TartaRugosa ha letto e scritto di: Paolo Barbaro (1995) La casa con le luci, Bollati Boringhieri

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Paolo Barbaro (1995)

La casa con le luci, Bollati Boringhieri

Quest’anno l’inverno è calato di colpo. Nemmeno lo spazio necessario per adeguatamente transitare verso il sonno profondo delle giornate più corte

Sul finire di ottobre, infatti, in due soli giorni è successo che dai ventidue gradi del mezzodì, il termometro è sceso a tre gradi, giusto in coincidenza del ritorno dell’ora solare (solare si fa per dire, visto che abbiamo rischiato i primi fiocchi di neve).

Letargo o no, il buio mi porta tristezza. Per questo sono stata attirata dal titolo del libro di Barbaro, la casa con le luci. Un libro, ho scoperto, che parla del tempo visto da due angolature diverse, quella della giovinezza e quella della vecchiaia, quindi con le contraddizioni tipiche di chi per la prima volta incontra i possibili effetti dello scorrere dell’orologio su di sé o sugli altri.

In fondo la storia di Roberto non è così distante da quella di tanti giovani dei nostri giorni, tenute in debito conto le differenze dettate semplicemente dal quasi ventennio trascorso dai tempi narrati, quando esistevano ancora la lira, il servizio militare, il servizio civile di obiezione di coscienza. “Ho preso questo lavoro alla Cooperativa per disperazione, per guadagnare qualcosa, e per dribblare il militare”, spiega Roberto a Christa, anziana signora residente alle Due Torri, casa di riposo che oggi susciterebbe molti controlli da parte delle autorità competenti, stando alle norme igieniche e di sicurezza descritte.

Ma non è la denuncia di un ambiente inidoneo che interessa Barbaro. E’ piuttosto il cambiamento formativo compiuto da Roberto durante la costruzione di un rapporto, con Christa innanzi tutto e gli altri inquilini della casa con le luci, che passa attraverso repulsione e solidarietà, voglia di fuga e attrazione, pietà e amore.

“Perché sei qui”? gli chiede Christa, “Perché non ho trovato altro, e ho bisogno di soldi”. “Solo questo”? Poi c’è la storia del militare. Racconto che ho fatto la domanda di obiettore. “E poi” – dico – “non so, non ho più voglia di studiare”. .. “Insomma – sospira – un po’ non studi, e un po’ non lavori”. “Ma né l’uno né l’altro – dico – mi va bene, non so cosa mi va bene”. “Non ti va bene perché né l’uno né l’altro – mi fa il verso – è un vero lavoro, o un vero studio … Così’ – cerca le  parole – così non ci si misura, questo è il punto”.

Già. Questo è il punto. Anche l’amore ha le sue ambiguità, una parte con Mara, l’altra con Deborah, le parti scisse di un ragazzo che vive una realtà divisa in due, quella fuori del mondo esterno e quella che si svolge dentro le mura delle Due Torri.

Una realtà che al momento è conosciuta solo da lui, mentre in una giornata di vacanza concessa da Christa, emergono mille pensieri sul senso della vita, da cui Mara è esclusa. “”vorrei dirtelo io, ma come fare a spiegartelo, caschiamo sempre lì: tu non hai cominciato neanche a mettere il naso nel giro che ci aspetta, neanche una volta sei voluta venire da quelle parti – le mie parti ormai da un paio di mesi, da non so più quanto -; neanche un’occhiata … se mi ripenso sul serio lì dentro, allora tutto, anche questa pizzeria scalcinata, la discoteca chiusa, il tuo umore buono o cattivo … tutto improvvisamente cambia, tutto mi pare così bello qui attorno … Ma … la felicità è da tutt’altra parte. Sarà che non c’è la discoteca, che non ci sono gli amici, che non è sabato sera, che è mercoledì, che non abbiamo una lira, che io da qualche tempo sono proprio dimezzato, diviso in due parti, difficile rimetterle insieme …Niente, la felicità non è qui. Ma dov’è allora, dov’è. Proprio la nostra, diceva Christa ieri sera, sarebbe l’età giusta”.

Alla ricerca della sua identità, Roberto si sente sempre più attratto  dalle altrui ben più drammatiche incertezze, dove scopre umori, paure e interrogativi che appartengono a tutti i viventi. Via via raccoglie su foglietti le annotazioni che osserva, un mondo solo superficialmente muto e nascosto, che lancia messaggi continui in attesa di qualcuno che li raccolga.

“Ti racconto, fermati un momento”. La voglia di parlare, repressa, che ha ‘sta gente. …Sarà la mia presenza che li attira, li stana. Provo con questo vecchietto distinto, carino: tutto in ordine, cravattina grigio-perla. Però puzza di vomito….Soprattutto mi resta quella puzza di vomito. Saremo così anche noi – mi fa il portiere – Eh no – dico –  no, perdio. Corro a casa, e giù una bella doccia, saponi, acqua calda, fredda, resti di bagnoschiuma di mia madre che non adopero mai”.

