Wim Wenders, Alice nelle città

Renata propone un tema preciso: “un film, uno solo, tra quelli che davvero ti hanno cambiato la vita“.
Non ho alcuna esitazione e dubbio: il film è Alice nelle città di Wim Wenders.
Era la metà degli anni ’70. Avevo 26 anni. Era un periodo di solitudine esistenziale. Si entrava ancora nei cinema , allora. Nella sala buia lo schermo metteva in scena una storia che mi riguardava. Un uomo (Felix) che guardava una fotografia per verificare se corrispondeva al mondo reale. La musica assecondava quello stato d’animo congelato, alla ricerca di senso, in una situazione sociale senza appigli:

Ma, poi, arriva una bambina, momentaneamente abbandonata. Occorre parlarle, occuparsi di lei, aiutarla a trovare i suoi parenti.
Chi aiuta chi? Lui la bambina? O la bambina lui?…
La relazione è reciproca. Ad agire è il principio di intersoggettività, che in quel periodo accostavo alla ricerca psicologica di Silvia Montefoschi. Una ricerca eccessivamente intellettualistica che occorreva mescolare alla funzione sentimento.
Era arrivato il mio momento di individuarmi, di entrare in relazione con la mia storia, con il mio destino. Il film mi spingeva in quella direzione. 
Poi avvenne anche una concreta situazione biografica: una volta la bambina (una concreta e viventissima bambina), sugli scogli del lago, mi stese la mano per farsi aiutare a passare sui sassi. Ho ancora la fotografia che ci fece suo padre.
Ecco che in quel preciso istante cinema, immaginazione, realtà, interiorità, esteriorità, privato, pubblico … tutto questo si presentava come una gestalt che andava attraversata.
Dovevo percorrere il mio viaggio. Dovevo ricercare la “bambina” che era congelata dentro di me: ossia dovevo liberare la dimensione femminile (l’Anima per il maschio occidentale) e farla crescere nella esperienza.
Negli anni successivi ci riuscii, grazie anche a un mediatore, ossia un alleato o meglio uno gnomo delle fiabe che faceva lo psicanalista.
Il processo partiva certamente da un malessere soggettivo mio che entrava in profondo contatto con quel fotogramma di Felix sdraiato sulla spiaggia, passava attraverso il suo lento scongelamento del cuore e si concludeva con lui che guarda il paesaggio (ora riconosciuto) mentre è sul treno

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