«Addio Venezia e Miami. Arriverà il nuovo diluvio» January 26, 2011 at 10:49 AM GABRIELE BECCARIA PER LA STAMPA

GABRIELE BECCARIA PER LA STAMPA –

Di ritorno dal Polo Sud e di passaggio a Roma per il Festival delle Scienze il professor Peter Ward, star della paleontologia, riassume le sue idee sulla Terra con una metafora immobiliare: «Se dovessi comprare casa, non lo farei mai a Venezia e tanto meno in Bangladesh ed escluderei anche tutte le “terre basse”».

Di catastrofi ne mastica, perché è considerato uno dei grandi esperti di estinzioni e i suoi ultimi saggi sono come un pendolo che oscilla tra il passato remoto del Pianeta, antico almeno 4 miliardi e mezzo di anni, e il futuro prossimo. In poche parole, se ciò che ci sta alle spalle fa venire i brividi – almeno 5 cancellazioni di massa che hanno ridotto ogni volta la vita al lumicino – quello che ci aspetta è perlomeno problematico. 

Professore, lei ha scritto «The Flooded Earth», la Terra sommersa, e prevede niente meno che un secondo diluvio: nella sua distopia immagina, tra l’altro, una Miami del 2120 diventata un’isola senza legge e le ultime terre fertili del Midwest trasferite nel 2515 in una repubblica chiamata «Antarctic Freehold State». A meno che non si prendano misure drastiche, aggiunge lei. Ma i critici sostengono che la lettura del saggio sia deprimente, forse troppo.

«Posso dirle che ho lavorato nell’Antartico negli ultimi 3 anni e tra 3 settimane ci tornerò. Cerco di capire la velocità con cui lo strato dei ghiacci si sta sciogliendo e allo stesso tempo le varie fasi di riscaldamento globale che si sono verificate nel passato, quelle che ho raccontato in un altro libro, “Under a Green Sky”».
E qual è la sua conclusione?

«Molte zone dei cinque continenti che si trovano vicino alle coste sono in pericolo, comprese quelle che ospitano grandi aeroporti, come a San Francisco. Mi impressiona che nella mia città, Seattle, sia stato costruito un tunnel per il traffico basato sulla previsione di una crescita massima del mare di mezzo metro nel prossimo secolo, ma se il livello dovesse salire di un metro e mezzo…».

E’ questo lo scenario più vicino alla realtà?
«E’ proprio il “near term” – il breve periodo – a essere problematico: se la popolazione mondiale si avvicina ai 6.5 miliardi e se nei prossimi 50 anni salirà fino a 9 e se, nello stesso periodo, i mari saliranno di mezzo metro e poi di 1 e mezzo entro il 2100, da dove arriverà il cibo?». 

Dovremo dire addio a tante pianure che ci garantiscono mercati e supermarket pieni?
«E’ incredibile quanto cibo sia prodotto nelle “terre basse”, come in Asia: la maggior parte del riso proviene dai delta, dove i fiumi si gettano nell’oceano. Ma non appena i mari si alzeranno, quelle zone verranno cancellate. La mia equazione è quindi la seguente: “Troppi esseri umani più acqua in veloce ascesa uguale scarsità di cibo”. Il mio libro cerca di capire quanto rapidamente questo avverrà». 

Lei descrive una catastrofe quasi inevitabile, ma le contromisure? Può spiegarle? «Penso che i problemi maggiori siano oggi in Cina e in India e siano legati alle loro emissioni inquinanti e gli effetti si vedono proprio nell’Antartico, con enormi distese di “icesheets” che stanno svanendo. Sono loro che custodiscono il destino dell’umanità: che cosa succederà, per esempio, se dovremo trasferire strade, aeroporti e tante altre infrastrutture? Ci vorranno spaventose quantità di denaro, eppure il metro e mezzo in più del livello dei mari potrebbe non essere l’ultimo scenario. Anzi. Ci potrebbe essere un’accelerazione a 3 metri entro il 2200, fino a un massimo di 5-10. Allora tutte le città costiere sarebbero a rischio». 