“.. ogni volta che entro qui dentro, mi pare proprio di scompormi, di spaccarmi in due. Una parte di me va avanti, entra nelle Torri, guarda, parla, ripete, risponde … L’altra si ferma fuori, stacca, non vuole entrare: mi aspetta lì per i campi da qualche parte. .. Una sola cosa mi è chiara: questa che sta capitando a loro qui dentro, questa vita disgraziata tra dolori e paure, a me non capiterà. Di sicuro, a me no. Qui io non ci vengo, alla loro età; non ci verrò mai. Starò bene alla larga, taglierò la corda, mi butterò in mare …”

“Il vecchiotto al tavolo accanto mangia come se succhiasse; l’altro sputa; il terzo gli casca tutto, bicchiere, forchetta, spande il brodo – che guerra, questa sì, che è una guerra. Al tavolo verso la cucina … guardo bene: cinque cadaveri che masticano, con lo stesso ritmo”.

Ma se accanto allo sguardo si attiva anche l’ascolto attento si ritrovano le anime che abitano quei corpi giunti all’orlo del limite come Ognibene, quello della stanza 201, con la foto sulla credenza. “La foto d’uno splendido giovane che sulla barca sta remando. Una ragazza in costume da bagno, niente male, lo guarda. Guarda un po’ qui – mi mostra la foto – da vergognarsi…. E’ cominciato con un braccio, qui al gomito: da allora non lo muovo più: un braccio stecchito da un’ora all’altra. Poi pian piano gli occhi, uno più e uno meno; poi è saltato il piede, il sinistro. Poi la pancia. Mi mostra: davanti e dietro. L’orecchio destro no, il sinistro: non ci sento più. Il collo da questa parte non vuole muoversi. Mi resta la bocca: però col ghigno. .. Oggi le mani, quelle  lì che tenevano il remo nella foto”.

Tale è il passaggio che la vita gli ha riservato.

Nelle Due Torri Roberto trova anche il suo maestro che periodicamente viene a fare visita a Christa e che confessa la sua paura più profonda, ovvero il terrore per l’incontinenza, vero motivo per cui si viene cacciati via dalle Due Torri. “Via dove? Al Verdana, non l’hai visto? Lì abita l’incontinenza di mezza umanità. Parla del Verdana come di un incubo sempre pronto, una bestia che azzanna”. Ritorna  allora il ricordo di Ognibene e del suo gesto in ascensore … “Finché di colpo si è girato e fischiando, ps-ps, si è pisciato addosso nelle braghe. … E’ diventato rosso, mi ha messo una mano sul braccio, mi ha dato duemila lire : non dirlo; non dirlo a nessuno. Se no mi buttano fuori, ho paura, mi buttano fuori…Se non ti viene un colpo, amico mio, c’è tutto un crescendo di pezzi che saltano, e anche tutto un calando: non respiri, non ti muovi, non digerisci … poi la febbre, il cuore, poi non so con che cosa vai avanti, cosa resta, dipende”.

Povero Maestro, che non ha voluto aspettare di vedere come andava a finire. “Stiamo cercandolo, non si sa dov’è. Ma chi – dico. Il maestro. Si è buttato giù dalla finestra. Stanotte, proprio stanotte. Mi viene in mente che ieri sera misurava le finestre, parlava dell’isola che lo attirava …”

Arriva la lettera dal Ministero “Niente, non è arrivato il permesso, non sei esente. Devo andare sotto le armi”.

Nei pochi mesi passati tante sono le cose cambiate.

“Ci sono  infinite cose alle Torri, coi vecchi, oltre a quell’andare avanti e indietro nel tempo e oltre all’infinito disgusto che gli corre sotto le parole … Mi capita – dico – di cambiare le parole, dico spesso una parola al posto di un’altra e ripeto. Cambio la parola, riprovo … Blatero come loro, a salti … Bisogna ri-pe-te-re con loro; ma finisce che ripeto anche con me”.

Grazie a Christa e alla sua età senza età “gira l’idea che il tempo segnato dal mio Swatch … il tempo che in qualche modo inseguiamo durante la giornata, blocchiamo, scarabocchiamo, confrontiamo con le distanze, gli orari, le cose da fare non basta, non basta più: viene l’idea che ci sia qualche altro orologio lassù sopra i tetti, chissà che quadrante oltre gli arconi. Forse l’ultimo piano invisibile – questo riesco a dirlo – mette a punto tutti i meccanismi, non ne lascia perdere uno. …Ma è il nostro sogno di ogni sera – riprende lei dal cuscino -, che ci sia qualcos’altro che aspetta. Non si sa cosa, però ogni sera si riprova qui dentro; stasera anche tu.…”

Forse è il tempo della festa che si attende, quella festa che riunisce tutti: “la Zaira balla col Generale, balla contenta. Però ogni tanto guarda me. E io guardo lei; ballo con la Christa, ma al solito vorrei anche l’altra. E la Christa lo stesso: si guarda in giro con quell’occhietto vispo. La Menin intanto attacca col maestro, la tettona balla col dottore, il tranviere si scatena con la cuciniera in minigonna. … Tutti coi fazzoletti in mano, o forse con quei foglietti bianchi … i fogli che ho riempito come un matto per non so più di quanti mesi … in aria, in giro, nel vento, fanno segno di addio”.

Categorie:Letture

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