Le riserve leghiste sulla spedizione italiana in Afghanistan, e più in generale sulle missioni di pace dei nostro soldati in Medio Oriente e nei Balcani, sembrano più o meno rientrate, anche se è probabile che il Carroccio continuerà a sollevare periodicamente il problema per restare in sintonia con il suo elettorato. Del re-–sto, se guardiamo al panorama internazionale, non è il caso di stupirsi più di tanto. Nei Paesi che in Afghanistan hanno subito le perdite più gravi – Gran Bretagna, Olanda, Canada in primo luogo – le voci contrarie alla partecipazione alla guerra si fanno ormai sentire regolarmente. Per adesso, il fronte tiene, anche se qualche governo, per tenere tranquilla l’opinione pubblica, ha preannunciato un disimpegno nel 2011 o nel 2012. Il problema vero è che il conflitto afghano è solo il fulcro di una guerra al terrorismo islamico, che certamente non si esaurirà neppure con una ipotetica sconfitta dei Talebani e una ancora più ipotetica cacciata dei vertici di Al Qaeda dalle Zone tribali del vicino Pakistan. In altre parole, se vogliamo evitare che l’organizzazione di Osama Bin Laden, in caso di perdita degli attuali santuari, se ne procuri uno di ricambio in cui addestrare i suoi uomini e preparare i suoi attentati, riportandoci a prima dell’I 1 settembre, dobbiamo prepararci ad altri interventi, diretti o indiretti, in cui l’America non vorrà essere lasciata sola.
Oggi come oggi, il pericolo maggiore viene dalla Somalia, che non è solo il Paese dei pirati che ormai da mesi tengono in ostaggio dieci nostri marinai senza che noi osiamo intervenire per liberarli, ma anche della Shebab, un’organizzazione fondamentalista che, negli ultimi mesi, si è impadronita di tutte le province meridionali e dei nove decimi della capitale Mogadiscio. Nella loro fin qui vittoriosa guerra contro il governo riconosciuto a livello internazionale, i guerriglieri islamici si avvalgono dell’assistenza di un numero consistente di combattenti stranieri – arabi, yemeniti, uzbechi, ceceni – che Al Qaeda ha ritirato dall’Iraq e perfino dal Pakistan con l’evidente obbiettivo di costituire una solida testa di ponte nel Corno d’Africa. Grazie anche alla intensa opera di reclutamento tra i giovani, gli Shebab hanno buone possibilità di progredire nella loro avanzata verso nord. Essi fanno ormai ampio ricorso agli attentatori suicidi e hanno imposto una versione particolarmente cruenta della sharia. Il nuovo capo della Cia, Pa-netta, si è affrettato a dichiarare che “la Somalia non deve diventare il nuovo paradiso di Al Qaeda”, ma è evidente che, dopo il fallimento del tentativo di bloccarne l’avanzata ricorrendo all’esercito etiopico, bisognerà pensare a un intervento occidentale. E, con il precedente disastroso del 1991, non sarà certo facile mobilitare le forze necessarie. Gli altri Paesi nel mirino immediato di Osama, lo Yemen e l’Algeria, sono sicuramente più in grado di difendersi da soli e comunque, per ragioni politiche, non chiederanno mai l’aiuto occidentale. Molto dipenderà, comunque, dall’esito della guerra afghana, dove non si combatte solo per assicurare un futuro di libertà al Paese, ma per dimostrare al mondo fondamentalista islamico che noi restiamo i più forti e che la Jihad, che prenda la strada della rivolta armata o quella del terrorismo, non ha un avvenire.
