Domenica andremo a Berna, dove i The Necks creeranno sulla scena una delle loro lunghe sculture musicali

Dopo anni di ascolto è arrivato finalmente il momento di vederli dal vivo.
Domenica andremo a Berna, dove i The Necks creeranno sulla scena una delle loro lunghe sculture musicali.

Non mi faccio aspettative. Temo che l’ambiente musicale della Reitschule  non sia il più adatto alla concentrazione che chiedono all’ascoltatore.
Loro sulla scena sono così: 

In Italia il trio Jazz dei The Necks è ancora poco conosciuto. I dizionari e le enciclopedie Jazz a stampa non ne parlano e anche sulla rivista Musica Jazz si trovano accenni.
Ci sono citazioni qui e là. Eccone una rassegna:
 

 Di loro si dice che fanno una musica “inclassificabile”, altri dicono “Minimalistic Jazz”, altri ancora “Eclectic Jazz”.
Suonano e creano assieme dal 1989, data del disco Sex.
Diciamo che fanno un jazz particolare, perchè esplorano nuove frontiere come peraltro hanno sempre fatto i loro predecessori, che cercavano “la nota impossibile, quella che non esiste, che non c’è sulla terra” (Steve Lacy su Thelonius Monk).
Il loro ascolto lascia sempre il segno, però non hanno attraversato quella invisibile linea che passa fra il notturno trascinare gli strumenti per il piccolo pubblico (tipico degli strumentisti jazz) e la notorietà più diffusa. Ripeto: almeno in Italia.
Dipenderà anche dal fatto che abitano in una terra straordinaria, ancestrale e moderna nello stesso tempo: l’Australia. Là sono famosi e apprezzati, visto che continuano il loro progetto musicale difficile e inusuale: in quasi vent’anni hanno pubblicato 25 Album per un totale di una trentina di ore.
Effettivamente la loro musica assomiglia molto a quel paesaggio: sanno creare uno spazio psichico e visivo che è bello e coinvolgente attraversare con la loro guida. Sì: è un percorso ipnotico quello che creano. Come nel film Picnic ad Hanging Rock di Peter Weir (1975).
Sentiamo un assaggio della loro musica.
In “Aquatic” (1999) Chris Abrahams è al Piano e all’organo Hammond, Lloyd Swanton al Contrabbasso acustico ed elettrico, Tony Buck alla batteria e alle percussioni. Questa volta c’è anche Stevie Wishart all’”Hurdy-Gurdy”.
I pezzi sono due: uno di 27 minuti, e l’altro di 25. Una eccezione rispetto al loro standard che è quello di un’unica scultura musicale di circa un’ora.
Il secondo movimento è incredibilmente bello (l’assaggio che segue estrae i primi otto minuti).
Inizia a grande velocità, con il contrabbasso violineggiante di Swanton, incalzato dal terribile Tony Buck, un vero monello della batteria.
Poi il piano di Abrahams comincia a spingere avanti. Sempre di più: trilli, battiti, con il basso a contenere.
Ecco di nuovo gli archi.
Sempre più veloce, impercettibilmente veloce.
Viene voglia di chiudere gli occhi. Ecco: nel nero si vede lo spazio che è attraversato dalle note del piano sorrette da quel tappeto volante che è la batteria, baroccheggiata dal contrabbasso.
Ora il ritmo si fa un po’ meno frenetico.
E comincia il gioco fra di loro.
Sì: l’interplay jazzistico inventato dal trio di Bill Evans risorge, si riattualizza in un’altra dimensione!
I tre improvvisano dentro un sonno spaziale reso possibile dalla (leggera) elaborazione elettronica dei suoni.
La conclusione è di grande pace: sì è bello stare qui. E dove siamo ora ? Ma guarda un po’: siamo ancora in Drive By, del 2003.
Loro sono architetti musicali: edificano case in paesaggi.
Jazz … Ambient … Minimalismo … Elettronica …
Cosa importa il genere.
I The Necks sono tutto questo ma vanno oltre questo. Per i The Necks il termine “Post-Jazz” è limitativo. Sanno creare una situazione di incanto nello spazio temporale che il tempo assegna alla loro immaginazione.

 

postato da: AMALTEO

Tracce e Sentieri

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