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Jean Giono, Tullio Pericoli L’uomo che piantava gli alberi Traduzione di Luigi Spagnol | TartaRugosa

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Jean Giono, Tullio Pericoli

L’uomo che piantava gli alberi

Traduzione di Luigi Spagnol

Salani Editore, 1996

Sisifo ha sempre esercitato un discreto fascino nella mia immaginazione di persona impegnata a vivere nel mondo.

La dannazione di dover spingere il masso in vetta al monte già sapendo che, acquisita la meta, quel masso ritornerà a valle è, ancor più che beffarda, tragica e imprescindibile.

Alla forza di quel mito talvolta paragono il “compito impossibile”, ovvero quelle situazioni date o costituite in cui ogni sforzo è destinato a fallire, nonostante la pretesa/richiesta/desiderio che qualcosa possa mutarne le condizioni.

Che il più delle volte, l’alibi dell’impossibilità è analogo al masso di Sisifo, il cui destino – sta scritto – non potrà mai modificarsi.

Dato ciò, se nulla è possibile, la maledizione continuerà a perpetrarsi e ogni responsabilità sarà attribuita al fato avverso o alla carenza di risorse d’aiuto.

La bella storia raccontata da Jean Giono (con illustrazioni a margine di Tullio Pericoli) in qualche modo rivaluta il compito impossibile, dimostrando la relativa semplicità con cui la soluzione può essere raggiunta.

Tutto inizia da una costatazione che il narrante espone durante una sua passeggiata in una terra arida, desertica e rovinosa della regione provenzale: “Attraversavo la regione per la sua massima larghezza e, dopo tre giorni di marcia, mi trovavo in mezzo a una desolazione senza pari. Mi accampai di fianco allo scheletro di un villaggio abbandonato- Non avevo più acqua dal giorno prima e avevo necessità di trovarne”.

Continua Giono “I rari villaggi di quella regione … sono posti dove si vive male … Le donne covano rancori. C’è concorrenza su tutto, per la vendita del carbone come per il banco di chiesa, per le virtù che lottano fra di loro, per i vizi che lottano fra di loro e per il miscuglio generale dei vizi e delle virtù, senza posa”.

Un quadro non molto rassicurante, sia per le condizioni ambientali, sia per la forza del carattere respingente dei pochi abitanti rimasti. Ma non è solo nelle favole che entra in scena il folletto buono.

In lontananza un pastore custodisce un gregge e offre allo sprovveduto viandante acqua fresca dalla propria borraccia.

I due, tacitamente, iniziano una relazione di poche parole, ma forte, come spesso è una relazione tra un giovane inesperto e un uomo che usa se stesso per adattarsi ad un ambiente ostile.

Di quell’uomo conosciamo il nome, Elzéard Bouffier, e l’età, 55 anni.

In quelle ore in cui, terminate le incombenze della giornata, ci si appresta a ricevere la notte, Bouffier rinnovava un suo rituale. “… rovesciò sul tavolo un mucchio di ghiande … separando le buone dalle guaste … Quando ebbe messo dalla parte delle buone un mucchio abbastanza grosso di ghiande, le divise in mucchietti da dieci. Così facendo eliminò ancora i frutti piccoli o quelli leggermente screpolati … Quando ebbe davanti a sé cento ghiande perfette, si fermò”.

Il trascorrere insieme, silenziosamente, parecchie ore svelerà al giovane il mistero di quella prassi abitudinaria. “Arrivato dove desiderava, cominciò a piantare la sua asta di ferro in terra. Faceva così un buco nel quale depositava una ghianda. … Piantava querce … Da tre anni piantava alberi in quella solitudine. Ne aveva piantati centomila. Di centomila ne errano spuntati ventimila. Di quei ventimila, contava di perderne ancora la metà … Restavano diecimila querce che sarebbero cresciute in quel posto dove prima non c’era nulla”.

Le cose del mondo hanno un loro corso e la grande guerra del 1914 impegnò il narratore per cinque anni, al termine dei quali spuntò il desiderio di fare ritorno a quel paese provenzale, con l’incertezza di trovare ancora in vita quello strano uomo (succede che quando si è ventenni i cinquanta anni paiano tanti).

Bouffier aveva continuato imperturbabile il suo compito.

Nell’epoca in cui si combatteva a Verdun, il pastore piantava betulle e le querce del 1910 riempivano ormai una foresta di undici chilometri nella sua lunghezza massima. I ruscelli si erano di nuovo riempiti d’acqua, “con l’acqua erano riapparsi anche i salici, i giunchi, i prati, i fiori e una certa ragione di vivere”.

Ironia della sorte, nel 1933 Bouffier riceve un’intimazione da una guardia forestale “non accendere fuochi all’aperto per non mettere in pericolo la crescita di quella foresta naturale . Era la prima volta … che si vedeva una foresta spuntare da sola”. Molte furono le discussioni su quell’evento miracoloso. L’unico rischio avvenne solo durante la guerra del 1939, quando si iniziò a tagliare alcune querce per alimentare le automobili che andavano a gasogeno. Ma la foresta, così lontana dalle reti stradali, non valeva quella fatica e quindi si salvò.

Inutile dire che Bouffier, a trenta chilometri di distanza, continuava pacificamente il suo lavoro.

Nel 1945 Bouffier ha ottantasette anni.

Il villaggio di quarant’anni prima è totalmente cambiato:”Vergons portava i segni di un lavoro per la cui impresa era necessaria la speranza. … Dove nel 1913 aveva visto solo rovine, sorgono ora fattorie pulite … Le vecchie fonti alimentate dalle piogge e dalle nevi che la foresta ritiene, hanno ripreso a scorrere. Le acque sono state canalizzate … I villaggi si sono ricostruiti a poco a poco …Le case nuove, intonacate di fresco, erano circondate da orti in cui crescevano, mescolati ma allineati, verdure e fiori, cavoli e rose, porri e bocche di leone, sedani e anemoni. Era ormai un posto dove si aveva voglia di abitare. ,,, I nuovi venuti, più di diecimila persone, devono la loro felicità a Elzéard Bouffier.

Sisifo spinge il masso e non può fare altrimenti perché quella è la sua punizione. Chiunque, se non obbligato, desisterebbe da un compito così vano, oneroso e inefficace. Anche il deserto calcato da Giono avrebbe potuto conservare la sua parvenza di terra inospitale. I gesti più semplici spesso vengono interpretati come impossibili. Nulla è immobile o immutabile e questo ha valore universale.

Peccato che l’essere umano ne perda ogni tanto il ricordo.

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Paolo Ferrario Mostra tutti

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