E i famosi Protocolli anti-emissioni, da Kyoto a Copenhagen? Servono a qualcosa?

«In realtà non funzionano. Come posso dirlo in modo diplomatico? Negli Usa i repubblicani – che si rivelano “brainless”, senza cervello – non permettono di fare nulla di efficace contro il riscaldamento globale. Il buon senso rimane all’Europa, che ora – credo – ha in mano i destini del mondo».
Quante probabilità abbiamo di scongiurare il «diluvio»?
«Sono pessimista sulla possibilità di fermare l’innalzamento dei mari nel prossimo secolo, ma sono ottimista sull’intelligenza della nostra specie e sulla capacità di affrontare il problema. L’aumento dei mari è così graduale che, di per sé, non uccide nessuno, la fame, invece, sì. Che cosa succederà quando il Bangladesh, con il doppio della popolazione attuale, perderà un terzo del territorio? Dove andrà tutta quella gente? Sono quindi immaginabili giganteschi esodi, con una fuga nelle zone dove ci siano ancora acqua potabile e terre da coltivare». 

Lei studia le estinzioni di massa che hanno segnato la Terra: si preannuncia una sesta, provocata non più dalla natura ma dall’uomo?
«In realtà è diverso. L’umanità si sta costringendo a quella che definisco una “mortalità di massa”. Ci aspettano tempi duri: negli Anni 70 molti studiosi e organizzazioni sollevavano la questione del boom della popolazione: spiegavano che eravamo troppi ed eravamo “solo” 4 miliardi. Eppure, adesso che ci avviciniamo al doppio, non si sente più alcun allarme, anche se non c’è dramma peggiore». 

Boom della popolazione, scioglimento dei ghiacci, accelerazione del riscaldamento globale: secondo le sue ricerche sulla Terra prima dell’uomo, ogni impennata delle temperature è stata segnata dalla brusca crescita di un gas tossico – il solfuro di idrogeno – che ha asfissiato la maggior parte delle creature. E’ una prospettiva che si ripeterà sul lungo termine? Siamo seduti su una bomba a orologeria?

«Certo che la bomba a orologeria esiste. Naturalmente non mi riferisco alle profezie che vanno per la maggiore e che sono stupidaggini, come quelle dell’asteroide che ci annichilirà. Il pericolo finale – che ho descritto nel saggio “Under a Green Sky” – è invece rappresentato dalle conseguenze dell’effetto serra: se l’equilibrio energetico della Terra muta, con l’Artico e l’Antartico che si riscaldano più velocemente rispetto all’Equatore, si riduce progressivamente la circolazione delle correnti oceaniche, finché queste si bloccano irrimediabilmente. E’ allora che ha inizio il processo che scatena la produzione di sulfuro di idrogeno e distrugge l’ossigeno indispensabile alla vita. Questo è il punto, anche se fortunatamente si tratta di una prospettiva in là nel tempo, tra 5-10 mila anni o forse 100 mila. Il pericolo imminente e che riguarda il prossimo secolo – ripeto – è piuttosto la crescita dei mari indotta dall’umanità: ciascuno di noi è diventato un piccolo vulcano artificiale che getta nell’atmosfera troppa CO». 

Se questi sono gli allarmi, perché gli scienziati non riescono a intercettare l’attenzione dell’opinione pubblica? In che cosa sbagliano?
«Hanno il peso di una grande responsabilità e hanno fallito nel parlare all’opinione pubblica. Noi scienziati siamo colpevoli di parte del male che sta accadendo. Faccio un esempio: nelle università americane esiste il meccanismo del “tenure”, che prevede la valutazione del lavoro di un professore dopo un periodo di 7 anni. E’ incredibile che si venga giudicati solo per gli articoli “tecnici”: quelli divulgativi rivolti al grande pubblico non contano nulla».

da: 1/26 Altri Mondi – pamalteo@gmail.com – Gmail.

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