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TartaRugosa ha letto e scritto di: Schichiro Fukazawa (1961) Le canzoni di Narayama, Einaudi

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Schichiro Fukazawa (1961)

Le canzoni di Narayama, Einaudi

Sotto lo strato di terra il mondo emana un altro suono. Tutto mi giunge più ovattato, ma sento in ogni  caso che là fuori c’è vita. Le foglie si accartocciano lievi sopra la mia tana, lo sciabordio dell’acqua è più pacato ora che i natanti estivi sono rientrati alla rimessa e lo zampettio di piccoli animali mi segnala che la caccia al cibo è sempre aperta. Nell’aria umida e rarefatta di novembre la musica della stagione autunnale trascina rintocchi di campane lontane, solenni o meste come le commemorazioni di questo mese esigono. E, insieme, giunge anche il ricordo di una canzone popolare giapponese.

Sei radici, sei radici, sei radici,

accompagnare sembra facile e non lo è

sulle spalle è pesante il fardello, è penoso,

ah! Purifichiamo le sei radici, purifichiamo le sei radici.

E’ la storia dell’ultimo intervallo di vita di O Rin che sa che a settant’anni, nel suo villaggio, la consuetudine conduce a Narayama, la montagna “dove abita un Dio .. a cui si giunge passando sette vallate e tre stagni”.

O Rin sa cosa deve fare: cercare una seconda moglie per Tappei, suo unico figlio quarantacinquenne  rimasto improvvisamente vedovo e “preparare il saké per il banchetto del giorno della partenza, e poi la stuoia per sedersi una volta che sarebbe stata sulla montagna”.

Non solo. I suoi denti sono tutti in buono stato e questo è una vergogna in un villaggio in cui il nutrimento manca. Il suo desiderio maggiore per il  pellegrinaggio a Narayama è “sistemata sulla tavola appesa alle spalle di Tappei … poterci andare proprio come una bella vecchia alla quale mancano i denti”. Di nascosto, la pietra focaia battuta con regolarità sui denti davanti, può consentirle di esaudire questo sogno.

A Narayama si va d’inverno e “se nevica il giorno nel quale si va a Narayama, si è qualcuno la cui sorte è buona”.

Nel villaggio O Rin si prepara mentre accadono nuove cose: arriva la moglie per Tappei e la dichiarazione di volersi sposare fatta da un nipote non ancora ventenne getta tutti nello sgomento “Nemmeno dopo i trent’anni è troppo tardi se ce n’è una in più, questo fa il doppio…. L’espressione questo fa il doppio significava che ci sarebbe stata una quantità di nutrimento in meno pari alla parte che avrebbe mangiato la nuova venuta”. E la giovane prescelta ha “la linea del ventre non normale … la cosa risaliva a più di cinque mesi prima”.

Di fatto l’arrivo di due nuove donne toglie lavoro alla forte O Rin che “pian piano non sapeva più che farsi delle sue mani; e a stare così senza far niente, provava a volte un senso di vuoto e persino di malinconia. … ma per lei c’era sempre un obiettivo: andare al pellegrinaggio di Narayama”.

Ma contemporaneamente, l’accresciuto numero della famiglia pone interrogativi per  le provviste dell’imminente inverno “Quest’inverno più che mai sarebbe stato diffcile cavarsela”.

Con il dodicesimo mese, arriva l’inverno vero e proprio. O Rin invita a casa sua, secondo la tradizione, coloro che già sono stati sulla montagna. Durante il banchetto e l’offerta del saké, ognuno di loro darà le istruzioni necessarie per andare sulla montagna. Le regole sono già conosciute, ma il rito vuole che ogni volta che qualcuno parte si riascoltino in forma solenne.

“Quando andrete sulla montagna, non parlare”

“Quando uscirete di casa, fare in modo che nessuno vi veda”

“Quando verrà l’ora di ritorno dalla montagna, in nessun caso voltarsi indietro”


Anche il percorso va illustrato minuziosamente, con l’accortezza di sottolineare che una volta superato il luogo “Sette Valli”, “sempre diritto, davanti, è la strada di Narayama. A Narayama, benchè ci sia una strada, non c’è più strada”. In forma appartata, quasi con un senso di vergogna, verrà riferito a Tappei “Se non ti va, non hai bisogno di andare proprio fino alla montagna. Anche se te ne torni una volta arrivato alle Sette Valli non fa niente”.

Ed è lungo quella strada tortuosa che passa attraverso valli e stagni che Tappei, con una tavola appesa alle spalle su cui giace O Rin, si incammina in una fredda notte, nel muto silenzio imposto dalla madre. E poiché, arrivati a Sette Valli, la strada c’è anche se non c’è, inizia l’ascesa a Narayama.

Querce e rocce ospitano alla base corpi e bianche ossa. A Narayama si va per morire. E per veder vivere i corvi.

O Rin batte le gambe per segnalare una roccia non abitata, vicino alla quale, una volta scesa dalle spalle di Tappei, posa la  stuoia. “si mise in piedi dritta sulla stuoia. Chiuse le mani e se le appoggiò sul petto, i due gomiti ben staccati dal corpo, la bocca chiusa e lo sguardo ostinatamente fisso a terra. La sua figura era immobile. Come cintura si era annodata una corda”.

I fiocchi che iniziano a volteggiare nell’aria, farà rompere a Tappei il giuramento del silenzio, troppo felice per non tornare da O Rin e propiziarle la buona sorte di cui la neve è foriera. In quella distesa bianca, in cui il colore delle ossa si mescola con quello della neve, Tappei inizia la strada del ritorno. A Sette Valli cè qualcuno meno coraggioso di lui che di dosso si strappa le dita aggrappate del padre, preparandosi a farlo rovinare in una scoscesa e profonda valle. Il gracchiare dei corvi seguirà quell’infernale cerimonia.

La vita nel villaggio, ora che è giorno, ha ripreso il suo corso.

Nell’aria  riechieggiano parole di antiche canzoni generatesi nelle notti dei tempi, quando i vecchi venivano abbandonati e quando le reazioni a questo evento potevano essere assai diverse.

La morte si affronta con serenità e determinazione come nel caso di O Rin.

La morte fa paura, va calciata e respinta come nel caso del padre del figlio della Casa del Soldo, che la sera della partenza verso Narayama riesce a rompere la corda che lo legava e a tentare di fuggire, esattamente come cerca di reiterare a Sette Valli.

Chi resta al villaggio sa già che O Rin non tornerà più. Matsu-yan ha annodato intorno al suo pancione la cintura a righe che O Rin aveva portato sino al giorno prima. Il padre del futuro nascituro, scompostamente sdraiato a terra, ha sulle spalle il vestito foderato di ovatta che O Rin aveva premurosamente piegato con cura.

Perché O Rin, sotto la neve, sa che la sua sorte sarà buona, e la corda, non già la cintura a righe, potrà esserle amica.

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Film, Letture

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