TartaRugosa ha letto e scritto di: Sandro Veronesi (2011), La furia dell’agnello tratto da “Baci scagliati altrove”, Fandango

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Sandro Veronesi (2011)

La furia dell’agnello

tratto da “Baci scagliati altrove”, Fandango

Questo racconto ha fatto la comparsa domenica 20 novembre nell’inserto “Domenica” del Sole 24 Ore.

Non ci avrei fatto caso se il titolo indicato non fosse stato “Sorella tartaruga”.

Nel tardo autunno sono già ben nascosta fra le radici del pino, ma non ancora totalmente dormiente. Mi allettava quindi ascoltare un racconto che avesse a che fare con una mia simile. Almeno credevo.

Avrebbero dovuto essere un avvertimento l’altro titolo “Incontrare il Male nel giardino di casa” e l’anticipazione: “Una violenza gratuita, capitata quasi per caso, si trasforma rapidamente in un incubo. Perché, messa in moto, è impossibile fermarla”.

Ma noi tartarughe siamo ostinate e curiose.

I protagonisti: Mète, un bambino di 11 anni,  la “pazza” proprietaria del giardino confinante con la casa di Mète, la tartaruga.

I particolari non sono molti. Mète baratta il suo pallone da calcio con una carabina Flobert di un compagno di scuola. La nasconde nel giardino confinante messa a disposizione di una donna definita “pazza” , probabilmente a causa “di una famiglia sgretolata dalla morte del figlio corridore d’automobili, seguita da un’impressionante catena di ulteriori tragedie cui era scampata solo la madre”.

Di questa donna diventa amico, nonostante  gli fosse proibito di avvicinarla. Mète ne ha una visione assai diversa dagli altri. La donna gli parla con dolcezza e rammenta un episodio particolare: “di averlo visto piccolo dentro la culla e di avergli persino salvato la vita, quando sua madre glielo aveva affidato per alcune ore, un pomeriggio, e lui stava per morire soffocato da mezzo biscotto Plasmon”.

E poi è una donna generosa, visto che gli mette a completa disposizione il suo giardino.

Che fascino per Mète avere in ogni momento la possibilità di accedere in quel mondo vegetale infestato da ortiche dove pullula una serie infinita di bestie “insetti terricoli, e gatti, ricci, rospi, formiche alate, lombrichi, lumache, topi, ramarri e serpentelli; sui rami degli alberi, lassù, inavvicinabili, ghiri e scoiattoli insieme alla festosa sarabanda di uccelli sempre diversi”.

Per raggiungere il suo regno Mète impara a dire le bugie, a fare della menzogna il principale dialogo con la madre. Nel giardino sa di poter nascondere il fucile, con la benevolenza accogliente della pazza, che assiste alle sue incursioni di caccia e agli spari contro barattoli, tronchi e bottiglie. Ma gli animali, mai.  Rispettare gli animali era una delle poche regole accettate fra le mille altre imposte dalla madre.

Arriva il giorno in cui – “proprio sotto il cedro dove tanti anni prima la pazza gli aveva salvato la vita” – trova una tartaruga.

Ne rimane incuriosito, ne osserva il comportamento e vede che in qualsiasi posizione la orienti, lei cerca sempre d’incamminarsi nella stessa direzione (qui sorrido, noi siamo proprio fatte così, se ci mettiamo in testa qualcosa, non c’è verso di farci cambiare idea!).

La pazza guarda Mète concentrarsi sul guscio e si intromette a fare le proprie considerazioni sulla consistenza del carapace, supportandole con azioni non del tutto pregevoli: “ci tirò contro delle zolle .. e poi passò a percuoterla con un sasso”.

“Vedi?, disse la pazza, E’ durissima. Può resistere a tutto, anche ai colpi della tua carabina”. E propose di fare una prova.

E da qui inizia il racconto dell’orrore, non molto dissimile, per inquietante atmosfera, ai tremendi film di Michael Haneke,  in cui l’abuso di una violenza gratuita e ingiustificata pervade la scena dall’inizio alla fine.

Come è cinico a volte il destino. Il primo colpo lascia intatta la tartaruga, facendo tirare un sospiro di sollievo a Mète.  “era vero, la corazza era impenetrabile”. Ma la pazza non demorde. Trova il proiettile conficcato nella corteccia del cedro, poco più in alto rispetto alla tartaruga, e invita a ritentare.

Non riesco a riportare la descrizione di ciò che accade dopo lo sparo, che questa volta va a buon segno. Dirò che a quello sparo ne seguiranno altri. Ma la tartaruga, ridotta a brandelli, non ne vuol sapere di morire. La vicenda continua col tentativo di un affogamento e, infine, visto che l’acqua non dà risultati, si prova col fuoco.

Ma il fuoco si ferma solo sul carapace. “Rimasero ancora immobili, Mète e la pazza, ad aspettare che la fiamma si estinguesse …ma esterna, troppo esterna alla tartaruga per poterla realmente sopraffare. E infatti, quando ancora una flebile barba di fuoco sopravviveva sulla sommità della corazza, dai buchi tornarono a spuntare le zampe, la coda, e poi il muso, tutte le ferite cauterizzate, sfigurate in un ghigno interminabile.”

La tartaruga, come ogni predente volta, tenta di riprendere il suo cammino verso la stessa direzione, ma la sua lentezza lascia immaginare infinite sofferenze.

Non resta che fare una cosa: seppellirla.

“Con una pala Mète scavò una buca, e la fece profonda, profondissima, da potercisi seppellire lui stesso. La tartaruga, nel frattempo, ne approfittò per incamminarsi nella solita direzione, e quando Mète ebbe finito di scavare dovette andare a recuperarla sotto un cespuglio di ortiche, pungendosi le braccia. La mise dentro la buca e prima di ricoprirla ci gettò dentro la carabina”.

Se il racconto qui terminasse avrei di che stare sveglia a meditare per tutto l’inverno che ancora deve iniziare. Il brivido provato non so come possa influire sulle poche righe finali e sul tentativo, nonostante quanto accaduto, di trovarvi un messaggio positivo.

Ci provo.

“Mète … ebbe bisogno di piangere… Poi piano piano si calmò, smise di piangere, e pregò il Signore di fargli dimenticare presto il male commesso. In cambio rinunciò per sempre al suo giardino, e promise di non disubbidire mai più. .. uscì dal bagno, e tra le braccia della madre gli parve che il Signore avesse ascoltato la sua preghiera, che avesse già cominciato a esaudirla. … Più tardi sentì suonare il campanello di casa, e sua madre andò ad aprire.  … Era la pazza, bianca in viso, gli occhi ancora più stravolti … farfugliando parole terribili che tra i singhiozzi Mète capì a stento: E’ ancora viva, è uscita, l’ho vista uscire, è viva ..”

Sorella tartaruga ha resistito e vinto sul Male? A che prezzo, comunque?

Di quella notte seguita alla lettura ricordo un frammento di sogno, peccato sia solo un’immagine: in una landa sperduta, in una strada polverosa battuta dalla sabbia, alcuni banconi esponevano pezzi di carne in vendita e dietro ai banconi vociavano loschi personaggi stranieri, vestiti di lunghe tuniche e capi bardati da turbanti .

I pezzi di carne su cui volavano le mosche erano umani.

Categorie:Letture

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