fatto che a volte ci si sente così cullati da pensare che i loro brani siano monotoni, per poi accorgersi che la musica è completamante cambiata senza riuscire a dire quando quel cambiamento è avvenuto. È musica immutabile e in continuo cambiamento e non c’è modo di sapere dove porterà quel viaggio in stato di trance. Come annotò D.H. Lawrence durante il suo viaggio in Australia nel 1922, c’è «una specie di richiamo nel bush. Ci si potrebbe ritrovare fuori dal mondo, sull’orlo dell’altrove».

Lo si percepisce intensamente in Drive By, che volteggia attraverso paesaggi da sogno ambient, giochi di bambini, grilli, alveari, evocati tutti da suoni «trovati per caso». Mentre gli album precedenti erano dischi affidabili e un po’ disadorni composti di improvvisazioni continue «in diretta», Drive By è costituito da seg­menti che sono stati ristrutturati in fase di edizione, ricchi di overdubbing, come una colonna sonora per un film ancora da girare.

Drive By ha le potenzialità per essere il disco che farà conoscere i Necks a un pubblico di massa. A scanso della possibilità che qualcuno lo interpreti come un rilassamento e un ammorbidimento del loro stile, a quel disco ha fatto seguito nel 2005 un doppio CD, Mosquito/See Through, astratto, minimalista e difficile come e più dei precedenti. Non so neanche se mi piace ascoltarlo, non sono sicuro di essere in grado di dedicargli il tempo e la concentrazione che richiede, ma adoro quel disco e amo i Necks: bisognerebbe essere matti per pensare il contrario.

In La musica che abbiamo attraversato, a cura di Ranieri Polese, Editore Guanda, 2005, Traduzione di Giovanni Garbellini

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